In un paesino della provincia veneta, una storia di disamore e alcol: il nuovo romanzo di Giulia Scomazzon, “8.6 gradi di separazione” (Nottetempo), racconta di una vita (ferita, e combattuta) dentro a una terra priva di tenerezza. Tra sensi di colpa, dissociazioni, sbornie verbose e ambienti chiusi, un romanzo di formazione decisamente contemporaneo.
L’alcolismo al femminile, la chimica spiccia e la minaccia della restrizione, il bar come (unico) paradigma della socialità, il fallimento del calvinismo lavorativo, la vischiosità di chi offre riscatto purché se ne possa guadagnare qualcosa, la fauna maschile dei piccoli imprenditori (e dei loro occhiali) come infestanti da osteria: un ritratto coraggioso, grottesco, di sconcertante verosimiglianza.
Vincitore freschissimo del premio Venetarium.
La distorsione come unica, necessaria lente per reggere il luogo, la vita, lo spazio dentro i quali ci si trova incuneati a vivere.
Questo è quello che il nuovo romanzo di Giulia Scomazzon, 8.6 gradi di separazione, pubblicato da Nottetempo, racconta di Alice, la sua protagonista: trentenne, magrissima, insegnante, “bevitrice funzionale” – come si definisce. E questo è, per estensione, la lente attraverso la quale appare, intorno alla vicenda di Alice, e del suo tentativo di affrontare l’abuso di alcol (che la abita da un terzo della sua vita), una intera regione: una lente anamorfica, spiega non a caso l’autrice del modo in cui il suo immaginario si è focalizzato sulla storia.

Non è un romanzo di trama, questo. Ma già, come per il precedente (La paura ferisce come un coltello arrugginito, premio Bagutta Opera Prima), anche 8.6 gradi di separazione è una narrazione che procede per strati, e per sterramenti, lungo il piano inclinato della sua protagonista.
All’inizio di tutto, l’ombra di una colpa originaria si stende su Alice e sul suo compagno, Giacomo: entrambi hanno studiato, si sono formati, hanno vissuto e hanno iniziato i primi lavori in grandi città – lei a Bologna, lui a Milano. Allo scoccare della pandemia, però, i costi si fanno troppo elevati per resistere nei grandi centri: e quindi ciascuno, secondo la propria traiettoria, compie all’inverso il percorso che lo riporta al paesello natio, nella profonda provincia veneta.
Ed è proprio questo il principio colpevole che possibilmente li macchia a fronte della comunità locale: non hanno resistito, hanno ripiegato, sono tornati – ormai irrimediabilmente contagiati dal “fuori”, e pure danneggiati dalla dimostrata incapacità di veleggiare altrove. Due che sono stati scartati dagli skyline del centro della civiltà, in frettoloso ripiegamento dentro case appartenute a famiglie che le hanno lasciate vuote: così Alice e Giacomo si incontrano, si fiutano, si ri-conoscono: tutto online, tutto a distanza. Finché non si mettono insieme.
Quanti sono, a questo punto, in casa? Due i corpi, ai quali si aggiunge l’ospite (inatteso? o, piuttosto, attendibile ma non ammesso?) che prende sempre più spazio – la dipendenza di Alice dall’alcol, che mescola ai farmaci per tenere a bada un campionario feroce (e mai verbalizzato) di attacchi di panico. A queste tre presenze se ne aggiunge una quarta: la proiezione delusa di Giacomo, che in breve non riesce più ad accettare la dinamica che si crea tra stanze che si fanno sempre più strette, soffocanti, affollate, insopportabili.
I corpi, a questo punto, per quanto vicini (perfino vicini nel medesimo letto) non riescono a superare davvero mai più la barriera che li separa.
Quando i due si lasciano, ad Alice resta la misura della propria solitudine, che lentamente si mangia le giornate, i pochi rapporti rimasti in piedi, il senso dell’esistenza che – con disperante ostinazione – non smette mai di interrogare.
Cos’è la vita, allora, nel profondo Nordest?
Dimenticate i Parise, i Meneghello, perfino i Zanzotto più insurrezionali e duri: il Veneto della letteratura contemporanea, di paesaggio da mostrare, ha solo quello antropizzato. La povertà rurale (ma dignitosa, e pur sempre passibile di speranza) è stata sostituita dalla nuova povertà della periferia diffusa: circoscritta in abbandoni soffocanti, rabbiosa dietro ai doppi vetri in alluminio anodizzato (in perenne essudazione, quasi stessero espiando le vite che nascondo dentro).
La linea dell’orizzonte, quella in cui si proiettavano le ville del Brenta e della campagna felix, è stata franta: i timpani di Palladio, come dinosauri colpevolmente morenti dentro a un centro commerciale in piena stagione di saldi, si alzano con imbarazzante bellezza davanti a un paesaggio assediato dall’ubiquo (e sempre ulteriormente espandibile) capannonificio.
È così, stralunato e feroce, il Veneto raccontato da Francesco Maino (Cartongesso, prima; e, più ancora, I Morticani). È così, desolato e fuori tempo, quello delle Passeggiatine e di Malibu di Eliana Albertini.
È così ancora, una sorta di West italico, come l’ha mostrato al cinema Francesco Sossai, il Veneto de Le città di pianura: non a caso un film tutto al maschile, dove le donne hanno al massimo la funzione di raccattare gli uomini in pezzi (alcolici), dove l’analfabetismo affettivo è il lascito perenne di una struttura sociale da sempre pensata e governata dagli uomini, dove ogni forma di tenerezza è – a scelta -impensabile, imperdonabile, o tollerata solo come goffaggine da sbornia.
“Si è ciò che si guarda. Beh, almeno in parte” scrive Josif Brodskij. La parte che Alice non vede, quella che nasconde dietro a una volontà di vivisezionare ogni percezione, di spaccare in quattro ogni parola dei dialoghi e dei pensieri che fa, fino alla paranoia; quella che si è sprofondata dentro – ma che, invariabilmente, emerge – trova allora la via dell’ironia per raccontare quello che accade quando un personaggio dotato di pelle sottile si ritrova costretto a camminare dentro un mondo fatto di arbusti pungenti e di piante secche.
“Io me ne sto inchiodata sull’orlo del parapetto, incantata come un’ebete. Anche qui c’è qualcosa di ironico e sgradevole. Come se mi aspettasse una tragedia non ritardata dal destino, ma ritardata di suo; un dramma che non riesce a trovare parcheggio, che parte da casa troppo tardi perché non trova il portafoglio o le chiavi”
E allora si torna all’inizio di tutta la faccenda: perché sui protagonisti del romanzo di Giulia Scomazzon (su Alice, su Giacomo) aleggia il giudizio della colpa del ritorno? Forse perché, in una inconfessabile coscienza del decadimento, nel risentimento perenne e sempre possibile, sta anche una distorta forma di pietà collettiva: non si torna in un luogo che non ha più nutrimento, se non per finire ancora più affamati. A meno che non succeda qualcosa: qualcosa di antico, e imprevedibile. E ancora, in forme tutte sue, profondamente rivoluzionario.