Apparenza e deduzione: Simi e l’arte del dubbio

In Letteratura

Sei persone sorteggiate dal caso si trovano a dover decidere le sorti di un processo clamoroso, tra fantasmi privati e pubbliche sovraesposizioni. Nell’ultimo romanzo di Giampaolo Simi, “I giorni del giudizio”, sotto le sembianze di un giallo una riflessione sulla difficoltà di capire davvero ciò che ci accade intorno, ciò che siamo, e persino (e soprattutto) ciò che vediamo.

Nulla è mai soltanto ciò che appare.

Se c’è un monito che scorre sottotraccia lungo le pagine dell’ultimo romanzo di Giampaolo Simi è proprio questo: un invito all’esitazione. Niente come cedere alle lusinghe dell’apparenza può in effetti rivelarsi tanto ingannevole in un momento storico come questo, in cui la manipolazione del reale e la rappresentazione pubblica del privato sono i canali comunicativi di una società affetta da ansia di semplificazione.

E questo risulta chiaro da subito: perché I giorni del giudizio (Sellerio) – che in esordio, prima ancora del prologo, trascina i suoi lettori dentro il perimetro di un duplice omicidio – sotto le sembianze di un romanzo giallo è anche una riflessione indotta sulla difficoltà di capire davvero ciò che ci accade intorno, ciò che siamo, e persino (e soprattutto) ciò che vediamo.    

Così quando la morte si abbatte in modo cruento su Esther Bonarrigo, la donna da diciottomila like a immagine, moglie bella amata colta di un ricchissimo imprenditore, l’omicidio ha una enorme amplificazione.
Ma il fatto che nella stessa perfetta tenuta da favola venga rinvenuto cadavere anche Jacopo Conti, anni trentuno, neodisoccupato (la desolante e dignitosa modestia di quarantuno “mi piace” sull’ultimo post di Facebook), massacrato con inaudita violenza, dà subito la stura a una sequela di illazioni di ingovernabile portata.

La catena di ristoranti della famiglia Bonarrigo, i soldi, la sproporzione sociale tra le vittime, gli interessi sottesi, le collusioni possibili, i giornali, la rete, i giudizi di tutti, l’ombra di mafie di varia natura, i poteri forti, lo sciopero dei dipendenti lavoratori, il prestigio, i desideri di vendetta: è in questo clima di esposizione mediatica che sei persone comuni, sorteggiate per far parte della giuria popolare in un processo di Corte d’Assise, si ritrovano investite di un ruolo che non hanno scelto e di una responsabilità che non avrebbero voluto.

Mentre la sfilata dei testi apre scenari sempre più ambigui, la vita privata e le contraddizioni personali entrano in conflitto con il compito assegnato, poiché in prima persona ogni giurato viene chiamato a fare i conti con le proprie zone d’ombra.

E in questa fetta di Italia contemporanea che Simi ben rappresenta, l’ansia di giudizio è inversamente proporzionale al grado di innocenza di ciascuno.

Ciò che appare, di nuovo, non è la sola e univoca realtà.

Non è certo lineare Terenzio, il prototipo contemporaneo dell’uomo qualunque, animato di certezze, giustizialista fino al midollo, rancoroso per un inconfessabile incidente di carriera.
Non lo è per costituzione Malcolm, la versione moderna del maudit.
E neppure Serena, che compensa l’iniziale naufragio esistenziale con una rivalsa malamente celata.
Né limpido è il percorso neanche per chi, come Iris, ha fatto dei principi e della coerenza una bandiera virginale con cui difendere i propri abbandoni; o per Emma, che con il benessere raggiunto tiene a bada una insoddisfazione profonda.
E infine indefinito per necessità e destino è il percorso di Ahmed.

Tra l’imperfezione dei singoli e la necessaria perfezione del giudizio corrono le battute del processo.

“La sentenza non è lontana, ma nessuno si sente al riparo  di una convinzione così solida da poterla esprimere. Hanno tutti paura di liberare qualche parola di troppo fuori dal tribunale, anzi, fuori dalla loro stanza quadrata con le scrivanie riunite nel centro. Ognuno si tiene dentro una morsa segreta (…) Gli unici a cui questo processo ha tolto qualche libertà sono loro”.

Il tema, dunque, che accende e tiene alta la tensione fino all’ultima riga del libro, è proprio quello della Giustizia: e, insieme, della difficoltà del giudizio a fronte di inquinamenti, compromessi, sollecitazioni sempre più complessi.

È, insomma, ancora possibile comprendere un mondo in cui ciò che si vede è sempre di più qualcosa che viene mostrato?

Quello che Simi fa – ed è un pregio anche nei suoi romanzi precedenti, tra tutti La ragazza sbagliata – è usare la forma della narrazione di genere per ragionare oltre, dalla storia e attraverso i suoi personaggi, con il bordone di una questione di fondo che ora è etica, ora sociale, sempre civile: il risultato è la possibilità di un costante rispecchiamento tra romanzo e attualità.

“Il maligno scherzo dell’inferno non è venir rifiutati, trascurati o abbandonati, è non sospettare neppure da lontano che quanto crediamo solo nostro in realtà non lo è affatto. La più cocente beffa del demonio è non sapere chi abbiamo accanto e quindi chi davvero siamo noi. È non poter prevedere cosa possiamo diventare di fronte a questa spietata rivelazione”.

Nella tensione pregiudicante che accompagna lo svolgimento del processo, nella sempre più faticosa possibilità di distinguere tra vero falso e finto, niente quanto l’esercizio del ragionevole dubbio sembra messo in croce: la conoscenza dei fatti procede su piani sfalsati, e, insieme, avanzano anche la rivelazione dei personaggi, a sé stessi e agli altri, e l’evoluzione dei loro rapporti, fino all’estremo colpo di scena finale.

Nulla alla fine sarà come è iniziato, e ognuno approderà ad esiti differenti: persino i più restii resteranno cambiati dall’esperienza del dubbio. Così, per bocca di Cesare Beccaria, anche le umane inadeguatezze si rivelano funzioni del senso della Giustizia, poiché in concorso di giudizio proprio l’esercizio dell’esitazione nel considerare ciò che ci circonda si rivela l’ultimo sensato dispositivo per garantire la sopravvivenza civile dei rapporti sociali.