Gabriele Di Matteo, navigatore enciclopedico

In Arte

È in corso alla Wizard Lab di Milano fino al 19 aprile prossimo la mostra D.E.I. di Gabriele Di Matteo, a cura di Lorenzo Madaro, il cui titolo sta per Dizionario Enciclopedico Italiano, quello Treccani, ma suona anche come Dèi, associando la ricerca di informazioni alla struttura della mente divina come nell’ambizione dell’epoca di internet, di Google e dell’IA. Un’installazione concepita come una partitura disposta come una struttura aperta in cui gli elementi vengono azzerati attraverso la cancellazione del loro contesto e dell’orizzonte di significato. Andrea Mirabelli lo ha intervistato per Cultweek, su queste e altre questioni.

Andrea Mirabelli: Mi dicevi che hai iniziato a lavorare facendo il nautico.
Gabriele Di Matteo: Sì, ho fatto l’Istituto Nautico. Qualche giorno fa un amico mi ha mandato delle foto del mio professore di educazione artistica delle medie:
AM: Come si chiamava?
GDM: Errico Ruggiero. Me l’ero quasi dimenticato. Era severissimo.
Una volta ci diede un tema: “Lo sciopero dei lavoratori”. Io, a un certo punto, non ce la facevo più e presi tutti i tubetti di tempera, facendo un disastro. Lui si avvicinò, io pensai il peggio… e invece disse: “Bravo! Guardate qui”.
Da quel momento si fissò che dovessi iscrivermi all’Istituto d’Arte. Ma a Torre del Greco non c’era il liceo artistico, e poi la mia famiglia viene dal mare: la famiglia di mio nonno materno aveva una piccola flotta di velieri. Così scelsi il Nautico.
Un giorno lo incontrai per strada. Mi chiese dei professori, non ne conosceva nessuno. Quando gli dissi che non mi ero iscritto all’Istituto d’Arte, mi rispose: “Ma che coglione che sei!”, e se ne andò.

AM: E poi?
GDM: Ho navigato come allievo ufficiale. Poi, per caso, a Trapani — la nave era ferma — entrai in una galleria d’arte. C’era un pittore napoletano, Vincenzo Cerino.
Non lo conosce quasi nessuno. Eppure oggi è al centro della costellazione di piccoli ritratti del mio ultimo progetto D.E.I. : l’unico nome scritto a matita sul muro.
Quella mostra mi fece ricordare due cose: mio nonno, che diceva “Guagliò il mare è fatto per i pesci e per i gabbiani”, e il mio vecchio professore Ruggiero. Il mare è duro, davvero. Una volta restammo bloccati per due giorni dietro Pantelleria, quasi dispersi. Uscendo da quella galleria pensai: forse dovevo iscrivermi all’Istituto d’Arte.
Poi a Parigi, al Centre Pompidou, vidi Pollock. Una mostra devastante. Lì ho deciso di cambiare.

AM: Hai cercato Cerino?
GDM: Sì. Mi presentai da lui fingendo di essere uno studente universitario che voleva fare una tesi. Capì subito. Mi disse: “Portami quello che fai”.
Io non avevo mai fatto niente. Lavorai una settimana e tornai. Aprì la cartella e strappò tutto. Poi disse: “Torna tra una settimana e disegna solo mele e bicchieri”.
AM: Copia dal vero.
GDM: Per un anno, un anno e mezzo, andai da lui. Era una bottega. Guardavo, imparavo. A un certo punto capii che volevo solo quello.
La mia fidanzata mi lasciò: avevo mollato un lavoro sicuro.

AM: E l’Accademia?
GDM: Il primo anno non mi presero, il secondo sì. Lì è cambiato tutto. Ho iniziato a conoscere altri artisti, cosa che prima non avevo mai fatto.
Cerino, a un certo punto, mi disse: “Tu sparirai da qui, non perché ti mando via, ma per tua volontà”. Aveva ragione.
Entrai in un altro mondo: espressionismo, transavanguardia, viaggi, fiere.

AM: Come nasce la mostra da Wizard Lab?
GDM: Da un’enciclopedia Treccani che i genitori di mia moglie volevano buttare. Sfogliandola ho capito che c’era un patrimonio iconografico incredibile.
Ho iniziato a tagliare le immagini e a organizzarle in tre categorie: esseri umani, animali e formule matematiche. Tutto filtrato dai tre colori primari — giallo, rosso e blu.
È un lavoro solitario, a differenza dei miei precedenti. Ho costruito anche tutte le cornici: un anno e mezzo di lavoro. Nessun corniciaio voleva farle.
È diventata una pratica quasi meditativa.
AM: C’è una struttura precisa?
GDM: All’inizio pensavo a un reticolo, quasi una partitura musicale. Poi ho capito che funzionava meglio come una costellazione: un sapere che si disperde nello spazio. Le formule matematiche erano quelle un po’ più complicate. I ritratti e gli animali va be’ possono essere più o meno affascinanti. Le formule matematiche invece stanno all’interno di processi. Non era facile estrapolarle… L’idea della curatela si allinea con il concetto della matematica, la capacita di entrare attraverso dei misteri perché non c’è mai una formula finale che definisce tutto. Ci sono delle probabilità, gli errori…
AM: Ed entra in gioco l’intelligenza artificiale.
GDM: Esatto. Ho fotografato le formule e le ho fatte riconoscere. Poi ho chiesto all’IA di tradurle in haiku o brevi poesie. Ho selezionato quelle più efficaci. In fondo, la Treccani è una forma “analogica” di quello che oggi è Google.

AM: Le tele che hai scelto per questa mostra le hai scelte per affezione? O c’è un altro motivo? Perché ad esempio in mostra mi è rimasto impresso il ritratto di Andrea Pazienza.
GDM: In parte casuale, in parte correttiva. Nell’enciclopedia ci sono pochissime donne, quindi ho integrato immagini esterne e le ho stampate sulla carta bianca Treccani, quelle che all’inizio e alla fine di ogni volume sono bianche.
E poi ho notato una cosa: per scrittori e attori ci sono le foto, per gli artisti quasi mai. Anche per nomi enormi.
Così ho inserito molti volti. Alcuni noti, altri completamente dimenticati. Cerino, ad esempio, è al centro. Accanto a lui ho messo persone importanti per me: un mio professore, amici, artisti. È una mappa personale dentro una struttura apparentemente neutra.

AM: Questo è il primo capitolo?
GDM: Sì. Il secondo, se riuscirò a farlo, lavorerà sui colori complementari — arancione, verde, viola — e su altre categorie: disegni, paesaggi, natura. Vedremo.
AM: Le poesie dietro le opere funzionano molto.
GDM: Piacciono anche a me, quasi più delle immagini. Sono brevi, ma ognuna è legata alla formula che ha davanti.
AM: Nessuno sfoglia più le enciclopedie.
GDM: Infatti nella mostra ci sono anche due miei lavori del 1986: 1+1=0 e un quadro con una formula matematica impossibile.
Quel rettangolo in fondo — con la radice quadrata “dell’uguale al quadrato” — è un non senso. Non esiste. Ma soprattutto 1+1=0 l’ho voluto mettere in relazione con questo lavoro: 1 e 0 sono il codice binario, la base del computer.
L’enciclopedia è del ’73, quel lavoro è dell’86: all’epoca il computer era ancora poco diffuso, mentre l’enciclopedia era centrale. Oggi è l’inverso: l’enciclopedia è quasi abbandonata, mentre il codice binario è ovunque.
Anche allora, però, secondo me non la sfogliava nessuno.

AM: Dici che era già un oggetto di nicchia?
GDM: Sì, legato alla borghesia media italiana. Più un simbolo che uno strumento.
Anche questa che sto usando: mia suocera l’aveva comprata per le figlie “per studiare”. Mia moglie mi ha detto che l’avranno aperta una volta.
Era un oggetto da avere in libreria.
Però, allo stesso tempo, contiene una rete di riferimenti molto precisa. Non è un lavoro improvvisato, anche se molti collegamenti non sono immediatamente visibili.

AM: Mi aveva colpito vedere Andrea Pazienza.
GDM: L’ho aggiunto io. Come Malevich — che tra l’altro quasi nessuno riconosce.
Ho inserito moltissimi artisti: futuristi, impressionisti… Ci sono tutti, ma spesso passano inosservati.

AM: È anche bello perdersi e chiedersi: “Chi è questo?”.
GDM: Sì, è una forma di esplorazione.
La disposizione è quasi casuale. Cerino è al centro, accanto a lui ho messo il mio professore di letteratura contemporanea: un poeta straordinario. Scriveva in italiano, napoletano e latino.
Poi ho inserito anche Saverio Lucariello, un caro amico e un artista straordinario. Abbiamo fatto molte cose insieme a Napoli, tra cui una mostra che si chiamava Evacuare Napoli.
Poi le nostre strade si sono divise: io a Milano, lui in Francia. Negli ultimi anni ha fatto sculture in ceramica molto forti. È morto da poco.

AM: Le formule matematiche in forma narrativa funzionano molto.
GDM: Le poesie mi piacciono quasi più delle immagini.
AM: Le ho lette tutte.
GDM: Sono piccoli versi, ma ognuno è legato alla formula che ha davanti.

AM: Quindi sono generate con l’intelligenza artificiale, ma selezionate da te.
GDM: Esatto. Io fotografo le formule e le invio all’IA.
Poi lavoro sulla restituzione. Posso chiedere: “Fammi questa frase in modo topista”, oppure più poetica, più fluxus…

AM: “Fammela topista”. Fantastico.
GDM: [ride] Sì, ormai funziona così.

Gabriele Di Matteo, D.E.I., Wizard Lab, Milano, fino al 19 aprile 2026

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