Del gotico, distopico, postantropico, la letteratura argentina contemporanea ha tutti i numeri. E che l’alleanza con l’immaginario non sia mai stata interrotta, lo dice una tradizione di scritture del fantastico che, da sempre, permette una riflessione sul nostro presente passando attraverso traumi di civiltà, allucinazioni, scienze deviate, oscurità di nuovo conio, squarci improvvisi. Senza dover risalire fino al precoce (e ancora sorprendente) Eduardo Holmberg, passando ovviamente per Bioy Casares e Borges, risalendo fino ad Angélica Gorodischer e Carlos Chernov, quel palpito cupo di inquietudine pulsa ugualmente scomodo, contagioso, carico di una malia ipnotica nelle opere di Agustina Bazterrica, fino a Mariana Enríquez (la cui uscita più recente è “Un luogo soleggiato per gente ombrosa”, Marsilio).
Ed ora la Neo edizioni traduce in italiano “Polpa”, di Flor Canosa: romanzo nero, nerissimo – e utile, utilissimo a ragionare sul nostro tempo, sulle nostre storture, sulla caduta della dimensione collettiva della responsabilità (a favore della più comoda, giustiziera, onnipresente, “colpa”). E su tante, spaventevoli cose, che ci circondano.
Liberata dal dolore, ma non dalla paura. Questa è la società post-umana che Flor Canosa immagina nel suo romanzo Polpa, pubblicato di recente da Neo edizioni nella traduzione di Giovanni Barone.
E così, nelle pagine nelle quali la scrittrice argentina segue la storia che fa incrociare, nel non paesaggio di un non mondo, Irma a Lunes e a Enero, si torna al mito di Aurora: che ottiene sì dal padre Zeus l’immortalità per l’amato Titone; ma, non avendogli lei domandato l’eterna giovinezza, è costretta a obbedire alla maledizione perpetua di vederselo invecchiare per sempre davanti.
Gli uomini del tempo governato dall’ineffabile Rack (il Web è infatti ormai obsoleto) hanno quindi a disposizione una infinita serie di pillole, che cancellano ogni forma di sofferenza dal loro corpo. Per di più, la tecnologia biologica ha lavorato per affinare geneticamente la vita, contenendo le possibili imperfezioni. Dunque: se il male è stato escluso dai processi dell’organismo, per quale motivo tollerarne la sensazione?

Irma, la prima voce che sale dalle pagine del romanzo, è nata dentro un mondo nel quale ormai il dolore (non fisico) è stato vietato: anche la morte fa ormai parte di un meccanismo globale – la cancellazione (“polverizzazione”) viene operata con chimica algida e una rigida assenza di emozioni.
Ed è proprio dentro la casa di sua nonna morta che la incontriamo all’inizio, insieme alla madre, mentre avvengono le azioni, meccaniche e veloci, necessarie al congedo del corpo che più non è.
Ha dunque trovato la felicità, l’umanità senza dolore? Macché.
Cancellare il male dai corpi e vietarlo nelle menti non è per il tempo di Irma una conquista di libertà, bensì una estirpazione avvenuta tramite processo coercitivo: il controllo di un non ben identificato governo (di ricchi) esercitato sulla popolazione attraverso la paura.
Forse non sarà eterna la sofferenza dei corpi, quindi: ma la paura, invece, quella sì che è per sempre.
“Siamo come eravamo nel 1990, ma più soli, più tristi. E accompagnati da musica sempre uguale. Questo dice mia madre. Dice che sì, forse c’è stato qualche progresso nelle questioni biologiche per distrarci dal processo di svuotamento ideologico al quale ci stavano piegando”.
Il migliore, più proficuo ed economico deterrente che il governo post-umano utilizza per dominare la popolazione è la pena che nessuno conosce: è sufficiente l’idea di questa paura viscerale perché le volontà dei singoli si pieghino, e organizzino la loro vita secondo quello che l’autorità si aspetta:
“(…) non sono nemmeno necessarie le riforme, perché il corpo è programmato per compiere le sue funzioni: crescere, creare, riprodursi, eseguire, temere l’innominabile, appartenere a un potere superiore”.
Com’è, allora, la vita, in questo mondo? Uno stato di atarassia controllata nel dettaglio: non si mangia ma ci si nutre con cibi sintetizzati altamente vitaminici, proteici, calibrati (e non intelligibili); guai soffrire per più di 24 ore (pena: l’internamento); male – nel caso del corpo femminile, naturalmente – non procreare. I tempi consentiti per approfittare del calendario di accoppiamenti, apparentemente autodeterminati e liberi, sono limitati dall’età: altrimenti si scende di livello sociale.
Visto che la società è compartimentata in classi ben precise, per ciascuna è previsto un ordine di trasgressione su base patrimoniale.
Irma appartiene agli integrati produttivi: e nella sua storia di furia e disperazione (sì, del dolore non avrà memoria, ma dell’abisso comincia presto a fare esperienza) si compie una parabola di liberazione, aberrazione, autodistruzione – tutto insieme. Poiché, dentro un sistema che intontisce e compromette la verità (e la sua comprensione), l’affermazione umana dell’esistenza passa attraverso un ribaltamento di asse: il bene apparente ha il sapore del male, e il male autoinflitto diventa una via di affermazione.
Ospedali, case, stanzini, monitor, barriere, confini, limiti geografici: in un orizzonte sempre costrittivo Irma incontra Lunes (ricco, perverso, intelligente, sedotto dal solito superomismo alla Nietsche).
Nel tempo del post-umano, è direttamente Giulietta a chiedere a Romeo di distruggerla e di finirsi. E Frate Lorenzo si chiama Enero, e di Lunes è il fratello: sarà lui, la terza voce del romanzo di Flor Canosa, a diventare la regia occulta di una serie di eventi cupi, angoscianti, stralunati definitivi che danno origine alla svolta finale.
Quali sono le conseguenze di una società che ignora la necessità di una educazione all’affettività per l’individuo? Cosa accade quando, ignorando la sfera emotiva, il desiderio viene sostituito dal dominio, e crolla ogni umana comprensione di ciò che è bene, di ciò che ci fa bene, di ciò che fa bene?
Di tutte le domande che il romanzo di Flor Canosa (per niente comodo, per niente conciliante) muove, queste, di questi tempi, vale la pena farsele.