Fine pena mai. Veronica Barbato, davanti al dolore degli altri.

In Arte

La mostra Prisons: the confined separation – appena conclusa da Artphilein Library a Paradiso nel Cantone Ticino, dedicata al tema delle prigioni attraverso i fotolibri contemporanei – accanto ai libri ha presentato il progetto fotografico Fine Pena Mai di Veronica Barbato, che dà voce agli “altri detenuti”: le famiglie e le persone care di chi è in carcere. Genitori, figli, coniugi e compagni che, senza alcuna colpa, subiscono una pena invisibile fatta di assenza, stigma, solitudine e vite sospese. Attraverso immagini potenti e testi poetici, Barbato svela l’impatto silenzioso della detenzione su chi resta fuori dalle mura del carcere, offrendo una prospettiva intima e al tempo stesso universale.

Le mostre fotografiche di Art Philein sul tema del carcere hanno subito una trasformazione drastica con l’intervento di Veronica Barbato, intitolato Fine pena mai. Se in precedenza le fotografie ci facevano vedere spazi abitualmente chiusi al pubblico, e documentavano momenti intimi, di affezione empatica – penso in particolare a Mi Perro, la bellissima rassegna di Ronald Pizzoferrato sul rapporto tra i detenuti maschili e i cani nelle carceri venezuelane – questa volta Veronica ha voluto farci sentire direttamente “nel carcere”, come se fossimo noi dentro al carcere, o meglio ancora in una prossimità, in una zona che annusa le pareti e il complesso di Poggioreale. 

Per riuscire a un obiettivo così ambizioso, è ricorsa a una modellazione dello spazio white cube (attiguo alla biblioteca di Art Philein) che ha sporcato e trasformato in una summa di sensazioni che sta tra l’interno delle celle e l’ambiente del parlatorio. Ha scritto sui muri con la vernice (quindi ha messo molto colore), ha documentato la scansione del tempo e – insisto – ha sporcato l’ambiente con quella qualità che solo chi è stato in carcere conosce bene, e cioè il dato della promiscuità. Tanti corpi che non si ritrovano in uno spazio non solo perché costretti a starci ma anche perché costretti a stare gli uni vicini agli altri – a condividere un corpo spaziale che si apre, fatalmente, a una intimità.

Veronica ha intitolato il suo lavoro Fine pena mai perché ha utilizzato una formula tecnica (“fine pena”) per alludere a una condanna a vita – e l’ha fatto perché nel bel catalogo che accompagna la mostra, ha interrogato una serie di persone uscite dalla prigione e ha posto domande sul mancato rapporto con i familiari, in genere i figli.
“Ho mancato la prima comunione …”
L’aspirazione al mancante porta a bucare il contenuto delle fotografie, cioè ad amplificare le risonanze in chi guarda. Risonanze o ricordi ?

Io ho avuto una precocissima esperienza di San Vittore perché per un anno e mezzo, tra gli 8 e i 9 anni, sono stato a trovare mio padre e, trattandosi di una detenzione preventiva, ho conosciuto anche la disperazione amplificata dell’attesa: quando ne uscirò? Quanto Veronica mi ha fatto sentire corrisponde esattamente a un mondo in cui la trasformazione tecnologica non riesce ad attecchire sul profondo delle sostanze. Per anni ho creduto che il San Vittore del 1970-71 fosse diverso da quello degli anni di piombo, dopo il 77. Certo la porticina su viale Papiniano non ha più il chiavistello della mia infanzia, ci saranno molti più controlli delegati ma non è cambiata – da quello che posso immaginare – la sensazione, per i visitatori, di essere spogliati, di essere messi a nudo. In prigione si tiene il diario non solo per attestare l’esistenza nel tempo che passa – come si fa in mare – ma anche perché c’è una fuoriuscita incontrollata di interiorità.

Le interviste di Veronica documentano le contraddizioni una volta che un componente della famiglia è detenuto: voglio vedere i miei figli – ho paura che i miei figli vedano questo ambiente – ho paura che i miei figli mi vedano in questo ambiente. Morte tutte le persone che mi hanno portato in carcere da bambino, mi ritrovo solo con un ricordo che dentro di me ha preso forme molteplici e scansioni molteplici di significato. Limiti di identità e di responsabilità ; affioramento di una doppia personalità (e quindi identificazione con i perseguitati); affiatamento con una immaginazione sado-masochista che solo la pratica sessuale è arrivata a sciogliere. 

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