Il dramma di Tennessee Williams ritorna sulle scene con Sara Bertelà nei panni di Blanche: la sua interpretazione è straordinaria e vivida
I quattro personaggi assurti a mito e ad archetipo danzano incastonati, impauriti e incazzati in uno spazio lattiginoso, periferico e claustrofobico. Le persiane ricoprono le emozioni, infinite e isteriche; dietro si nasconde una New Orleans che potrebbe appartenere a qualsiasi epoca.
È una prigione della mente, senza atmosfere, un coacervo di fessure che lasciano intravedere la luce e le ombre senza accoglierle mai. Percorso inverso rispetto a quanto accade alla protagonista, Blanche DuBois. Straripante di pensieri, trabocca di desiderio, alla ricerca d’affetto e comprensione, fosse pure la benevolenza degli sconosciuti.
Nel Tram che si chiama desiderio ripensato da Luigi Siracusa e in scena al Parenti fino al 7 dicembre l’atmosfera riesce a duplicarsi seguendo rotte sia candide che metallicamente nevrasteniche. Siracusa, reduce dall’Otello e tra gli emergenti da tenere d’occhio, dimostra di saper tener testa al côté spettrale che Tennessee Williams si trascina – e si trascinerà – per sempre, oltre il tempo, oltre le definizioni.
Siracusa si destreggia bene, con il non detto in pieno stile Williams, con le reticenze, con la sessualità violenta e inespressa, con il terrore del corpo, con la consapevolezza della fallibilità umana. Con la ferocia dei ricordi, e le scene madri che esplodono quando ormai tutto è già macerato.
Le persiane ora luminose, ora ombreggianti della scena (immaginate dal regista stesso) invadono l’animo e i corpi disgraziati delle sagome a centro palco, più potenti delle urla, più infettanti del sudore. Sono proprio le persiane, spalancate e poi rinchiuse, dietro le quali rinchiudersi e spiare il corso delle cose, a decidere i destini di Blanche, di sua sorella Stella che cerca di non uscire da alcuna situazione, del brutale Stanley Kowalski e del suo migliore amico, Mitch, con mamma malata e repressioni a non finire.
Siracusa non ha paura del tempo in cui allestisce lo spettacolo, immortale nella sua contraddittoria friabilità. Uno spettacolo in cui Sara Bertelà dona un contributo emotivo fortissimo: la sua Blanche è affine eppure diversa dai modelli che l’hanno preceduta sullo schermo e sulle tavole del palcoscenico.
È, appunto, frammentaria, sorridente, vagamente lucida, umanissima, ancora inquietante: Bertelà porta con sé una dotazione d’attrice di razza, che sa come elevare un materiale di partenza tanto magmatico, quanto ingombrante.
Bertelà è uno di quei talenti che quando li vedi sul palco vorresti non smettessero mai di recitare, al di là della qualità dell’opera in cui appare, e questo adattamento del Tram non fa eccezione: interprete di pensiero, e non solo di furore, veicola la magia che Blanche vorrebbe sostituire al realismo, supportata da una regia tradizionale e diligente e da un cast – Stefano Annoni, Silvia Giulia Mendola e Pietro Micci – convocato per muoversi, con abilità e mestiere, a traino di una protagonista d’eccellenza.