Fango, paura e mucche: se il western diventa esistenziale

In Cinema

Dopo “Meek’s Cutoff”, con l’indomita pioniera Michelle Williams, la regista americana Kelly Reichardt torna in “First Cow” a interrogarsi sulle radici violente della società americana in un film stavolta tutto al maschile. La storia dell’incontro tra King-Lu e Cookie, che nell’Oregon sperduto dell’Ottocento, col latte di una mucca solitaria riusciranno a sopravvivere e costruire un business, racconta la forza dell’amicizia che osa sfidare le spietate regole del potere e del profitto

Lo chiamano Cookie (John Magaro) e arriva da Boston, è un uomo mite e sorridente, si guadagna da vivere cucinando per gruppi di cacciatori di pellicce in marcia nei boschi dell’Oregon. Siamo nella prima metà dell’Ottocento e di uomini in cerca di fortuna nel grande ovest americano ce ne sono tanti. Ma non a tutti sembra arridere la buona sorte. King-Lu (Orion Lee), per esempio, immigrato dalla Cina, un bel giorno si ritrova tutto nudo e infreddolito, costretto a nascondersi tra i cespugli per sfuggire a qualcuno che lo vuole morto. Solo grazie all’intervento di Cookie riesce a salvarsi, e questo piccolo gesto di solidarietà si trasformerà nel primo mattone di una grande amicizia.

I due protagonisti cercheranno insieme una via d’uscita dalla miseria, nell’immediato, ma tenteranno anche di costruire, in prospettiva, un progetto per il futuro. Troveranno una soluzione nella “prima mucca” del titolo: una povera mucca solitaria importata in Oregon da un ricco imprenditore inglese (Toby Jones) e abbandonata al suo destino in mezzo a un campo, a una certa distanza dalla casa del padrone. Cookie e King-Lu sapranno approfittare dell’occasione e cominceranno a mungerla di nascosto, utilizzando il latte per cucinare frittelle da vendere a soldati, cacciatori ed esploratori di passaggio, ma soprattutto al ricco inglese in persona. Un progetto in apparenza facile da realizzare e assai redditizio, in pratica destinato a schiantarsi contro le durissime leggi della Frontiera.

La regista americana Kelly Reichardt torna a interrogarsi sulle radici intrise di violenza del capitalismo americano, esplorando l’identità di un popolo che nella mitologia del selvaggio West non ha mai smesso di identificarsi. Il fulcro di questo film elegiaco e coinvolgente è però l’amicizia come patto di solidarietà di forza inaudita e infinita resilienza, anche quando gli individui che la incarnano sono costretti a soccombere alle spietate regole del potere e del profitto che governano ancora e sempre il mondo.

Nel precedente Meek’s Cutoff, i sentieri del West erano ripercorsi attraverso lo sguardo della indomita pioniera Michelle Williams; qui abbiamo al contrario un cast quasi interamente maschile, ma l’approccio dell’autrice (ancora una volta al lavoro insieme allo scrittore Jonathan Raymond) rimane molto simile. Anche First Cow lo potremmo definire un western esistenzialista, che procede lento e richiede una buona dose di pazienza, soprattutto nella prima ora, da affrontare assecondando il ritmo di una narrazione che rifiuta il facile romanticismo e concentra l’attenzione sui gesti quotidiani, sul fango e sulla paura, sui dettagli realistici di un mondo lontano dal mito ma vicino alle origini. Un film fatto di silenzi e di volti, intriso di poesia, gentilezza e compassione. Nonostante tutto.

First Cow di Kelly Reichardt, con John Magaro, Orion Lee, Toby Jones, René Auberjonois, Todd A. Robinson