Vita e opere di Gigione, il tamarro timorato di Dio che fa ballare il paese

In Weekend

Un’Italia extraurbana in cui convivono sesso, fede e pancia piena. E che vuole scatenarsi con Gigione, al secolo Luigi Ciaravola, settantenne cantante del profondo Sud italico devoto di Madonne e del Papa che riempie palasport, piazze e feste patronali. ‘Essere Gigione’ è il documentario, affettuoso e con un tocco di malinconia, di Valerio Vestoso che racconta un paese un po’ antico, periferico e vitale

Essere Gigione, ovvero fenomenologia di un tamarro timorato di Dio. Forse potrebbe essere questa la definizione più sintetica che esce dall’istruttivo e divertente documentario del beneventano 31 enne Valerio Vestoso, che come molti reporter dello spettacolo è equilibrato, ma si dimostra in fondo affezionato esegeta del personaggio che ha scelto di raccontare. Questo 70 enne crooner del profondo Sud italico, che fa il pieno tra teatrini e palasport, strade e piazze, matrimoni e cerimonie, arrivando a 170 serate e 700mila spettatori l’anno, fu lanciato, dopo una gavetta non brevissima tra i “giovani cantautori napoletani” (lui in realtà è nato nella cintura, a Boscoreale) una trentina d’anni fa in tv da Maurizio Costanzo. Ebbe così modo di eseguire in un “salotto buono” una canzone, poi scandita a gran voce in ogni concerto dai suoi fan, La campagnola, che inneggia a “i cosce” della medesima lavoratrice dei campi, con cui si sogna di far l’amore in agresti location. E si potrebbero aggiungere molti altri titoli (e relativi testi) quanto meno allusivi, da Il ballo del pisello e Lecca le, da Cara ti tocco a La carcioffola, alla rivisitazione partenopea di La isla bonita di Madonna.

È altrettanto vero però che l’altra metà del suo successo ha robuste ascendenze, o almeno ispirazioni, religiose. Gigione, termine che secondo la Treccani indica “nel linguaggio teatrale attori, anche di merito, che tendono a strafare, o a raggiungere facili effetti scenici” (di lui è il minimo che si possa dire), nato Luigi Ciaravola, negli anni si è fatto vedere e applaudire su bus diretti a San Giovanni Rotondo a omaggiare Padre Pio, è un devoto di madonne di grande cartello come quelle di Lourdes o di Loreto, e oggi si schiera senza tentennamenti tra i sostenitori appassionati di sua santità Bergoglio, che celebra così: “Sei venuto da tanto lontano per portare la pace tra noi”. E nel film aggiunge “Chisto è o Papa che’mme piace”.

Sarebbe facile attribuire questo connubio sacro-profano alla furbizia di acchiappare, su cd e ai concerti, pubblici lontani e diversi, cosa che pure lui rivendica (nel film un suo amico racconta che ai suoi show vanno i ragazzi dei centri sociali e gli studenti universitari, i pastori e i contadini, i medici e gli avvocati), ma piuttosto corrisponde alla realtà di un’Italia extraurbana nel cui impasto vitale convivono sesso, fede e pancia piena. Siamo abbastanza lontani dal popolarismo di Reality di Matteo Garrone, da quel tipo di proletariato cittadino, ormai irrimediabilmente contaminato dai peggiori valori e comportamenti mediatici, che sogna solo una serata, o meglio ancora, il proprio matrimonio, accanto al tronista di turno o alla star del Grande fratello. Qui siamo un po’ più indietro nel tempo culturale, e curiosamente nel film qualcuno cita PierPaolo Pasolini a proposito del “popolo dell’Appennino”, che sarebbe tutto sommato quello di Gigione, tra piccoli centri di Umbria e Marche (ad Assisi, altro topos cristiano, abbiamo fatto il pieno, garantisce orgoglioso), Lazio, Puglia e Campania. Un popolo che si diverte di più a mettersi i vestiti coi lustrini per scatenarsi sotto il cielo d’estate senza freni inibitori (per sesso, stazza o altro) nel Ballo del Gigione (altra hit assoluta), che a lustrarsi gli occhi davanti ai sex simbol dell’ultima edizione dell’Isola dei famosi.

Il film inizia, nientemeno, che con una citazione attribuita a Platone, assai veritiera ma che francamente avrebbe potuto venire anche da vette meno siderali del pensiero filosofico: “Se volete conoscere un popolo, dovete ascoltare la sua musica”. Per Gigione però è particolarmente azzeccata, perché nel suo sound, direbbero a Nashville (o nella più “up to date” Austin), che sono tre accordi ritmati e ballabili, parole immediate, elementari, a volte sessualmente allusive, gestualità yankee-campana e apparato scenografico familiare, c’è davvero tutto del suo rapporto con un pubblico divertito e adorante. Non meno ambizioso il titolo, Essere Gigione, che rimanda palesemente (e autoironicamente) a quel Being John Malkovich, scritto da Charlie Kaufman e diretto da Spike Jonze, tre nomination all’Oscar 2000, che peraltro era la cosa meno simile a un documentario biografico che si sia vista di recente al cinema.

Invece qui siamo, forse con uno stile un po’ tradizionale, al classico “on the road” musicale, con la star che stacca il biglietto dell’autostrada, saluta i fan all’arrivo, firma dischi e magliette, si presta ai selfie e si lascia intervistare con la sua band-crew familiare (il fratello è batterista, i figli Donatello e Menayt cantano e ballano con lui sul palco), che sembra più vicina a un vecchio modello di compagnia circense che a una moderno complesso che fa un rock con vena melodica ultra-popolare. Ma anche questo approccio un po’ antico e casereccio ci sta col personaggio, con lui che tra un panino hot e un piatto di pasta definisce la sua musica “un pranzo completo che acchiappa tutte cose, nei pub e nelle balere, d’inverno e d’estate”. Qui viene anche in mente il leggendario Peppino Gagliardi, altro crooner melodico di area napoletana, che, alcuni decenni fa in una trasmissione tv, davanti a una montagna di tagliatelle al sugo, forte di un tovagliolo difensivo a tutta camicia, dichiarò “A me me piace Sciopen”. E c’è spazio anche per il vecchio attrezzista, con lui da una vita, che ricorda la superiore organizzazione della sua precedente star, Gianni Nazzaro, forte di un’agenzia di trasporti, “mentre oggi noi dobbiamo montare e smontare, giorno e notte, come se fossimo tutti Diabbolìk”.

“Salutam a’soreta”, declama Gigione allegro sullo sfondo (sonoro) di un sax aggressivo e (visivo) di un lato b di una giovinetta, e quando un amico intervistatore accenna a qualche domanda birichina sui malumori casalinghi derivati dal continuo, inevitabile, contatto con le fan, lui amabilmente suggerisce: “Fatti li c… tua”. Il film si diverte a intervallare tutto questo trash con malinconici contrappunti di piano e tromba, come a suggerire un minimo di straniamento. Ma subito il Gruppo Fan Orte, un simpatico drappello un po’ agée con striscione e cappellini in tema, ripristina il giusto climax evocando Picasso per suggerire le vette artistiche del Ciravola e un entusiasta imitatore adolescente si scatena in Zi Nicola, hit della prima ora. Passano le sue trasmissioni in diretta a Insonnia Tv e Teleuniverso, ma anche l’incontro con una ragazza costretta alla carrozzella (lei aspirante danzatrice) da un incidente d’auto, alla quale Gigione dona dischi, affetto, magliette firmate in diretta. La star, la musica, sanno anche consolare.

Il finale ha un tocco malinconico: l’età avanza, cominciano a pesare i troppi concerti, c’è anche qualche faticosa puntata all’estero (Zurigo) con alzatacce successive per prendere l’aereo e tornare il giorno dopo a Frosinone, nella sua amata provincia. Ma soprattutto le nuvole si addensano sull’impresa familiare, sul dopo. Confessa un suo esegeta, che riappare più volte nel film a commentare questa lunga carriera in scena: “Che accadrà quando Gigione smetterà di cantare? Dovessi dire ciò che penso, ho paura che quando finisce lui, finisce tutto”. Ma il crepuscolo di Gigione non sembra ancora così vicino.