Fino al 19 aprile 2026 Viasaterna presenta a Milano la mostra fotografica personale Elisabetta Catalano, Cinema, Moda e Performance, dedicata a quella che è stata una delle più importanti fotografe italiane attive a partire dagli anni Sessanta. L’esposizione, curata da Laura Cherubini e realizzata in collaborazione con l’Archivio Elisabetta Catalano, attraverso un corpus di oltre cinquanta opere, per la maggior parte vintage, racconta l’ampio e variegato percorso artistico di questa fotografa, interprete profonda del suo tempo e sua vividissima testimone.
Cinema, Moda e Performance è il titolo della mostra della fotografa Elisabetta Catalano ospitata presso gli spazi della Galleria d’arte Viasaterna, fino al prossimo 19 aprile. Gli scatti esposti sono divisi in tre aree tematiche, come suggerito dal titolo, e quello che balza subito all’occhio è la moltitudine di immagini e soggetti presenti, unitamente alla disposizione che ne favorisce fruibilità e comprensione, creando una narrazione che assorbe e coinvolge, proiettando lo spettatore nel secondo Novecento in compagnia di svariati personaggi, oggetti ed ambientazioni peculiari per quell’epoca. Si rischierebbe di essere prolissi e cadere nella noia cercando di creare un excursus di tutte le pose presenti, mentre è invece molto più interessante affrontarle estrapolando la verità esistente non dentro ma dietro ciascuna narrazione, operazione possibile grazie al racconto che emerge dalla viva voce di Laura Cherubini, curatrice della mostra ma soprattutto amica di una vita.

Già dallo scatto esposto all’ingresso si evince quale sarà il registro dell’esposizione: la storia dietro la storia, il discernimento tra quello che decidiamo di mostrare ed il backstage delle nostre esistenze. Appena entrati nello spazio infatti ci accoglie una foto in bianco e nero, una delle poche che ritrae Elisabetta nel suo studio a Roma negli anni ‘70. Non le piaceva farsi fotografare, ma – come dice Cherubini – era senza dubbio la più bella, tanto che Federico Fellini insistette affinché nel ’63 comparisse, anche se per poco, nel suo film 8 1/2. Tra i due era nata una forte intesa, al punto che lei lo convocava in studio per fotografarlo mentre lui la voleva sempre con sé sul set. La città delle donne, Prova d’Orchestra, La voce della luna, lo seguì ovunque, fino ad immortalarlo nel suo studio prima dell’attribuzione dell’oscar. In mostra sono esposte due foto, di cui una iconica che ritrae il maestro di spalle davanti alla scenografia del Satyricon. Ma i rapporti di Catalano con i registi non si esauriscono qui: celebre è infatti la performance fotografica del ’74 con Pasolini, in cui lei gli proietta addosso i fotogrammi de Il vangelo secondo Matteo.

Sempre riferendosi alle proiezioni entriamo nella prima sala, dedicata all’arte, dove si trova Fermata d’Autobus di Fabio Mauri, restituzione per immagini dell’installazione performativa del ’95 curata da Achille Bonito Oliva dove compare, in una Roma notturna e misteriosa, un uomo di spalle, lo stesso Mauri, la cui ombra si profila sull’autobus su cui è proiettato il volto di una donna, disturbata dai tergicristalli in movimento. Fa parte del ciclo Luce Solida, cominciato alla fine degli anni ’50, che include anche le celebri Il peso del pensiero – una vecchia bilancia che segna un peso con un’immagine proiettata sui numeri – e Il peso della luce, in cui il film Alphaville di Godard con Anna Karina viene proiettato sul corpo di una modella. Le tre opere sono metafora del concetto che le idee, la storia e le immagini si fanno portatrici di un peso specifico che spesso schiaccia persone. Questo lavoro più altri attigui presenti nella sala sono ad opera di Fabio Mauri, oltre che artista compagno della Catalano. I due, assieme a Cherubini e ad altri artisti del calibro di Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni – La Scuola di Piazza del Popolo – fanno parte dell’anima più intellettuale della Scena Romana tra gli anni ’60 e ’90.

Nella stessa stanza sono presenti anche altre coppie celebri della storia dell’arte: nell’opera Plagio, collaborazione tra Vettor Pisani e Michelangelo Pistoletto, i due artisti si appropriano uno dell’opera dell’altro e di immagini storiche per riflettere sul tema dell’originalità dell’arte. Durante la preparazione dell’opera Pisani espose Maria Pioppi (moglie di Pistoletto) nuda davanti a un torchio tipografico, citando il ritratto di Man Ray a Meret Oppenheim. Cherubini ricorda che uno dei tanti motivi per cui Catalano è diventata famosa è la maternità della Performance in Studio. La performance e l’happening sono arte effimera. Alcuni artisti, uno per tutti suo marito, le chiedono di andare in studio da lei per fermare e tramandare il momento con la fotografia: esempio di questo processo le due opere rappresentanti Gilbert e George – coppia di artisti che considerano il proprio corpo come oggetto d’arte, a volte dipingendosi volto e mani con polveri metalliche – dal titolo Living Sculpture, fotografati presso lo Studio Sargentini di Roma. Rimanendo sul tema dei luoghi, significativo è lo scatto La Luna (sempre di un lavoro di Mauri) che immortala Paola Pitagora – moglie di Renato Mambor, artista di cinecittà – sdraiata nel polistirolo utilizzato per simulare la superficie del satellite. Pitagora è famosa per aver scritto il libro Fiato d’artista. Dieci anni a piazza del Popolo, che narra del quotidiano di molti artisti citati fino ad ora. L’opera è creata per essere presentata alla galleria romana La Tartaruga nel maggio del 68, contestualmente alla rassegna Teatro delle Mostre: in quell’occasione, ogni artista trasformava per un mese lo spazio. Tra gli altri vi parteciparono Giosetta Fioroni con La spia ottica, foro dal quale gli spettatori osservavano una donna nel quotidiano, e Alighiero Boetti con Cielo, parte della sua investigazione sulla natura.

Come detto, oltre all’arte un altro tema presente in mostra è la moda. Ed eccoci proiettati nella seconda stanza con linee di abiti che hanno caratterizzato un’epoca, fine anni 60 – inizio 70, per le pagine di Vogue o indossate da attrici di fama mondiale. Una per tutte Ornella Vanoni, omaggio a Milano, in un capo lungo, verde smalto e fiammeggianti capelli rossi, mentre sembra giocare davanti all’obiettivo con una sciarpa che porta al collo. E come lei Marina Ripa di Meana, Claudine Auger, Talitha Getty, Virna Lisi, immortalate in servizi di moda o in momenti pubblici. E un giovane Valentino in uno scatto degli anni ’70, occhiali a goccia, calzoni e cravatta beige, maglioncino blu e sigaretta, pare guardare gli spettatori da una posa elegante e sfrontata: alle sue spalle un quadro che lo ritrae e tre modelli che indossano i suoi classici maglioni a righe colorate.

Ritornando verso l’ingresso si ha accesso al piano inferiore che occupa la terza e quarta stanza dedicate al cinema: in Linea Italiana, scatto del ’77 per un servizio moda Rai, compaiono delle modelle in pelliccia, emblematiche del cambiamento anche ideologico avvenuto durante gli anni, visto che oggi la rappresentazione di questi capi d’abbigliamento è soggetta a restrizioni ben più severe. Proseguendo nel percorso troviamo dei ritratti di donne, ritenuti tra gli scatti più rappresentativi di Catalano, che oltre al corpo ne sapeva rappresentare anima e carattere: una Stefania Sandrelli dalle linee morbide e dal volto etereo ed innocente si accompagna ad altre attrici entrate ormai nel mito come Monica Vitti e Claudia Cardinale, per citarne alcune. Infine, la stanza dedicata alle produzioni cinematografiche, dove il tema del doppio sembra farla da padrone ed è giocato tra ironia, mistero e memoria, in una relazione mai banale né stereotipata. In Per favore non mordermi sul collo del ’68 ad esempio, il muso di un cavallo in primo piano è seguito da una slitta che trasporta una sorridente Sharon Tate, con alle spalle Roman Polanski che la osserva con sguardo quasi indagatore. Scatto reso ancor più intenso dalla ben nota fine dell’attrice che, solo un anno dopo, cadrà vittima del brutale assalto dei membri della setta di Charles Manson. E ancora troviamo, quasi lo scatto li sorprendesse per caso, i magnifici Florinda Bolkan e Luchino Visconti che si recano alla prima de Lo straniero del ’68 al cinema Embassy. Mentre in Sette uomini d’oro, film di Marco Vicario del ’75, Rossana Podestà e Philippe Leroy sono impegnati in un furto di lingotti d’oro, imbracciando un fucile e mimando pose teatrali.

Si potrebbe proseguire ulteriormente nella descrizione delle oltre 50 opere provenienti dall’Archivio Catalano utilizzate per creare questo avvincente percorso alla riscoperta della poetica e delle tematiche trattate da quella che per certo è stata una delle fotografe più influenti che l’Italia ha ospitato, attiva a Roma dalla metà degli anni ’60 fino al 4 gennaio 2015, giorno della sua scomparsa che la colse ancora pienamente immersa nel lavoro. É invece interessante entrare nel vivo di alcune delle sue narrazioni per immagini per evidenziare come per oltre 50 anni, da quando debuttò quasi per caso con la vecchia fotocamera del padre, Elisabetta Catalano si sia fatta portavoce della cultura italiana ed internazionale descrivendo meglio di chiunque il pensiero e le intenzioni sottese dietro ad ogni azione. Un piccolo tesoro narrativo, portato negli anni in prestigiosi spazi espositivi in tutta Italia ed all’estero, arrivando in paesi come Stati Uniti, Francia e Russia, e che ha trovato in questa tappa milanese una definitiva consacrazione nelle eccellenze della storia della fotografia del nostro paese.