Nell’87 usciva il modesto “L’implacabile” con l’attore body-builder. Ora l’adrenalinico regista inglese Edgar Wright lo ricorda con “The running man”, tratto come l’originale da un libro del grande scrittore americano. E ispirati da King sono altri due film approdati un questi mesi nelle sale e la serie tv “Welcome to Derry”. Qui tocca a Glenn Powell il ruolo da protagonista, uno scalcagnato eroe per caso della working class, in un remake riuscito il cui stile si colloca a metà tra videoclip e cinecomic
Non c’è alcun dubbio che Stephen King appartenga a quella cerchia di romanzieri legati da sempre a doppio filo all’industria cinematografica americana. Ma se nomi come Crichton, Clancy o Grisham, dopo il boom di fine secolo scorso, hanno visto gradualmente calare l’interesse di Hollywood nei confronti di uno stile di narrazione ormai lontano dai canoni del moderno intrattenimento su pellicola, per il quasi ottantenne maestro del brivido è ancora tutta un’altra storia. Dall’esordio nel 1976 con Carrie di Brian De Palma, passando per capolavori come Shining di Kubrik o gli indimenticabili Stand By Me e Il Miglio Verde, fino ai più recenti The Life of Chuck e The Long Walk, è quasi impossibile tenere il conto degli adattamenti da suoi romanzi e racconti brevi per il grande e piccolo schermo.
Non è un caso, allora, che il nome di King compaia in questi giorni sul cartellone di ben tre film e una serie in contemporanea: oltre ai già citati Life of Chuck e The Long Walk e al prequel a puntate di It, Welcome to Derry, ecco ricomparire nelle sale The Running Man, titolo che per i fan di lunga data (e con un certo gusto per il kitsch) non potrà che suonare molto familiare. Come per la versione più recente del pagliaccio assassino diretta da Andy Muschietti, infatti, anche la nuova fatica dell’adrenalinico regista inglese Edgar Wright altro non è che il remake di un vero e proprio cult nella filmografia dello scrittore. Con il solito, fantasioso, stravolgimento di titolo acchiappa-pubblico per il mercato italiano, nel 1987 usciva nei cinema italiani L’implacabile, con un improbabile Arnold Schwarzenegger nei panni del personaggio principale. Una scelta probabilmente azzeccatissima sul piano commerciale, e capace di elevare nell’olimpo della fantascienza anni ’80 a basso budget una baracconata senza capo né coda, a metà tra un brutto fumetto e uno show di wrestling, agli antipodi in tutto e per tutto rispetto a toni e spirito del romanzo d’ispirazione.
Da questo punto di vista (e nonostante il suo solito sorrisetto da schiaffi) funziona molto meglio il nuovo “fuggitivo” interpretato da Glenn Powell: meno appariscente rispetto a Schwarzy in tutina gialla, forse, ma proprio per questo più credibile nelle vesti dello scalcagnato eroe per caso della working class prossima ventura, costretto a sopravvivere per soddisfare il pubblico di un sadico reality-show estremo. D’altra parte, a fornire la componente spettacolare ci pensa già abbondantemente la regia di Wright, con il suo consueto stile a metà tra il videoclip e il cinecomic, già visto in Ultima Notte a Soho, Baby Driver – Il Genio della Fuga, e soprattutto nel geniale Scott Pilgrim vs. The World. Stavolta tuttavia il cineasta britannico riesce a tenere a freno la creatività per usarla quanto e dove basta, ammiccando con affetto allo spirito da cyberpunk low-budget della versione precedente, e garantendo nel contempo una fedeltà quasi assoluta al testo originale, come già riconosciuto da più parti e dallo stesso Stephen King.
Il tutto ovviamente, scandito dal solito ritmo folle di inseguimenti, scazzottate e sparatorie spettacolari quanto surreali, buone per far emergere l’immancabile lato più action e muscolare dell’interpretazione di Powell e soci. Ottimo, in tal senso, anche il cast di contorno, composto in un gioco d’incastri e continue scoperte, e capace di mantenere con convinzione il pubblico incollato alla poltrona. Giganteggiano, come preventivabile, i demoniaci Josh Brolin e Colman Domingo, rispettivamente regista e conduttore del network televisivo/multinazionale senza scrupoli, ma se la cavano egregiamente anche un quasi irriconoscibile Lee Pace e i sempre affidabili William H. Macy e Michael Cera, graditissimo ritorno alla corte di Wright dai tempi di Scott Pilgrim. Trovano invece spazio a fatica, nelle due ore abbondanti di testosterone, le parti femminili: il personaggio di Emilia Jones è poco più che una macchietta rispetto alla sua controparte letteraria, mentre Jayme Lawson, vista di recente nell’interessante Sinners, pare messa lì come espediente narrativo e nient’altro.
Peccati veniali, che non scalfiscono minimamente il giudizio più che positivo su una pellicola capace di dare tanto con poco, intrattenendo con furbizia e centrando in pieno l’obiettivo prefissato. The Running Man non sarà certo fantascienza “alta” né un blockbuster a tutti i livelli, ma è divertimento con un anima, oltre che un sincero omaggio (ma in forma moderna, e non è poco) ai classici del cinema sci-fi distopico del bel tempo che fu.
The Running Man di Edgar Wright, con Glenn Powell, Josh Brolin, Colman Domingo, Lee Pace, William H. Macy, Michael Cera, Emilia Jones, Jayme Lawson