Il regista Mahdi Fleifel, cresciuto in un campo profughi in Libano, in “Verso una terra sconosciuta” racconta la realtà quotidiana di Chatila (rimando a una strage di esuli palestinesi) e Reda. Immersi in un clima di miseria materiale e morale, tra piccoli furti, dipendenza e prostituzione, sognano una nuova vita in Germania e studiano un piano folle per realizzarla. Passato a Cannes è un drammatico racconto di amicizia e disperazione, che unisce atmosfere noir e denuncia sociale. Ottima la coppia di attori
Finisce con una struggente citazione/omaggio a Un uomo da marciapiede, Verso una terra sconosciuta, secondo lungometraggio del regista palestinese Mahdi Fleifel, cresciuto nel campo profughi di Ein-el-Helweh in Libano e debuttante già nel 2012 con Un mondo non nostro. Negli anni successivi molti suoi corti sono stati premiati in festival importanti come Berlino (Un uomo ritorna) e Cannes (Un uomo che sta annegando), e lo scorso anno alla Quinzaine des Realizateurs è passato questo terribile affresco sulla comunità di rifugiati palestinesi di Atene, una sorta di sviluppo di un altro suo precedente corto, che ha due amici in primo piano come il capolavoro di John Schlesinger con Dustin Hoffman e John Voight ma di certo non ne riproduce le inclinazioni melò.
Anzi, forte delle ottime prove dei due attori Mahmood Bakri, figlio del più noto attore palestinese Mohammad, e Aram Sabbah, mette al centro di un racconto declinato quasi in salsa thriller l’infernale realtà dell’esilio permanente di un popolo, le spaventose condizioni di vita e sopravvivenza, ma più ancora di questo l’incombente convinzione che al di là di qualunque sforzo non c’è alcuna reale speranza di sfuggire a un destino di povertà e disperazione. E questo vale per i due protagonisti, per le altre figure che ruotano intorno a loro, e anche per quelle lontane, come madri e mogli che hanno avuto la “sfortuna” di non approdare in Europa, presenti nel film solo come amorose voci al telefono.
Chatila (nome che come si sa rievoca una strage tra le più orribili di rifugiati palestinesi) e Reda, dopo una vita di piccoli furti, minima prostituzione, documenti falsi, organizzano un piano criminoso e impossibile per approdare in Germania e aprire un bar: ma sono fermati, prima ancora che dalle innumerevoli difficoltà e pericoli che si trovano di fronte, dalla loro incapacità di levarsi di dosso dipendenze e “amici” tossici, e in fondo al loro cuore anche dalla convinzione che il mondo nulla ha in serbo di positivo per loro. Così è stato nel passato e il futuro appare assai poco più promettente. A loro resta fino alla fine solo un’amicizia tenace e disperata, a tratti capace perfino di far loro dimenticare la durissima realtà delle loro esistenze e anche di trasmettere un notevole pathos allo spettatore.
Dopo l’Oscar al bellissimo documentario israelo-palestinese No other land, e accompagnati da un’emozione collettiva che ha toccato molti in seguito agli eventi di Gaza e Cisgiordania, sono approdati in questi ultimi mesi sui nostri schermi diversi film di registi e registe e con interpreti che richiamano i temi politici e sociali della sanguinosa guerra in corso in Medio Oriente. Da La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania a Tutto quello che resta di te di Cherien Dabis a questo noir di atmosfere un po’ anni Settanta e un po’ polar. Tutti film importanti e interessanti non solo per i temi richiamati, ma anche per le qualità intrinseche che mostrano sullo schermo.
Verso una terra sconosciuta, di Mahdi Fleifel, con Aram Sabbah, Mahmoud Bakri, Angeliki Papoulia, Mouatza Alshaltouth, Manal Awad, Monzer Reyahnah, Mohammad Ghassan, Mohammad Alsurafa