I segreti del doppio e l’inferno di una coppia: la bella Chloé nel nuovo ero-noir di Ozon

In Cinema

La splendida e diafana Marine Vacth è di nuovo protagonista, dopo “Giovane e bella”, del cinema di Ozon: in “Doppio amore”, dramma in cui deflagra la relazione tra una ragazza malata e il suo psichiatra (e anche il suo gemello), molti temi sotto il microscopio e vari riferimenti cinefili. Per una mano registica che si fa via via sempre più perturbante e crudele, ma anche elegante e limpida

Chloé (Marine Vacth), protagonista di Doppio amore di François Ozon, ha 25 anni e un lavoro banale, la guardasala in un museo che espone opere enigmatiche, proprio come lei. Soffre da sempre di orribili mal di pancia, e proprio nella prima scena la troviamo distesa sul lettino di una ginecologa, dove si è sottoposta all’ennesima infruttuosa visita per cercare di scoprire l’origine di questo malessere ostinato, in gran parte incomprensibile. La scelta di andare in terapia da uno psichiatra sembra quindi inevitabile. Non così inevitabile, invece, è quello che succede dopo, anche se forse nemmeno tanto raro: lo psicanalista Paul Meyer (Jérémie Renier) e la paziente si innamorano perdutamente l’uno dell’altra. I due hanno giusto il buon senso di interrompere la terapia, prima di buttarsi a capofitto nella relazione.

Comunque, tutto sembra procedere per il meglio, fino al punto di decidere di andare a vivere insieme, in una bella casa con magnifica vista su Parigi, in compagnia di un gatto molto hitchcockiano e di un’inquietante vicina di casa che sembra arrivare dritta dritta da Rosemary’s Baby di Roman Polanski. Dopo un iniziale barlume di felicità, il rapporto ben presto si attorciglia, e deflagra nel momento in cui Chloé scopre per caso l’esistenza di un fratello gemello di Paul, che, guarda caso – particolare fra l’inquietante e l’incredibile – non solo ha le sue identiche sembianze, ma fa anche lo stesso lavoro, soltanto in un altro quartiere. Da qui in avanti la situazione, come da inevitabile copione, si fa aggrovigliata, pericolosa, a tratti semplicemente folle.

È un’esplorazione del tema del doppio, l’ultimo film di Ozon, tratto da un racconto di Joyce Carol Oates dal titolo Lives of the Twins. Ma è anche una discesa negli inferi della coppia, un ritratto dalle mille sfaccettature di ciò che può riservare un amore, un doloroso itinerario all’interno di una mente umana. Tutto questo dentro l’involucro di un thriller ad alto tasso erotico, quasi un horror, man mano che ci si avvia verso lo sconcertante finale. Un film sorprendente, elegante, crudele, sovraccarico eppure paradossalmente limpido, preciso nel suo incedere da entomologo attraverso i vizi e i vezzi di un’umanità sperduta alla ricerca di un’impossibile felicità, o anche solo di un equilibrio meno disgraziato fra sé e gli altri.

Viene in mente il David Cronenberg di Inseparabili ma anche Brian De Palma di Le due sorelle oltre al David Lynch di Mulholland Drive, e magari anche un po’ di Eraserhead – La mente che cancella. Citazioni e riferimenti cinefili in effetti abbondano nel film, impossibile non notarlo, però bisogna al tempo stesso riconoscere che il tema del doppio non è certo alieno all’universo ozoniano, popolato com’è di riflessi e rispecchiamenti, ossessivi inseguimenti dell’altro e dualità in conflitto permanente.

Inizialmente fin troppo algido e distaccato, lo sguardo del regista si fa man mano incandescente, eccessivo, perturbante. Ozon non è mai stato un autore per palati facili. Il pubblico medio che frequenta le sale cinematografiche per divertirsi e distrarsi solo di rado ha trovato in questo regista francese pane per i suoi denti. Certo, 8 donne e un mistero ha conquistato con facilità il pubblico, ma che dire di Ricky o Nella casa? E Doppio amore fa un passo in più sulla strada di un cinema affilato fino a rischiare di essere respingente, risoluto nel suo negarsi alle facili convenzioni, capace di inseguire un’idea di bellezza di certo non per tutti.

A partire dalla scelta della sua protagonista, Marine Vacth, già al centro della scena in Giovane e bella, sempre di Ozon. Un corpo offerto il suo, nudo (spesso), fragile (sempre), talmente esile da apparire evanescente. Bello, certo, ma di una bellezza che disturba, perché quella magrezza estrema – che pure risponde ai canoni violentemente antifemminili di certa moda imperante – conferisce alla protagonista una parvenza talmente diafana e sfuggente da impedirle di occupare stabilmente il centro della scena. E così, come un’ombra, tende costantemente a scivolare fuori dallo schermo, e noi ci troviamo a doverla inseguire. Ma forse proprio in questo meccanismo un po’ perfido e assai malato risiede il fascino sottile e morboso dell’ultimo film di François Ozon.

Doppio amore di François Ozon, con Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond, Fanny Sage, Jean-Édouard Bodziak, Antoine de La Morinerie, Jean-Paul Muel