Il gioco dei potenti alla corte di Don Carlo. Carsen forza il finale e Rodrigo diventa re

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La monumentale opera di Verdi rivisitata da Carsen alla Fenice di Venezia con un colpo di scena che solleva polemiche. Fastosa e ricca di colori la direzione di Myung-Whun Chung

Superati i traumi da acqua alta, il Don Carlo inaugurale della Fenice procede a gonfie vele verso l’ultima recita di sabato 7 dicembre. Ma partiamo dal finale, il colpo di scena pensato da Robert Carsen che ha sollevato tanti malumori: Carlo e Filippo freddati a turno in una congiura e Rodrigo ucciso solo per finta (per intenderci, l’esecuzione simulata che in Tosca non riesce mai), il tutto architettato dall’unico vero potente di questo “regime di preti”, come lo chiama Schiller. Ovviamente il Grande Inquisitore, che alla fine affida il “serto regal” proprio a Posa perché tanto, chiunque sia sul trono, dovrà rendere conto sempre e soltanto a lui. Manco a dirlo: uno scandalo. Verdi non l’ha scritto, il libretto dice tutt’altro, la storia, con s minuscola o maiuscola a piacere, è andata diversamente.

Tanto per cominciare, nella storia vera Rodrigo non esiste affatto: è Schiller che lo inventa di sana pianta, per affidargli tutti i suoi ideali illuministi di libertà: “Sire, dateci la libertà di pensiero”, dice il marchese nel dialogo con il re. Perché il suo Don Carlos, più che un dramma storico, è un dramma politico che si serve della storia, al limite forzandola. Come del resto quello di Verdi. Carsen sembra fare solo un passo in più, spingendo alle estreme conseguenze il clima di intrighi che si respira nell’opera, che il regista ambienta in una scena più mentale che fisica (di Radu Boruzescu), dove tutto è cadenzato da un ritmo di porte e finestre che si aprono e chiudono, permettendo ai personaggi di spiarsi a vicenda, ognuno prigioniero a turno in questa specie di Panopticon. Ed è come se una nebbia si condensasse atto dopo atto nei pensieri di tutti, dentro e fuori dalla scena, a furia di sospetti, di malintesi, di “a parte”, di quel che i personaggi dicono e di quel che nel frattempo architettano di nascosto. 

Certo, questa lettura sarebbe evidente anche senza la trovata finale, che a dire il vero è fin troppo macchinosa. Ma è come se Carsen, attraverso Verdi, ci domandasse: “Non c’è forse una certa dose di casualità in tutto questo?”. In fondo viene da dirsi che al posto di Rodrigo poteva venire incoronato chiunque altro: il gioco dei potenti è fatto di regole che nessuno conosce; e che le trame oscure della storia annientino ogni illusione di autonomia degli uomini lo scriveva anche Tolstoj, nelle ultime pagine di Guerra e pace, guarda caso proprio negli stessi anni in cui Don Carlos andava in scena a Parigi. 

D’altra parte Carsen non ha nemmeno trascurato gli aspetti più psicologici dell’opera, tanto da trasformare lo spazio scenico in un territorio di inquietudine individuale, come una rappresentazione spaziale dei dilemmi del protagonista, che compare a più riprese rannicchiato al centro della scena, con teschio amletico accanto, perseguitato dagli sguardi indiscreti della corte che lo seguono fin dentro la sua testa. Di questo spettacolo si potranno forse criticare dei dettagli, ma la densità della messinscena è indiscutibile.

Invece nessun dubbio sarà mai sollevato sulla direzione di Myung-Whun Chung. La tesi del direttore sembra la seguente: se si sceglie la versione in cinque atti, di quest’opera si deve accentuare la disomogeneità, il decadentismo, il “mosaico” (vedi l’esecuzione alla Scala di due anni fa). Ma se si sceglie quella più compatta in quattro atti, è il sinfonismo ad averla vinta. Alla Fenice Chung ha seguito il criterio dell’opulenza del suono, che è sempre carico, fastoso, quasi invadente, ancora più ricco di colori se lo si confronta con il perenne bianco e nero dello spettacolo. Da una parte la foga e la concitazione dell’esecuzione musicale, dall’altra il minimalismo dell’azione scenica: è la prova che palco e buca, a volte, possono anche essere complementari. 

In questa stupefacente alta marea sonora, non è scontato che i cantanti reggano l’urto. Ce la fanno con notevoli risultati Alex Esposito, al suo debutto come Filippo II, risolto con intelligenza musicale e giusta sprezzatura, Maria Agresta, Elisabetta dall’accento nobile e dolente, e Julian Kim, forse meno nobile, ma comunque Rodrigo di gran slancio. Più in difficoltà Veronica Simeoni, Eboli più convincente scenicamente che vocalmente, e Piero Pretti, soverchiato dall’orchestra e spesso quasi inudibile. Un po’ sottotono il coro diretto da Claudio Marino Moretti.

Fotografie © Michele Crosera