In “Kontinental ’25” dell’ottimo regista/sceneggiatore Radu Jude vediamo la storia di Orsolya, ufficiale giudiziaria del comune di Cluj. A seguito di uno sgombero che ha ordinato, un senzatetto si suicida e lei, sconvolta, inizia a vagare per la città, parlando con chiunque abbia voglia di ascoltarla. In un crescendo grottesco e amarissimo. Scopriamo così le contraddizioni della Romania e riflettiamo sul cortocircuito di un continente alla deriva. Sempre in bilico tra interno ed esterno, ricchezza e povertà, verità e ipocrisia. Fino alla fine del mondo, o, forse, solo fino alla prossima speculazione edilizia.
Cluj, la capitale della Transilvania, è una città di quasi trecentomila abitanti e in fondo è la vera protagonista di Kontinental ‘25 di Radu Jude. Dal 1918 fa parte della Romania, ma era una terra ungherese e molti sembrano ricordarselo ancora. Orsolya, la protagonista umana del film (una bravissima Eszter Tompa), probabilmente è tra le persone che vorrebbero finalmente dimenticare, ma sua madre non perde occasione di rammentarle le origini ungheresi della loro famiglia. E così Orsolya non può fare altro che continuare a tenersi in bilico: tra il passato e il presente, tra il lavoro e la famiglia, tra le proprie convinzioni e i propri doveri. La sua professione non l’aiuta: lavora per il comune come ufficiale giudiziario.
Tra i suoi compiti c’è quello di far eseguire le ordinanze di sfratto. E proprio lo sgombero di un alloggio occupato irregolarmente da un senzatetto, che reagisce togliendosi la vita e provocando nella protagonista un fortissimo senso di colpa, è l’evento scatenante di una lunga, estenuante, paradossale odissea attraverso la città. Un’odissea fatta soprattutto di parole. Dialoghi infiniti, immobili, inarrestabili, a tratti apparentemente insensati ma invece sempre capaci di costruire senso. Orsolya rinuncia alle vacanze in Grecia con il marito e i tre figli e comincia a vagare per la città, parlando con chiunque abbia voglia di ascoltarla, in un crescendo grottesco e amarissimo.
Radu Jude lo mette in scena quasi come un film a episodi, ma senza mai perdere di vista il fulcro del racconto, che potremmo forse sintetizzare in una domanda tagliente come una lama: in che modo, fino a che punto ognuno di noi è responsabile del mondo che ha lasciato costruire intorno a sé? La risposta naturalmente è un caleidoscopio di inquietanti non-risposte, perché tutto si può pensare di trovare nel cinema di Jude tranne che certezze e soluzioni in qualche modo rassicuranti. Come nei suoi precedenti film, provocatori fin dal titolo – Sesso sfortunato o follie porno (Orso d’oro alla Berlinale nel 2021) e Do not expect too much from the end of the world – il 49enne regista/sceneggiatore continua a dimostrare il suo talento iconoclasta e una sorprendente capacità di mescolare ironia e intelligenza, satira grottesca, denuncia sociale e amaro gusto per l’assurdo.
Così, con gli occhi della protagonista, scopriamo non solo le contraddizioni della Romania attraverso il ritratto della seconda città del paese (che ancora porta ufficialmente il doppio nome che le aveva imposto Ceaușescu negli anni Settanta, Cluj-Napoca), ma ci troviamo a riflettere sul contraddittorio cortocircuito dell’Europa intera e dei suoi confini, un continente alla deriva perennemente in bilico tra interno ed esterno, ricchezza e povertà, verità e ipocrisia. Fino alla fine del mondo, o forse, solo fino alla prossima speculazione edilizia. Il tutto girato in dieci giorni, con un iPhone e citando esplicitamente Europa ’51 di Rossellini.
Kontinental ‘25, di Radu Jude, con Eszter Tompa, Gabriel Spahiu, Adonis Tanta, Serban Pavlu, Oana Mardare