Manca poco alla chiusura della mostra Ilya ed Emilia Kabakov, Diario veneziano, A CURA DI Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate nello splendido palazzo Ca’ Tron. Fino al 28 giugno la città lagunare ospiterà un grande progetto partecipativo, un archivio narrativo costruito attraverso oggetti, memorie e racconti degli abitanti della città, troppo spesso relegati al ruolo di comprimari, quando non estranei, dei molti grandi eventi che la attraversano.
Se l’amore più tenace, profondo e intenso è spesso fatto di piccoli gesti, questo vale anche per i luoghi, quelli che sentiamo nostri perché lì siamo nati o perché abbiamo costruito nel tempo un legame solido e duraturo. I luoghi di cui abbiamo serbato dentro di noi una memoria sono spesso legati a oggetti, piccole cose, apparentemente insignificanti, ma di grande valore simbolico.
Di questo racconta la mostra Diario veneziano che Ilya ed Emilia Kabakov hanno concepito come un omaggio a Venezia insieme ai veneziani. Organizzata da BAM e patrocinata dal Comune di Venezia, in concomitanza con la 61a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la mostra – che proprio in Biennale ha una propagine al Padiglione Venezia – si configura come una vera e propria opera corale, collettiva nel senso più vero. Fatta dalle memorie e dagli oggetti dei veneziani.

Ci si arriva da una stradina stretta, a Ca’ Tron, sede della mostra. Ma prima di raggiungere il piano nobile dello storico palazzo cinquecentesco affacciato sul Canal Grande, oggi sede dell’Università Iuav, un meraviglioso giardino accoglie il visitatore che, una volta arrivato nella sala espositiva, non può fare a meno di emozionarsi, perché “il passato penetra negli oggetti e li riempie come un’anima”, come scriveva Orhan Pamuk ne “Il museo dell’innocenza”.
Esposti all’interno di teche museali ci sono i vissuti di circa 700 cittadini della città metropolitana di Venezia: bambini, anziani, nuovi cittadini e famiglie che abitano Venezia da generazioni hanno risposto, tra gennaio e febbraio 2026, a una open call pubblica donando – anzi prestando per la durata della mostra – alcuni oggetti della propria storia: frammenti intimi – ricordi, sogni e speranze – pagine di diario sul proprio rapporto con Venezia che danno vita a un emozionante mosaico umano. Alle vetrine tematiche, che hanno nomi suggestivi – Semi di speranza, Memorie tra le maree, La topografia degli affetti, Canto dell’anima, Il sussurro del tempo – ci si avvicina in punta di piedi, con curiosità e stupore. Tanti gli oggetti esposti: un quaderno di scuola, un secchio, una scatola di biscotti Baicoli, un pallone, giocattoli, vestiti, un ricamo, un velo da sposa, tutti accompagnati dal racconto dei partecipanti scritto su bigliettini.

“A Venezia – scrive Donatella (le storie sono firmate solo con il nome di battesimo delle persone coinvolte) – sono nata e con lei ho un rapporto viscerale. Amo i suoi colori, i suoni e gli odori inconfondibili: ogni ritorno, attraversando il ponte che la unisce al resto del mondo, è un ritorno a casa. La amo in ogni stagione, nella pioggia, nella nebbia, nelle albe primaverili”. E ancora, Ewa racconta: “Vivo a Venezia da molti anni. Quando mi chiedono: «Cosa fai nella vita?» rispondo: «Vivo a Venezia». La mia storia comincia qui.” Lucia, vicino alle sue scarpe da danza, scrive: “Queste scarpette, dette anche ‘punte’ mi legano alla città di Venezia che è unica come la mia passione per la danza classica. La danza è un’arte. Venezia è una città d’arte. Io vivo di arte e nell’arte”. “Da piccola lidense – recita il foglietto firmato da Marta vicino al suo “Quaderno di Venezia”, con il ritaglio dell’Assunta dei Frari e il disegno della Madonna dell’Orto – prendere il vaporetto e perdermi tra le calli era un’esperienza speciale. Questo quaderno custodisce il ricordo di una bambina che, seppur cresciuta, non ha mai smesso di incantarsi davanti a tanta bellezza”.

Il progetto si ispira a un’installazione di narrazione collettiva creata da Ilya ed Emilia Kabakov nel 1993 per il Museum van Hedendaagse Kunst di Gand. Oggi quel concetto viene riadattato per Venezia, trasformandosi in un’opera calata nel presente e nella sua dimensione civile. Una nuova forma che celebra e consolida la lunga relazione d’amore tra gli artisti, la laguna e la sua comunità. A tre anni dalla scomparsa di Ilya Kabakov, Venezia rende omaggio a una delle più importanti coppie artistiche della scena internazionale, le cui celebri “installazioni totali”, opere immersive che intrecciano memoria personale, utopia e fallimento, sogno e ironia, fanno riflettere, ancora una volta, sulla condizione umana universale.
Tutte le immagini: Ilya ed Emilia Kabakov, Diario veneziano, 2026. Installation view, Ca’ Tron – Università Iuav di Venezia, ph Osvaldo Di Pietrantonio. Courtesy Ilya and Emilia Kabakov Art Foundation
*STORIA 128. Venezia è stata la prima città che ho imparato a conoscere davvero dopo aver lasciato la
Romania. Per molti giovani è un luogo di passaggio, ma per me è diventata uno spazio che accoglie e, in qualche modo, protegge. Un anno prima di partire, in un mercatino delle pulci a Timișoara, avevo acquistato una fotografia: ritrae una famiglia romena anonima, tra gli anni ’60 e ’70, in uno studio fotografico della Romania comunista, in mezzo a una scenografia composta di una gondola, stelle e del ponte di Rialto, probabilmente realizzati in cartone. Oggi questa fotografia è con me a Venezia. Ironia della vita… (Iris)