Diario americano: le lucine di Natale

In diarioCult, Weekend

A caccia di un po’ di gioia in un Natale difficile, in cui guardare dalla finestra significa sprofondare in un vortice di brutte se non pessime notizie. Impegniamoci.

Manca poco all’arrivo di Natale e sono certa che sono in tanti, almeno qui negli Stati Uniti, a
non avere nessuna voglia di festeggiare. Penso alle migliaia di famiglie spezzate dall’invasione
di agenti federali per le zone latinoamericane delle città, che con violenza rapiscono persone con
la pelle un po’ più scura e le portano in chissà quali carceri in attesa di essere deportate. Penso
agli anziani e ai disabili, che si sono visti diminuire i servizi medici e sociali; alle famiglie di
bambini neonati che si sono trovati di fronte a una situazione estremamente confusa e falsa
rispetto ai vaccini. Penso a tutti gli americani, ricchi e poveri, che vedono i prezzi della spesa
aumentare a vista d’occhio. Penso alle giornaliste insultate da Trump, alle vittime dei fattacci
pedofili sull’isola privata di Jeffrey Epstein. La situazione politica americana , in generale, è un
vortice di orrore e di schifo.
Eppure, ieri sera ho fatto una lunga passeggiata per Boston, la mia città, e per un po’ mi sono
sentita sollevata. Le luci natalizie dei negozi e delle strade; gli alberi di Natale nei parchi e nelle
finestre; i grattacieli illuminati; la neve. Il passo veloce delle persone che, dopo una giornata di
lavoro, entrano nei negozi per fare le loro compere, il che significa che stanno pensando ai loro
cari e a cosa comprare per farli felici. Sembrava quasi di essere in un film natalizio, di quelli che,
anche se ci sono dei problemi, per un periodo corto dell’anno li si mettono da parte e si ritrova lo
spirito giusto per festeggiare. Luci soffuse, odore di abete, i più fortunati con il camino acceso, il
disco di Elvis Presley che canta Santa is Coming to Town. Quella roba lì, che fa venire un po’ di
magone a chi, come me, piange anche per la pubblicità della carta igienica.
Personalmente, il Natale degli ultimi anni porta sempre un po’ di tristezza. Sono anni che non
lo festeggio a Milano, con le mie sorelle e la famiglia, quindi sento sempre quella punta di
malinconia. Poi, il 25 dicembre era il compleanno di mia mamma, che è mancata quattro anni fa
e il dolore del suo non essere con noi si gonfia ogni anno.
Ma il mio vero Natale è quando i miei tre figli, che non abitano più con noi, vengono a Becket,
nella nostra casetta fra i boschi, e per qualche giorno stiamo tutti insieme. Anni fa avevamo fatto
il presepe con il Das, ma sono rimasti ormai solo alcuni pezzi. Troneggia, come sempre, la
Madonna, che aveva fatto Emma quando aveva sei o sette anni: una donnona grande e grossa che
insisteva a chiamare “La signora” perché non sapeva il suo nome. Rimane anche il bambin Gesù,
ma purtroppo ne abbiamo persa la testa, che evidentemente era stata incollata male. Abbiamo
anche la mangiatoia, che Luca, con l’aiuto mio e delle sue sorelle, aveva dipinto di marrone. Ma
comunque sia, useremo quello che abbiamo per un presepe un po’ strano. Il ventiquattro sera, i
ragazzi danno a me e a Dan i regali comprati per noi, e io e Dan ci scambiamo i nostri. La
tradizione vuole che i ragazzi possano aprirne solo uno, di regalo. Poi, quando sono a letto, i
pacchettini vengono messi in tre parti diverse dalla (piccolissima) sala, già divisi per figlio. Luca,
che odia ogni piccolo dettaglio di tutto questo, il venticinque mattina rimarrà nella sua camera,
mentre le sue sorelle spacchetteranno con furia e gioia. Il pranzo si fa da mia cognata, anche se quest’anno ho deciso che io e mio figlio resteremo tranquilli a casa, per motivi che non sto qui a
spiegare.
Quest’anno aggiungo una regola ferrea: vietato leggere i giornali ed ascoltare le notizie almeno
fino al 26, quando ormai la magia è finita e a poco a poco ognuno di noi ritorna a casa propria.
L‘augurio che mando è di cercare anche solo un po’ di gioia per un giorno e di non dare ai
politici di turno il potere di rovinare sempre tutto.
Poi, dal 26, ricominceremo a sognare una bella rivoluzione.

In apertura foto di Reyazul Haque -unsplash.com

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