Diario americano: ansia da midterm

In diarioCult, Weekend

Elezioni cruciali, quelle di midterm negli Stati Uniti. E mentre si fanno sempre più vicine e Trump proferisce minacce e avvertimenti, il clima diventa più pesante tra speranza e paura delle sue reazioni ad una eventuale sconfitta

È già da un mesetto o più che in America si respira aria pesante. Mancano ormai quattro settimane alle elezioni di midterm, che in teoria potrebbero cambiare la direzione presa due anni fa da Trump e dalla sua amministrazione e la gente ha paura.

Per chi non seguisse molto da vicino, le elezioni di midterm si tengono ogni due anni e servono per capire se gli americani sono felici o no della situazione politica, economica e sociale del Paese. Una specie di referendum. Non c’entra Trump, che comunque rimarrebbe presidente, almeno che non sia cacciato dal Governo per l’ennesimo impeachment. Vengono invece scelti tutti i rappresentanti della Camera, il cui mandato dura appunto due anni, e i senatori che sono al termine del loro mandato, che dura sei anni.
Benché entrambi si occupino di legiferare, e cioè di approvare o no le proposte di legge che arrivano dall’alto, a differenza dell’Italia, la Camera e il Senato hanno anche ruoli molto diversi tra loro. La Camera ha il potere che più spaventa Trump, e cioè quello di avviare indagini di corruzione o di azioni illegali portate avanti dall’amministrazione. In poche parole, potrebbe richiedere l’impeachment. Il Senato, invece, se raggiunge la maggioranza al voto, può portare avanti il processo e condannare il malfattore. Inoltre, può accettare o bloccare la nomina di figure ministeriali importanti come quella della Sanità, dell’FBI e della Difesa, che adesso sono nelle mani di idioti e inesperti che farebbero di tutto pur di piacere a Trump. Insomma, queste elezioni potrebbero davvero bloccare il tentativo dell’amministrazione di rimpiazzare la democrazia con un’oligarchia alla Putin.

In questi due anni, siccome il Senato ha la maggioranza repubblicana, c’è stato poco che i democratici potessero fare per frenare le azioni e le decisioni del presidente, che, si potrebbe anche dire, ha governato senza nessun impiccio. È anche vero che molti democratici sono insoddisfatti del lavoro portato avanti finora. Come in Italia, il centro sinistra ha perso l’attenzione verso quelli che sono i problemi reali della gente, e tanti esponenti, dall’alto delle loro cattedre universitarie, esprimono giudizi sprezzanti nei confronti di chi non è radical chic come loro senza proporre alternative pratiche.

Fortunatamente, però, sono tornate alla ribalta due fazioni che spingono il partito ad essere più incisivo e anche più a sinistra, come molti elettori vorrebbero. Una è la battaglia portata avanti da Bernie Sanders, che propone una socialdemocrazia simile a  quella dei paesi scandinavi: il capitalismo va bene, ma deve essere controllato per fare in modo che il gap tra chi ha e chi non diminuisca. Propone dunque di tassare i miliardari molto di più, per supportare i costi per la sanità nazionale e rendere l’istruzione gratuita e per investirli in programmi sociali. È un programma che nel 2020 aveva proposto da candidato presidenziale: pareva talmente lontano da quella che è la tradizione politica americana, da non essere preso in considerazione dalla maggioranza, che invece scelse Joe Biden. Adesso invece sembra essere appoggiata dalla maggior parte dei candidati democratici e dagli elettori. Si è anche risvegliata una vecchia fazione democratica estrema, il DSA, Democratic Socialist of America, che propone l’abolizione totale della polizia, delle carceri, del Senato e della Camera, la riscrittura della Costituzione e un modello economico socialista. Idee troppo radicali per essere prese in considerazione dai candidati e che invece vengono usate come arma dai repubblicani che durante le loro campagne insistono a dire che chi vota democratico vuole il comunismo. Alcuni dei candidati democratici, però, pur non appoggiando molti dei punti del programma, simpatizzano con i socialisti. Esempio lampante è Zohran Mamdani, il neo sindaco musulmano di New York, la cui vittoria ha certamente acceso gli animi di molti uberporgressisiti e di molti giovani, che storicamente non votano.

Quindi, sì: è già da un mesetto o più che in America si respira aria pesante. C’è un misto di speranza e di terrore. La speranza è che quest’anno le elezioni di midterm possano davvero cambiare le carte in tavola e mettere bastoni tra le ruote all’amministrazione più strana e pericolosa di questo paese. Siccome le probabilità che i democratici possano vincere sia la Camera che il Senato anche negli stati tradizionalmente repubblicani, come il Texas e l’Alaska, sono abbastanza alte, il giochino che Trump ha fatto il 6 gennaio del 2021, quando ha incitato la sua folla MAGA incazzata, violenta e armata ad attaccare il Campidoglio, ha lasciato un segno indelebile.

L’impossibilità che ha mostrato il presidente di accettare una sconfitta è estremamente pericolosa. Molti temono atti violenti, o addirittura una guerra civile. Altri invece sono convinti che Trump non accetterà la sconfitta del governo e farà un colpo di Stato. Tantissimi cittadini democratici si stanno preparando al peggio: chi si è iscritto a corsi di arti marziali, chi ha iniziato ad andare al poligono e chi si sta informando su come ottenere passaporti stranieri per lasciare il Paese. Io, nel mio piccolo, mi sto esercitando ad usare una fionda che mio zio Bruno mi aveva fatto con il legno tantissimi anni fa. Non intendo uccidere nessuno, sia chiaro, ma qualche bitorzolo sul sedere del nemico spero almeno di darlo.

PS ‘American Pie’ è il podcast settimanale di Marina Viola e Federico Bernocchi dedicato alle elezioni di Midterm. Prodotto da OnePodcast, si trova su tutte le piattaforme.

In apertura: manifestazione contro Trump a Salt Lake city. Foto di Mike Newbry- unsplash