Una ventina di oggetti: sul concetto di approssimazione

In Arte

Al palazzo della permanente una mostra curata da Gillo Dorfles e Aldo Colonetti riflette sul concetto di approssimazione. Ne abbiamo parlato con Riccardo Blumer che ha curato l’allestimento e collaborato al progetto: tra granate e profumi, frattali e compassi, per avvicinarsi alla precisione.

La logica dell’approssimazione nell’arte e nella vita è una mostra allestita presso il palazzo della Permanente nel contesto della XXI Triennale di Milano. Ideata da Gillo Dorfles insieme al filosofo e storico dell’arte Aldo Colonetti, si tratta di una curiosa collezione di oggetti che accompagna il visitatore in un percorso dedicato al concetto di approssimazione. Piccole chicche tra cui un manoscritto inedito di John Cage e un collage di Armando Milani si alternano a oggetti di produzione industriale che trovano facilmente posto nelle cassettiere di casa: la matita, il metro, l’orologio da polso. Una composizione di prismi di acetato delimita il percorso del visitatore, nel quale sono ricavate le nicchie per i pezzi esposti. La superficie della mostra è limitata ma la trasparenza dei prismi amplifica lo spazio e interagisce con la luce in modo inaspettato.

Per saperne di più, ne parliamo con l’architetto e designer Riccardo Blumer, che come Blumerandfriends (con Matteo Borghi, Claudia Broggi, Tommaso Alessandrini), ha progettato e realizzato l’allestimento.

 

Questa è a tutti gli effetti una mostra “concettuale”. Dorfles e Colonetti ci mostrano come nulla sia possibile senza l’aiuto di una piccola approssimazione. Il tema della precisione è fondamentale nell’attività dell’architetto, lei cosa ne pensa?

In realtà la nostra vita è un’enorme continua approssimazione. Nel linguaggio comune sembra il contrario della precisione, può indicare una cosa malfatta o appunto imprecisa ma in realtà il primo e vero significato del termine è quello di “avvicinamento”. Quindi il tema è quello di “approssimarsi a qualcosa” e per farlo bisogna lavorare nel modo più preciso possibile: questo può sembrare un paradosso ma ci ricorda che la precisione è sempre un esperienza di approssimazione con la complessità dell’insieme. Un esempio in architettura: quando costruisco una casa “approssimo”, “avvicino”, il progetto a una serie di sentimenti e questioni complesse come il concetto di abitare, la relazione con il contesto, i costi e il paesaggio nel modo migliore che riesco. Un’architettura è sempre il frutto della ricerca di interpretazione ed avvicinamento alla complessità del mondo, operazione che devo fare con un livello di precisione che sia il più alto possibile. La tecnica ci permette di ridurre la distanza ma quello che noi chiamiamo preciso è sempre un avvicinamento a qualcosa, perché non ci sarà mai dato di controllare tutto il sistema. Di fatto il sistema è talmente complesso che noi lo chiamiamo “caos”: solo la natura ne ha il controllo; la meteorologia ce lo insegna. La matematica ha un ruolo determinante in tutto ciò, ad esempio oggi riusciamo a ridurre l’approssimazione con calcoli infinitesimali ma è una tecnica molto recente. Nella parte centrale della mostra sono esposti alcuni oggetti che abbiamo selezionato come Blumerandfriends e tra questi figura ad esempio il compasso. Il cerchio è una grafica precisa ma quando ne calcoliamo l’area o la circonferenza non misuriamo un cerchio ma un poligono con tantissimi lati. Il pi greco è infatti un rapporto con infiniti decimali che è obbligatorio approssimare per difetto, problema che non a caso mise in crisi i Pitagorici.

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Prima lei ha parlato di “massima precisione possibile.” Forse però in alcuni casi l’approssimazione consiste piuttosto nel raggiungere un livello di precisione “adeguato”…

Sì, ma non è mai “sufficientemente adeguato”. Noi possiamo approssimarci con una misura umana alla complessità del mondo. Ma questo si applica anche alla complessità dell’uomo. Quando usiamo la parola “amore”, per esempio, operiamo un’approssimazione concettuale fortissima. Enorme è il contesto di una simile parola; amore non è solo quando ti innamori di qualcuno ma può anche significare amore per Dio, amore per la natura. L’uomo è un continuo costruire strumenti per rendere sempre meno approssimata la sua relazione culturale con il mondo: questa è la grande ricerca, un bisogno di adeguarsi continuo, storico.

 

Mi piacerebbe tornare sul tema della natura. L’allestimento della mostra consiste in una composizione di prismi di plastica trasparente, ispirati al triangolo di Sierpiński, un frattale. Trovo che si tratti di una scelta interessante: il frattale è per definizione un’idea geometrica che non può essere rappresentata se non con un certo livello di approssimazione.

Esatto, ma d’altronde la geometria non esiste in natura. Noi uomini abbiamo astratto un metodo grafico e matematico per controllare la composizione delle forme. Ma la natura non ha di per sé una struttura matematica. Il frattale è un tipo di geometria che permette l’approssimazione a una certa complessità di forme che la natura usa per generare la vita. Le forme biologiche in questo senso sono le più interessanti, non a caso ho tenuto un corso all’Accademia di architettura di Mendrisio in cui ho fatto lavorare i ragazzi con le muffe. Ma i frattali vengono usati anche, per esempio, nello studio delle coste e in informatica. Per esempio, anche quando salviamo un’immagine nel formato jpeg utilizziamo un frattale. Sierpińsky ha realizzato un metodo geometrico per lo studio di forme non cartesiane che aumenta l’approssimazione in quella direzione.

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Gillo Dorfles intervistato nelle sale della mostra

Spesso nella mostra si parla di approssimazione per eccesso e per difetto. Un frammento di granata, per esempio, è portato ad esempio dell’approssimazione per eccesso dell’energia necessaria per uccidere una persona.

Su questo aspetto ho insistito personalmente durante l’ideazione della mostra. L’approssimazione può essere per eccesso o per difetto. In guerra l’approssimazione è sempre per eccesso: cerco di avvicinarmi il più possibile al nemico, devo farlo per eliminarlo, sconfiggerlo. Se poi sia io fisicamente o una mia estroflessione – una bomba, un drone – l’intenzione è sempre di chi usa questi strumenti, di chi preme il bottone o programma la macchina.

 

“La logica dell’approssimazione nell’arte e nella vita” tocca molti ambiti dell’esperienza umana ma c’è il rischio che passi per una mostra per soli creativi e intellettuali. A chi si sente di consigliarla?

È nata effettivamente come una mostra per “addetti ai lavori”, ma lavorando insieme abbiamo deciso di creare una zona di riconoscibilità più diretta del quotidiano. Inizialmente il mio incarico è stato limitato all’allestimento. Il tema però si è dimostrato talmente complesso e intrigante che i curatori hanno finito per coinvolgermi, permettendomi di ampliare il discorso. E’ nato così un cuore della mostra fatto di oggetti che rendono meglio riconoscibile il tema dell’approssimazione nella vita di tutti i giorni. La boccetta di profumo, per esempio, racconta come una fragranza sia capace di approssimarti a qualcosa che non c’è.

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Ma potrebbe anche essere il profumo di una persona che “si approssima”…

Certo! Come il doppio metro, un altro degli oggetti esposti, è un’approssimazione della misura a scala umana percettivamente diretta, non strumentale. La scienza ha delle tecniche per misurare le onde gravitazionali, si tratta di misure che per noi sono inconcepibili. A questo proposito si inserisce il tema della distanza esperienziale con queste grandezze. Questo è un grosso problema della contemporaneità, anche perché quel micro o nano mondo non ci è indifferente. Basti pensare alla potenza della bomba atomica. Il fatto che noi ci stiamo allontanando dall’esperienza delle tecniche che usiamo rende più problematico il controllo della conoscenza. L’architetto, al contrario, deve rispettare la scala umana, perché la casa deve raccontare le misure del corpo. Si tratta di un tema che mi interessa molto.

Nella mia attività di docente di architettura, organizzo dei corsi che chiamo “interferenziali” in cui metto in contatto l’architettura e i mondi di altre discipline. Ora ne sto facendo uno in cui si affronta il mondo simbolico della religione e della sua rappresentazione nel Cinquecento ma, come ho accennato prima, ho lavorato anche con i microrganismi e prima ancora con l’elettronica. La nostra relazione con le quantità di cui non possiamo avere esperienza rimane una domanda aperta.

Direi quindi che questa è una mostra per tutte le persone curiose, che abbiano voglia di fare conoscenze e tempo per approfondire. Non è la mostra adatta a chi non vuole fare fatica, almeno intellettuale. Io credo che noi abbiamo bisogno di un mondo che sempre di più racconti che la ricchezza, anche economica, della nostra società consiste nella capacità di approfondire. Per farlo occorre una disciplina di lavoro, altrimenti non possiamo sviluppare una sensibilità critica. Bisogna lavorare, studiare e apprendere, solo così siamo diventiamo liberi, altrimenti saremo sempre condizionati dalle cose che gli altri ci dicono e che noi recepiamo senza capire, lavorando con un “sentimento emotivo” e niente di più.

 

Mi sembra un ottimo modi di concludere la nostra chiacchierata. La mostra, nella sua parte centrale, si compone di una “ventina di oggetti” selezionati direttamente da voi, Blumerandfriends. Non le chiedo di rivelare il numero esatto ma tornando a casa non ho smesso di pensarci: avrei forse dovuto contarli?

Nemmeno io ricordo esattamente quanti sono, “approssimativamente” venti. Ci siamo divertiti a giocare un po’ con il tema della mostra dando direttamente questa definizione a tutta la sezione centrale dell’allestimento dove sono esposti.

 

Lasciamo al lettore il piacere di approfondire.

 

La logica dell’approssimazione nell’arte e nella vita, a cura di Aldo Colonetti e Gillo Dorfles, palazzo della Permanente, fino al 12 settembre.