David. Allargare lo sguardo dentro l’incubo

In Teatro

Con “David. Come quando eravamo felici”, la Confraternità del Chianti porta al Teatro della Cooperativa un testo potente sulla colpa di fronte all’indicibile. Come il mondo si squadernerebbe se la persona più amata, mio figlio bambino, fosse un assassino?

Forse, l’unica via per raccontare l’indicibile è spostare lo sguardo. David, in scena al Teatro della Cooperativa, lo fa illuminando sfumature, rifiutando il tentativo – destinato a fallire – di riempire un vuoto inevitabile, e portando al centro dello sguardo quel che in genere ne resta fuori. Come si farebbe del resto, penserebbero in molti, a vedere altro quando un ragazzino, un bambino e poco di più, entra a scuola in un giorno come tanti e uccide, con un colpo di pistola in faccia, sette coetanee? E due insegnanti, a cui non era rimasto altro da fare che provare a frapporsi tra vittime e aggressore per proteggere quel che potevano?


La premessa da cui muove l’ultimo spettacolo della Confraternita del Chianti è tragica quanto cupamente abituale, soprattutto negli Stati Uniti, dove le esercitazioni per proteggersi dai mass shootings fanno parte della normale didattica. Non così in Europa, pur se è accaduto a Belgrado, da cui viene l’ispirazione per questo lavoro, non centro in Italia, dove Marco Di Stefano lo ambienta. Perché parla anche di noi, non solo nell’impossibilità di abituarsene o di frapporvi la distanza che si attribuisce ai prodotti culturali d’oltreoceano che colonizzano il nostro immaginario. Quello che conosciamo bene, invece, è l’incredulità, il rifiuto, il dolore del protagonista scelto per raccontare questa storia e che Marco Di Stefano, in veste anche di regista, saggiamente pone, solo, su una sedia, rialzata: patibolo, palcoscenico, altare sacrificale e specchio spia, esposto agli occhi del mondo come alla violenza dei fari che, dal basso, ne segnano la figura e lo inchiodano al posto in cui gli avvenimenti lo hanno messo. Dalla sua voce spezzata, esitante, disperata e rabbiosa, lo spettatore si muove sul confine dell’abisso: il senso di colpa di quando l’orrore ti travolge senza che tu sappia assumerne del tutto il peso. Eppure è questo che il mondo chiede: di chi, se non dei genitori, è la responsabilità di un bambino che uccide?

Alle vittorie manichee sul male servono certezze, ma il valore di questo monologo sta nell’eluderle tutte, salvo quella da cui tutto sorge: perché il punto non è cercare un colpevole, o un motivo talmente profondo e radicale – o forse fumoso, in ogni mente diverso – da restare insondabile. Se di colpa si occupa, questo testo elegante e poetico nella sua spietata e umanissima crudezza, è un’ombra che si espande a macchia d’olio e si fa radice condivisa tra la famiglia, le reti prossime, i mezzi di comunicazione, il mondo. Dove inizia e dove finisce la colpa di due genitori normali, per bene, rispettabili quant’altri mai come lo possono essere un chirurgo e un’avvocata, presenti e realizzati, che pure non hanno saputo cogliere un malessere tanto tragico da farsi gesto assassino? Dove inizia e finisce la colpa di un sistema mediatico pronto a tagliare con l’accetta le generazioni, le classi sociali, le sentenze, e a cancellare tutta la normalità di chi resta, come una sorella che a otto anni sa, subito, di aver perso la vita che aveva. Dove la responsabilità di una rete che umilia, insulta e bullizza per annusare il potere del branco che prepara il terreno al seme della morte. Dove quella della società, che tutto ciò lo lascia accadere, lo cannibalizza e poi lo rimuove all’arrivo di una storia nuova?

Con questo lavoro, costruito col supporto di Chiara Boscaro, dramaturg, Marco Di Stefano continua un’immersione visceralmente sincera e senza niente di scomposto iniziato con Poco più di un fatto personale – in cui ricostruiva la vicenda delle cosiddette Bestie di Satana nello sguardo, il suo, di chi le aveva sfiorate prima, e domandava cosa si muove in noi quando sfioriamo in chi il mondo esterno, presto, chiamerà mostro. Qui, come in quel caso, ne emerge un lavoro di notevole spessore piscologico, che ha tra gli altri il merito, che compete alla cultura, di moltiplicare gli interrogativi. Anche Forse, più di tutto, conta la domanda, conta attraversare questo buio proprio come si fa – il suggerimento a fondo scena è chiaro e preciso – con le fasi del lutto. Riemergendone colpiti in pieno, scossi come lo si è dalla materializzazione dell’incubo che attanaglia ogni genitore – ma con lui ogni amico, ogni fratello, ogni individuo: se l’orrore mi camminasse accanto, non nella forma (consolante nella sua assenza di crepe) della vittima, ma in quella del carnefice? Anche nella voce sottile – prestata da Miro Sereni – di un ragazzino che ascolta i Blink 182 – qui con le musiche di Marcello Seregni – beve caffè per sentirsi grande, prima di andare a scuola in un giorno come tanti che non tornerà mai più, dicendo: “papà, ti voglio bene?”.

E se quel ragazzino fossimo tutti? Ma soprattutto, se fossimo tutti quel padre incredulo, annientato, dolcissimo e impotente a cui Andrea Trovato dà corpo con una compostezza adamantina, capace di assumersi il compito di dare voce allo strazio senza mai diventare eccessivo o poco credibile, trovando la via adeguata – e gliene va reso il dovuto riconoscimento– per il colore interpretativo più difficile: il disorientamento. Accanto al suo valore etico, umano e sociale, David è anche un lavoro drammaturgicamente validissimo, che fa alzare lo spettatore dalla poltrona scomodo e affascinato. Uno spettacolo che disturba e conquista insieme, ardito e sapiente. Il lucido ritratto del “bersaglio mobile” che è ciascuno: poterlo vedere è la sola strada per lasciare aperta l’ultima domanda: ci potrà essere un futuro, nonostante tutto?

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