La Fondazione Alberto Peruzzo di Padova presenta “Damnatio Figuræ. Dalla negazione dell’immagine al ritratto”, un progetto espositivo curato dal direttore Marco Trevisan che, fino al 5 ottobre 2025, sviluppa una riflessione che si snoda attraverso 30 opere per mettere in discussione la percezione che abbiamo dell’altro e l’impatto della nostra interpretazione su come leggiamo il mondo e l’opera d’arte.
Damnatio Figuræ, il titolo della mostra in corso alla Fondazione Peruzzo di Padova, è un’espressione latina che può essere tradotta come “condanna della figura” o “negazione della figura”. Non è una locuzione classica con un significato univoco come damnatio memoriae (che indicava la cancellazione della memoria di una persona), ma è una costruzione concettuale che unisce la “damnatio” (come condanna, esclusione e rifiuto) e la “figuræ” (intesa sia come immagine visiva che come rappresentazione iconica). La mostra ci invita dunque a riflettere sulla negazione o rimozione dell’immagine figurativa, un tema che tocca la storia dell’arte, l’iconoclastia, la rappresentazione del volto umano e la tensione tra visibile e invisibile. È una forma di esplorazione di ciò che resta della figura quando viene nascosta, deformata o simbolicamente “condannata”.

foto Ugo Carmeni
La mostra si apre come meditazione sul potere e il pericolo della rappresentazione visiva, in particolare della figura umana, e su come la sua rimozione o deformazione possa veicolare significati profondi e ambigui. La figura è spesso simbolo dell’identità: il volto umano è lo spazio in cui riconosciamo l’altro. Condannare o nascondere la figura significa negare l’identificabilità dell’individuo, la sua visibilità sociale o simbolica. È un gesto potente che mette in discussione chi è rappresentabile e chi ha diritto a essere visto, pensiamo ai numerosi scatti che invadono i nostri telefoni e social network, si appare per non scomparire. In un mondo saturo di volti e autorappresentazioni cancellare la figura diventa una forma di resistenza: non tutto deve o può essere mostrato. L’assenza si fa presenza e non mostrare la figura – celarla, frammentarla, deformarla – stimola l’immaginazione, il dubbio, la memoria.

foto Marco Furio Magliani
All’interno dell’ex Chiesa di Sant’Agnese a Padova, oggi sede della Fondazione Alberto Peruzzo, l’opera Senza Titolo (1996) di Jannis Kounellis accoglie i visitatori con una croce laica alta quattro metri: una trave verticale su cui è appeso un sacco di juta trafitto da un pugnale. Da questo lavoro, che incarna una profonda riflessione sul concetto di distanza e sofferenza, prende avvio la mostra Damnatio Figuræ. Dalla negazione dell’immagine al ritratto, curata dal direttore della Fondazione Marco Trevisan, visitabile fino al 5 ottobre 2025. Kounellis, con questa composizione che richiama la crocifissione ma priva della figura di Cristo, propone una “poetica del segreto”, dove la materia diventa veicolo di mistero e teatralità. E proprio questa lontananza tragica e potente della figura ha ispirato il curatore nella costruzione di un percorso espositivo che interroga le potenzialità del ritratto quando si cela, si trasfigura o si nega. Così, nella navata dell’ex chiesa, si sviluppa un dialogo tra opere provenienti da altre collezioni e una selezione di ritratti dalla collezione della Fondazione, creando connessioni tra rappresentazioni classiche e visioni più contemporanee e concettuali.

foto Ugo Carmeni. Da sinistra, opere di Aron Demetz, Nicola Samorì e Thorsten Brinkmann
Il filo conduttore della mostra è l’identità e la sua percezione: la presenza o assenza dell’immagine e la sua capacità evocativa influenzano profondamente il modo in cui costruiamo l’idea dell’altro, sia come individuo che come collettività. Damnatio Figuræ diventa una forma di poetica del nascondersi, in cui il volto e il corpo umano – un tempo centro della rappresentazione artistica – vengono ridotti, trasformati, elusi, per far emergere nuovi livelli di senso e sollecitare una riflessione sull’identità, la visibilità e il potere delle immagini. “Damnatio Figuræ allude alla negazione dell’immagine e in generale il ruolo e l’uso delle immagini nella società” – spiega Marco Trevisan – “Riccardo Falcinelli in Visus (2024), per esempio, discute di come le immagini possano essere sia potenti che problematiche, analizza il loro ruolo nella società, invita a riflettere su come le immagini delle persone possano essere manipolate e sull’impatto emotivo e sociale che ciò crea”. Nella navata sono presentate opere di quattro artisti – Thorsten Brinkmann, Aron Demetz, Nicola Samorì e Mariano Sardón – accomunati dalla volontà di lavorare sull’occultamento del volto umano, senza però rinunciare del tutto alla figurazione. Thorsten Brinkmann reinterpreta i ritratti rinascimentali in chiave surreale e giocosa, mentre Mariano Sardón utilizza algoritmi e codici, spesso in collaborazione con neuroscienziati, per costruire immagini che esplorano la percezione visiva e la rappresentazione. Le sculture in legno di Aron Demetz, bruciate e trasformate, mostrano volti oscurati o indecifrabili, spingendo lo spettatore verso la riflessione interiore, mentre Mariano Sardón, ispirandosi alla pittura barocca, interviene sui materiali in modo provocatorio e a tratti disturbante.

foto Ugo Carmeni
Nella Sacrestia, invece, trovano spazio ritratti dalla struttura più tradizionale, tutti parte della collezione della Fondazione, tra cui Reigning Queens (1985) di Andy Warhol, serie iconica in cui l’artista reinterpreta fotografie ufficiali di regine in carica, tra cui Elisabetta II. Emergono due variazioni contemporanee: uno di Enzo Fiore, che ritrae Warhol stesso, e un altro della regina firmato dallo street artist Endless, in chiave ironica e pop. Tra gli altri protagonisti, Donald Baechler con Kuwana City (1990), opera di grandi dimensioni che riduce il volto umano a forme simboliche ed essenziali; Felice Casorati, con Donna con scodella (1959) e Nudo nel paesaggio (1954), che restituiscono un’immagine femminile sospesa tra introspezione e rigore formale; e Tom Wesselmann con Barbara and the Baby (1979), celebrazione pop e sensuale della figura femminile. La mostra include anche opere di Manolo Valdés, che con Ritratto con Fondo Verde e Tracce Beige (2005) trasforma il ritratto in un collage materico ricco di riferimenti culturali, reinterpreta la tradizione del ritratto con un linguaggio contemporaneo e sperimentale, impiegando materiali non convenzionali come tela riciclata, collage e pigmenti pastosi, che danno alla superficie una fisicità vibrante e imperfetta.

Max Ernst rappresenta un volto onirico e surreale, simile a un palloncino, ridotto a segni essenziali con un tono quasi archetipico, svuotato dall’identità individuale, come maschere della memoria collettiva.
Chiudono il percorso opere di artisti come Fernando Botero, Sandro Chia, Julio Larraz, Zoran Music e Mimmo Paladino, ciascuno con una personale interpretazione del ritratto: un genere classico che, nell’era post-fotografica, si fa sempre più strumento di indagine identitaria e relazionale. Le opere selezionate non negano la figura per distruggerla, ma per interrogarla, decostruirla, caricarla di nuovi significati. L’immagine diventa così spazio di dubbio, di memoria, di ambiguità e nel farlo, ci costringe a riflettere su chi ha diritto di essere visto, rappresentato, ricordato. È in questa tensione tra visibile e invisibile, tra presenza e sparizione, che la mostra trova la sua forza più politica e poetica. Perché oggi, più che mai, ciò che non si mostra può dire molto più di ciò che affolla lo schermo.

A completare la riflessione, Stadium di Maurizio Cattelan: un gigantesco calcio balilla lungo sette metri che ospita 22 giocatori. L’opera, realizzata nel 1991, nacque per una vera partita di calcetto organizzata dall’artista padovano tra undici giocatori italiani del Cesena e una squadra da lui fondata, la AC Forniture Sud, composta da giocatori senegalesi: un gesto carico di significato sociale e politico, pensato per promuovere un’idea di comunità inclusiva e antirazzista. Stadium diventa metafora teatrale delle dinamiche sociali e dell’identità collettiva, un gioco che, come uno specchio, riflette lo stato di “anestesia” e assuefazione della società contemporanea, senza emettere giudizi ma sollecitando interrogativi. il calcio balilla, simbolo popolare e accessibile, diventa metafora della dinamica sociale: un’arena in cui si svolgono ruoli, competizioni, schieramenti, ma anche passività e ripetizione. I giocatori, meccanicamente fissati ai loro ruoli, rappresentano l’individuo inserito in una struttura sociale più ampia, dove l’autonomia è limitata e l’azione è collettiva.

foto Ugo Carmeni. Da sinistra, opere di Nicola Samorì e Aron Demetz
Con Damnatio Figuræ, la Fondazione Peruzzo propone non solo una mostra, ma un dispositivo critico sullo statuto dell’immagine nella contemporaneità. In un’epoca di sovraesposizione visiva, dove l’identità si costruisce a colpi di selfie e algoritmi, il gesto curatoriale di Marco Trevisan è netto: togliere invece di aggiungere, oscurare invece di illuminare, lasciare che l’assenza parli. In un tempo in cui le immagini dominano ogni aspetto della nostra vita – dai media all’intimità quotidiana – Damnatio Figuræ ci invita a fare un passo indietro, a guardare nell’ombra dell’immagine ciò che di essa ci sfugge. Anziché mostrare, la mostra sottrae; anziché esibire, cela. E proprio in questa sottrazione si apre lo spazio della domanda: chi siamo quando smettiamo di apparire? Chi resta quando il volto si dissolve?
Negare la figura non significa cancellarla, ma renderla più densa, più ambigua, più vera. È un gesto di resistenza contro l’eccesso di visibilità, contro la tirannia del riconoscimento immediato.
In copertina: Nicola Samorì, Il sangue dei Santi (Paolo), particolare, olio e foglia di rame su rame, foto Rolando Paolo Guerzoni