Grande spazio all’orchestra scaligera nel 2026, anno che quanto a stagione operistica non pare prefigurare “acuti” di rilievo. Sul podio tanti Maestri si avvicenderanno al nuovo direttore artistico del Piermarini. A cominciare da Chailly che si è esibito lunedì 19, assieme all’ispirato pianista francese, per proseguire con nomi di prima fila come Lorenzo Viotti, Fabio Luisi (gradito ritorno), Paavo Järvi, Marie Jacquot e la giovane promessa Santtu-Matias Rouvali, per citarne alcuni. A voi scoprire gli altri in un programma ricco di proposte e stimoli musicali
La Scala 2026? Parliamo di orchestre, di direttori e direttrici. È un argomento più interessante, perché la stagione d’opera che sta per prendere il largo, in senso molto figurato, non promette grandi cose. Proprio no, a partire, in ordine di apparizione, da un Crepuscolo degli dei di Wagner (1 febbraio), che completa una Tetralogia (finora) insapore, destinata a tenere la scena fino al 15 marzo. La linea sinfonica è invece forte, nel rispetto di quel che Toscanini volle imporre anche in un teatro votato al canto, ormai ottant’anni fa, e Claudio Abbado riaffermò nel 1982, fondando quel che la Filarmonica è oggi.
Chailly I. Ha dimostrato di essere forte, la linea sinfonica Scala, fin dall’inizio. Il primo concerto della Filarmonica per i suoi abbonati (domenica in prova aperta, lunedì in serata ufficiale), era decisamente in scia alla Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovič, opera e spettacolo con cui Riccardo Chailly ha chiuso in gloria il suo decennio di direzione musicale. Programma in continuità con la linea russa e pezzi ideali per dimostrarne la forza: Sinfonia n.4 di Čaikovskij e Concerto per pianoforte n.3 di Prokofiev.

La Quarta è da sempre nel repertorio della Filarmonica, toccata e ritoccata con direttori diversi, com’è necessario per qualunque formazione sinfonica di rango. Con Chailly il grado di approfondimento e rifinitura è a un punto altissimo. I legni sono stati sempre una sezione formidabile, alla Scala, gli ottoni si sono avvicinati con sicurezza nuova: il Trio del terzo movimento lo ha dimostrato, soprattutto nella vicinanza con i pizzicati degli archi che Caikovskij scrive con millimetrica precisione, confezionando un eccentrico inno al destino e alla memoria. Esecuzione tutta in crescendo per chiarezza e convinzione, lavorata ancora nella prova generale aperta, ch’è sempre utile a mostrare al pubblico, soprattutto inesperto, in che cosa consista il lavoro di un direttore d’orchestra.
Nel Concerto per pianoforte n.3 di Prokofiev l’impegno è meno espressivamente esigente, tecnicamente sì, ma non c’è stato bisogno di riprendere molti passaggi per calibrare una esecuzione strumentalmente nitida e ritmicamente incalzante. La vetrina era quasi tutta per Alexandre Kantorow, solista di tecnica immacolata. Ventotto anni, francese, figlio d’arte, Kantorow è un giovane che non se la tira (scusate, ogni tanto ci vuole) e invece potrebbe, perché lirismo e virtuosismo non sono per lui alternativi o contraddittori. Preciso sul tempo, luminoso nel tocco e nei perlage, ben sgranato in scale e arpeggi (che Prokofiev riversa a folate), Kantorow riesce a combinare le due facce del Concerto n.3: un pianoforte protagonista eppure immerso nell’orchestra.

Lorenzo Viotti (Foto © Erikase)
Chailly II. Adesso toccherebbe dire degli altri nove concerti che formano la stagione della Filarmonica come orchestra a sé. Ma ragioni anche solo cronologiche impongono una digressione: tra una settimana, lunedì 26, mercoledì 28 e venerdì 30 gennaio, Riccardo Chailly torna a dirigere gli stessi musicisti nella stagione sinfonica del teatro, quella con le tre date settimanali, in un programma di tinta diversa, che mette comunque insieme due filoni cari a Chailly, il tedesco e l’americano, due autori in cui si riconosce alla pari, Paul Hindemith e George Gershwin, e un programma coerente quanto spettacolare: nella prima parte, Rag Time e Der Schwanendreher di Hindemith (che sarebbe un Concerto per viola e orchestra da camera in cui Simonide Braconi esce dai leggii per farsi solista); nella seconda, Cuban Ouverture e Un americano a Parigi.
(A proposito di ruoli diversi, notate che anche nel cartellone sinfonico l’orchestra della Scala si dichiara “Filarmonica”, dopo che per anni le è stato vietato, per evitare confusioni).

Marie Jacquot (Foto @ Christian Jungwirth)
Filarmonica. La stagione 2026 percorre le due linee consuete, parallele e complementari: la chiamata di giovani talenti e l’esercizio con direttori di casa.
Il programma del 16 febbraio fa vibrare la prima corda, con Lorenzo Viotti che raccoglie la sfida di Chailly: Sinfonia n.7 di Šostakovič, quella nominata “Leningrado”. Il concerto del 23 febbraio riporta invece alla Scala Fabio Luisi, che in ossequio all’area culturale tedesca che, ben prima dell’italiana, lo ha riconosciuto, mette insieme il Weber di Oberon (Ouverture), il Bruch del Concerto per violino n.1, con l’ottima Janine Jansen, e il Beethoven della Sinfonia n.8.
Rientra di diritto nella seconda linea maestra il concerto del 30 marzo, che prelude all’ingresso ufficiale di Myung-Whun Chung come direttore musicale della Scala, ancora con gloriosa materia tedesca: Concerto per pianoforte n.3 di Beethoven – solista di eccellenza Leif Ove Andsnes – e Seconda di Brahms.
Non si può dire che rientri nel filone giovanile Michele Mariotti, che per il 13 aprile ha scelto la Petite Suite di Debussy come entrée, la Sinfonia n. 40 di Mozart come piatto forte, Jeau de cartes di Stravinskij a coronamento. Per dimostrare la varietà e la completezza di un direttore che sia in teatro sia nel sinfonico puro è ormai un vertice e una certezza.

Michele Mariotti (Foto © Silvia Lelli)
Esattamente al centro della stagione, la Filarmonica si fa da parte e accoglie ospiti: una grande orchestra, della Tonhalle di Zurigo, e un grande direttore, Paavo Järvi, che mette insieme la Vienna di Korngold (Concerto per violino op. 35) e la Russia di Čaikovskij (Quinta Sinfonia). Ma in questo appuntamento c‘è da seguire anche la solista del Concerto di Korngold, Maria Dueñas, bella e brava, che introduce un altro motivo: la presenza femminile. Il programma del 25 maggio fa debuttare alla Scala (e forse anche in Italia, ma non sono sicuro) Marie Jacquot, trentasei anni, direttrice francese di ottima formazione e carattere deciso, che insieme alla viola di Antoine Tamestit si lancia in un programma di interessante mélange: Ouverture dal Franco cacciatore di Weber (ancora lui), Concerto per viola e orchestra di William Walton, maestro che più inglese non si può, e A Midsummer Night’s Dream di Mendelssohn-Barholdy, ovvero il tedesco più inglese dell’Ottocento.
Domenica 18 ottobre, Riccardo Chailly si ritaglia il secondo impegno con la Filarmonica, tornando a Prokofiev (Sinfonia n.5) e ampliando lo sguardo a nord con il bellissimo Concerto op.47 di Sibelius, grande anima del mondo finnico, violinista Augustin Hadelich.

Riccardo Chailly (Foto © Andrea Veroni)
Il 25 ottobre arriva lo spagnolo Gustavo Gimeno, classe 1976 (Teatro Real di Madrid e Toronto Symphony Orchestra), che corre il calcolato rischio di eseguire per la prima volta in Italia un Concerto per trombone e orchestra (denominato Yericho) del canadese Samy Moussa, solista Jörgen van Rijen, olandese del Concertgebouw di Amsterdam, che dello strumento forse più solisticamente ingrato, indaga ogni possibilità.
Si finisce il 9 novembre con uno dei giovani più promettenti della direzione d’orchestra, Santtu-Matias Rouvali (Philharmonia Orchestra), che si presenta con il Concerto per violino n.2 di Wieniawski (solista Bomsori Kim), autore che negli ultimi tempi è giusto oggetto di attenzione, e con la Sinfonia n. 1 di Sibelius, pagina capace di conquistare anche i riottosi.

Sinfonica bis. A questo punto, il tema Orchestra chiede una nuova digressione, perché anche la stagione sinfonica del teatro ha ben quattro assi da calare sul tavolo.
Il primo è Esa-Pekka Salonen, che il 2, 4 e 6 marzo arriva con la sua bacchetta magica a dirigere i musicisti della Scala in Ravel (Le tombeau de Couperin), sé stesso (Concerto per corno e orchestra) e il molto affine Sibelius (Sinfonia n.5), infilandosi tra una Walkiria, un Siegfried e una Götterdämmerung. Quale spettacolo meglio? Una risposta ce l’avrei.
Il secondo asso è Semyon Bychkov, che con la Filarmonica Ceca ricama un bellissimo programma sul Bel Paese: Sinfonia “Italiana” di Mendelssohn, Concerto in sol di Ravel con la bravissima Beatrice Rana, e Pulcinella di Stravinskij. Orchestra da non perdere questa che Bychkov sta coltivando con cura: la mappa delle blasonate d’Europa ha bisogno di ritocchi negli ultimi tempi, e la Filarmonica Ceca è una delle sorprese più straordinarie, come testimoniano i molti dischi eccellenti finora prodotti.
Il terzo asso è un’altra orchestra che sta incrociando i percorsi al vertice del sinfonismo europeo: la Budapest Festival Orchestra che, sotto la direzione sempre ispirata di Iván Fischer il 21 marzo porta un tutto Prokofiev: Concerto per pianoforte n.2 (solista Igor Levit) e Cinderella.
Quarto asso: Simon Rattle che l’11 ottobre trascina l’Orchestra Sinfonica della Radio Bavarese in un altro programma monstre: Rach3 – solista Stephen Hough e Sagra della primavera.
Anche il confronto ravvicinato con altre orchestre fa bene a un’orchestra.
In copertina Myung-Whun Chung (Foto © Silvia Lelli)