Creare? è un corto circuito su se stessi. e un rimedio omeopatico alla vita

In Cinema

Pedro Almodovar è arrivato al titolo n. 25, “Amarga navidad”, Natale amaro, reduce dal Festival di Cannes. Doloroso, autobiografico, attorcigliato e ben recitato. Un film doppio che contiene una storia allo specchio e un autore in crisi. Un regista che, come in “8 e mezzo”, da anni non riesce a scrivere un nuovo copione. E si chiede se ci siano limiti di censura sui drammi personali, che fra l’altro riguardano altri (e altre). E se la sofferenza del suo lavoro sia bilanciata da quanto lenisce le ferite dell’esistenza. La materia è il cinema e il rapporto con la realtà, la voglia di mutarla in immagini e fantasia

Paghi uno, prendi due. Il 25mo film di Almodòvar, il nome di battesimo ormai è dato per saputo, Amarga navidad-Natale amaro, che esce subito dopo l’anteprima al Festival di Cannes, è doppio: contiene una storia che si guarda allo specchio e un autore in crisi, come già lo era il protagonista regista di Dolor y gloria. Pedro, chiaramente entrato in una zona di vita in cui scoppiano bombe di dolore ad ogni passo, riflette molto sul lavoro e sulla vita, parla di masochismo, dice che si è messo alla berlina, che si è messo in discussione perché conosce bene la materia di cui sta parlando con sofferenza.

La materia è il cinema, chiaramente tutto viene da 8 e mezzo di Federico Fellini e qui don Pedro, sempre prodotto dal fratello e da Deseo, racconta due vicende parallele, una reale e una di finzione: il tema, non nuovissimo, è il rapporto tra la vita e la voglia di mutarla in immagini e fantasia, come fanno i registi e gli scrittori. Ma qui è il cinema ad essere un poco sotto processo e anche ad avvertirci che è indispensabile perché nell’invenzione di una storia ci sta l’immaginazione dello autore e a volte anche la sua preveggenza (vedi sempre Fellini, alla voce profeta). Naturalmente la struttura a incastro, banalmente a matrioska, certamente dolorosa e certamente autobiografica, paga pegno di un certo intellettualismo, ti tiene a distanza, si attorciglia un poco nello svolgersi del reale, che è poi immaginato, ed è questa bella confusione che, fuori dal barocco del primo periodo, accende, non sempre, la corrente elettrica tra i vari personaggi che noi vediamo incontrarsi, telefonarsi, impasticcarsi, rincorrendosi nella mente di Raul.

E’ il regista che da cinque anni non riesce a scrivere un nuovo copione, convive quasi casto col compagno e si vede abbandonato dalla sua collaboratrice Monica che non accetta di vedersi “vendere” come personaggio, per di più con una sua amica che ha appena tentato il suicidio per la morte del figlio. Dall’altra parte noi vediamo Elsa, regista pubblicitaria, affetta da devastanti crisi di panico che si esprimono con forti emicranie, e la sua corsa al pronto soccorso con l’amico che fa due lavori, il pompiere e lo strip boy per feste di nubilato. E anche Elsa ha le sue amiche e tutte ragioni, lotte e lutti per non essere del miglior umore. Tutto assomiglia, nel copione di Raul, alla cerchia dei suoi amici, tanto da provocare un corto circuito sulla privacy dell’arte.

Il tema vero è la sofferenza dell’atto creativo e il chiedersi se ci sono limiti di censura sui drammi personali, o quanto invece l’arte può essere un rimedio omeopatico ai mali della vita, per lenire ferite di piccolo, medio o grande calibro. Il film di Pedro ci pone il problema, sembra risolverlo a suo favore, con la ripresa nella scrittura, perché il cinema forse ci salverà, ma certo non fa uno scoop, forse rimanda l’attimo fatale: dirige un dramma a più voci che si segue con interesse, paga un forte dazio a Pirandello e si giova di una ottima compagnia di attori fuori dal circolo del regista spagnolo. Eccetto la partecipazione di Rossy de Palma.

Amarga navidad, di Pedro Almodòvar, con Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sanchez-Hijon, Vicky Luengo, Patrick Criado, Rossy De Palma 

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