Covid 19: a lezione dai virus. Gli altri, Hiv in testa

In Weekend

Aids, Ebola, epatite C, poliomelite, rotavirus: pandemie – la prima si stima abbia provocato 400 milioni di morti e tuttora si affronta senza un vaccino – da rileggere in termini di scelte di ricerca e terapia, salute pubblica e ruolo di Big Pharma, dei governi e della comunicazione. Per capire cosa fare e, soprattutto, cosa non fare al tempo del Covid19 nell’equilibrio difficile tra la cura degli individui e la ‘protezione’ dei sistemi sanitari

Durante l’anno appena trascorso sono arrivate molte notizie interessanti riguardanti virus diversi dal Sars CoV-2. Notizie che ovviamente non ha notato quasi nessuno, perché eravamo in altri virus affaccendati. Quale sadismo, peraltro, mi spinge a parlare, proprio adesso, di altre malattie virali? Perché penso che possa essere utile, per avere termini di paragone, andare a vedere come stiamo affrontando altre epidemie-pandemie tuttora in corso. Per scoprire se queste storie diverse possono darci qualche indicazione sui problemi che ci aspettano, senza rievocare la peste manzoniana o la Spagnola. Per parlare ancora, in fondo, di quella che ci interessa di più.

Cominciamo allora dall’altra grande pandemia tuttora in corso, l’AIDS, che compie quarant’anni nel 2021, sulla quale segnaliamo almeno tre notizie: 4 febbraio 2020, falliti dopo quattro anni di lavoro i test su un nuovo vaccino, sviluppato in Sudafrica: non è in grado di proteggere dalla malattia. Era il più promettente dei 170 tuttora allo studio; 11 maggio 2020, un vaccino anti HIV, sviluppato all’Università Emory di Atlanta, ha dimostrato di dare una buona protezione per un anno (la durata dello studio) a un gruppo di macachi. La ricerca prosegue; 21 dicembre 2020, autorizzata l’immissione in commercio in Europa di un nuovo farmaco (cabotegravir) per il trattamento dell’AIDS che permette di sostituire le terapie giornaliere con un’iniezione da praticare 6-12 volte all’anno. 

In sostanza, dopo tutti questi anni, il vaccino non c’è ancora e solamente adesso si è arrivati a una cura (che non elimina il virus ma tiene la malattia sotto controllo) che non costringa a terapie giornaliere. Può essere interessante anche dare un’occhiata al bollettino mondiale aggiornato al 2019, ultimi dati disponibili. 
Persone infette: 38 milioni (1,7 milioni nel 2019)
Pazienti in cura: 26 milioni
Deceduti: 400 milioni (stima), 690mila (nel 2019) Il picco è stato raggiunto nel 2002 con 12 milioni di morti in un anno
Nuovi infetti in Italia: 2531

Ora che siamo abituati a simili statistiche giornaliere, forse queste cifre attraggono di più la nostra attenzione. Un conteggio che appare sconfortante, come lo è tutta la storia dell’AIDS, un vero disastro della storia recente delle epidemie. Questo soprattutto può insegnarci: ci indica tutte le cose che non dobbiamo fare nella pandemia da Covid19.
È curioso leggere oggi, in molti testi dedicati a questa malattia, che l’AIDS è entrata nella storia della medicina per la rapidità con cui fu approvato il primo farmaco dopo la scoperta del virus: ci misero sei anni. Il che oggi, trattandosi di un’infezione mortale, non ci appare soddisfacente. Oltre a tutto tale farmaco, l’AZT, era pessimo, sia per la scarsa efficacia sia per i gravi effetti collaterali, e veniva venduto a peso d’oro. Ma se non altro prolungava la vita dei malati. Ci vollero altri dieci anni per trovare terapie più efficaci, per ottenere finalmente una discesa della curva, e solo oggi siamo arrivati a una cura abbastanza confortevole per il malato. Ma, dopo quarant’anni, niente vaccino. Le migliori menti del mondo non ne sono venute a capo. Il motivo è noto: l’HIV è un gran bastardo che, in estrema sintesi, non solo è un “trasformista”, ma attacca proprio il sistema immunitario (in particolare i linfociti C) che è quello su cui conta un qualsiasi vaccino per funzionare.  

Se è vero che Covid19 e HIV sono entrambi virus, è vero anche che sono, per fortuna, molto molto diversi. Come dire che la lucertola e il cobra sono entrambi rettili. A cominciare dalle differenze di comportamento dei due virus: uno si tramette attraverso il sangue, l’altro, come sappiamo, attraverso l’aria o il contatto diretto. Nel caso dell’AIDS quindi il “distanziamento sociale”, tormentone di questa pandemia, non ha senso, visto che è sufficiente non scambiarsi le siringhe o usare un preservativo. Anche se passarono anni prima che ci si rendesse conto che non era pericoloso frequentare un sieropositivo. In sostanza l’AIDS non richiede, dal punto di vista del controllo della diffusione, misure sociali, ma soltanto personali. E niente mascherine: ho visitato reparti dedicati ai malati di AIDS in tre continenti diversi e ho stretto la mano a molti sieropositivi, per lo più attivisti di movimenti per la difesa dei malati. Oggi non avrei potuto nemmeno andare a trovare un parente malato a Milano. Inoltre l’HIV è un virus “lento” (appartiene appunto alla famiglia dei lentivirus), il che significa che ci mette dai 5 ai 15 anni dopo l’infezione, per esprimere le malattie correlate: niente di esplosivo quindi, niente zone rosse, niente corse all’isolamento. E questo già ci deve far riflettere: per sua natura la lotta all’AIDS è stata da sempre affidata alla “responsabilità personale”, sia nella diagnosi sia nelle cure, e alla comunicazione del rischio, sulla quale sono stati effettuati i più massicci investimenti della storia, prima del Covid. E il risultato non è certo incoraggiante.  

Se poi andiamo a vedere come è stata affrontata, solo cattive notizie. Se ci lamentiamo oggi di certi errori, guardiamo a cosa è successo nel 1981, quando due ricercatori dei CDC di Atlanta (il principale centro mondiale di sorveglianza sulle malattie infettive) notarono l’inspiegabile crescita di segnalazioni di alcune malattie rare, che avevano soltanto due cose in comune: un crollo delle difese immunitarie dei pazienti e il fatto che questi erano tutti omosessuali maschi, tra loro collegati. Fecero il loro bravo compitino e in una comunicazione scientifica sul Lancet, chiamarono la nuova sindrome Grid, cioè Gay Related Immuno Deficiency. Forse non si resero conto che anche i giornalisti avevano già allora (almeno quelli americani) preso l’abitudine di leggere le riviste scientifiche. La notizia non poteva sfuggire: il New York Times pubblica un articolo, ripreso in tutto il mondo, in Italia il Corriere della Sera per primo parlava di “morbo dei gay”, che diventò “cancro dei gay” (due errori in tre parole) in altri giornali. Un anno dopo già si registravano casi di trasmissione eterosessuale e già aveva cambiato nome in AIDS. Ma ormai era tardi: un errore di comunicazione costato milioni di morti in più. Lo stigma (che spesso era anche “punizione divina”) colpiva duramente gli “untori” omosessuali, che peraltro all’inizio erano effettivamente i più coinvolti, negli Stati Uniti. Oggi col Covid è durato per fortuna molto poco il sospetto sui cinesi o sugli abitanti di Codogno. Ma il grande errore finì per colpire tutti quelli che non essendo omosessuali maschi si sentivano al sicuro. La grande maggioranza delle vittime è infatti eterosessuale, in Italia in particolare i più colpiti furono nei primi anni i tossicodipendenti, attraverso lo scambio di siringhe. Oggi, se non altro, sappiamo che il virus è democratico. Ovunque i governi arrivarono in ritardo (e subirono condanne penali, soprattutto in Italia e Francia) per non aver fatto controllare subito il sangue da trasfusione, dopo che era diventato disponibile il test diagnostico Elisa. Quelli che ancora oggi considerano Reagan un “grande presidente”, visto che oggi siamo abituati a valutare i politici anche da questo punto di vista, possono forse riconsiderare il giudizio: per anni negò qualsiasi riconoscimento e aiuto ai malati di AIDS e alimentò un mercato selvaggio di rimedi improvvisati.

Gli scienziati litigarono subito sulla scoperta del virus, contesa tra l’americano Robert Gallo e il francese Luc Montagnier, sia per la gloria sia per gli eventuali brevetti, fino a scoprire poi che la prima persona che l’aveva davvero individuato era una donna, Françoise Barré-Sinoussi, che era un’assistente di Montagnier. Ci furono (e ci sono ancora) negazionisti, anche autorevoli, che sostenevano che non c’era nessun legame tra quel virus e la malattia.  Anche allora ci fu la ricerca insensata al “paziente zero”, che piace tanto ad alcuni epidemiologi e ai giornalisti. E infatti fu trovato: uno steward canadese, di cui è giusto non ricordare il nome, che aveva viaggiato in Paesi africani e che poi aveva sostato in una sauna di San Francisco. Fu tra le prime vittime. Il fatto curioso è che nessuno si prese la briga allora di andare a controllare dove si fosse infettato. Quel che importava era il “paziente zero” negli USA. Ci vollero un paio d’anni prima che l’Oms segnalasse che anche l’Africa era coinvolta e un lustro per capire che l’AIDS veniva proprio da lì. Per la cronaca oggi si ritiene che il virus sia passato negli USA dall’Africa, dove esisteva almeno dagli anni ‘20, attraverso Haiti.  L’Africa ha pagato la disattenzione del mondo con almeno 270 milioni di morti. Ma non si è mai trovata la Wuhan dell’AIDS, si sono identificati soltanto alcuni luoghi di diffusione, oltre a San Francisco. La più strana conferenza stampa alla quale abbia partecipato nella mia carriera si svolse nel 2007, in uno di questi luoghi, un albergo situato a un incrocio stradale in mezzo al deserto al centro del Botswana. Oltre all’albergo, qualche motel, bar africani e pub all’inglese, distributori di benzina, parcheggi. Era stata organizzata dal ministero della Sanità di quel Paese in quella poco amena località, perché lì, ci spiegarono, era nata l’Aids, almeno in quella parte del continente. Lì si intersecano la A1, la più importante arteria commerciale che dal cuore dell’Africa scende fino al Sudafrica, con la più importante strada che attraversa l’Africa australe in senso est-ovest. Nella fascia equatoriale la notte dura 12 ore o poco meno. Ed è pericoloso per i camion viaggiare di notte, perché ci sono troppi animali, anche di grosse dimensioni, sulle carreggiate. Quando gli autisti si fermano in posti come quello hanno una lunga notte da trascorrere, tra bar, gioco d’azzardo e le prostitute che lì si concentrano. E ripartono alle 6 del mattino verso tutti gli angoli del continente. Da quell’incrocio, ci dissero, era partita l’infezione (come da molti altri trivi e quadrivi africani) che aveva spazzato via intere generazioni del Botswana, dove l’età media era scesa dai 64 anni nel 1980 a 34, e del Sudafrica, destinazione finale di molti di quei camion. Quella notte non dormii benissimo.

Le Big Pharma infine diedero il peggio di sé e si guadagnarono una fama negativa che si trascina ancora oggi: concorrenza selvaggia, guerra di prezzi, ricatti ai Paesi poveri, diatribe legali internazionali verso quei governi (l’India è il caso più importante) che cercarono di fare da sé, producendo gli stessi farmaci fuori brevetto. Resistettero soltanto, tra errori e cedimenti, quei pochi stati europei che avevano (come l’Italia) un solido servizio sanitario nazionale. È evidente che questa volta, con il Covid, la battaglia è partita in modo diverso, con un peso molto più marcato dei governi statali e sovranazionali. Possiamo lamentarci, forse, di un mese di ritardo nella comunicazione dei cinesi, ma d’altra parte, forse, noi l’avevamo già e non ce ne siamo accorti. Tutto è molto più veloce e sembra meglio gestito. Ma non sarei tanto sicuro che alcuni fenomeni non si ripetano. Se non altro, questa volta, l’Africa può vendicarsi, visto che appare, finora, il continente più resistente al virus.

Zambia.

Ma passiamo a un’altra notizia. 5 ottobre 2020, il Nobel per la Medicina 2020 va a Harvey J. Alter, Charles M. Rice (americani) e Michael Houghton (inglese) per la scoperta del virus dell’epatite C. Storia vecchia, si dirà. Ma mica tanto, visto che la scoperta è del 1989, quando finalmente si trovò il principale (HCV) dei virus che causavano quelle epatiti allora chiamate nonA-nonB (oggi siamo arrivati alla G). Quel che ci interessa è notare che, come nel caso dell’AIDS, non si è ancora trovato un vaccino, il che è strano visto che ormai da anni (l’Italia è stata la prima al mondo) i nostri ragazzi vengono vaccinati dal “cugino” HBV, che causa l’epatite B. Ma ancor più strano è il fatto che, diversamente dall’AIDS, questa malattia è stata praticamente sconfitta (l’OMS parla di possibile eradicazione) senza ricorrere a un vaccino, in quello che è stato forse il più grande successo della medicina degli anni 2000. L’epatite C non è un’infezione “esplosiva”, si trasmette come l’Aids attraverso il sangue, ma molto raramente attraverso i rapporti sessuali: preferisce le trasfusioni, le siringhe, quelle degli ospedali, dei dentisti, dei tossicodipendenti e gli aghi per tatuaggi. In pratica oltre la metà delle infezioni è “iatrogena”, cioè un regalo dei medici. Provoca un’infiammazione del fegato “silente”, di cui non ci si accorge per 20-30 anni, ma che alla fine può (non sempre) diventare mortale, causando un quarto delle cirrosi epatiche gravi e un quarto dei tumori epatici. Nel 2011 si valutava che nel mondo c’erano 170 milioni di infetti, almeno un milione in Italia. Nei centri più avanzati si riusciva a curarne circa la metà, con uno dei primi antivirali (la ribavirina, tornata d’attualità come possibile arma anti Covid) e un farmaco, l’interferone, che aveva preso il nome da un fumetto di Flash Gordon. Era suggestivo, ma dava tanti di quegli effetti collaterali che molti pazienti preferivano tenersi il virus piuttosto che proseguire nelle cure, oltre a tutto costose. Una mattina di quell’anno mi arrivò una telefonata di Gaetano Ideo, un epatologo milanese esperto di epatiti: “Questa volta – mi disse – puoi usare la parola ‘miracolo’ nel titolo, come piace a voi giornalisti. C’è un farmaco che fa sparire il virus dell’epatite C. È incredibile, hanno pubblicato gli studi adesso: per alcuni genotipi del virus si arriva a un’efficacia del 90-100%. E il virus sparisce, muore, con un paio di iniezioni.”
Sapevo che Ideo era una persona seria, ma mi mostrai un po’ scettico. In medicina queste cose non succedono. “Ti mando una notizia che ti convincerà”, mi disse. Era una “breve” di un’agenzia finanziaria, che annunciava che una piccola farmaceutica di nome Pharmasset, di Princeton, New Jersey, uno spin off dell’università evidentemente, era stata acquistata dalla californiana Gilead, una big pharma, per 11 miliardi di dollari, una cifra, come si dice oggi, da manovra finanziaria statale. Nel suo portafoglio la piccola farmaceutica aveva un paio di antivirali efficaci per trattare l’AIDS e uno che si era rivelato “miracoloso”, quasi per caso, contro l’HCV dal nome ridicolo di Sofosbuvir. Lo sviluppo di antivirali come questi era stato uno dei pochi frutti positivi della storia dell’AIDS. Il “miracolo” mi fu confermato (la famosa seconda fonte) da Massimo Puoti, infettivologo di Niguarda, che aggiunse: “Il problema sarà l’accesso a questi farmaci, anche se a breve ne arriveranno altri”. Il motivo del prezzo di quell’acquisizione, infatti, si scoprì poco dopo: il trattamento (12 o 24 settimane a seconda del genotipo) venne messo in vendita negli Stati Uniti a 84mila-168mila dollari, un prezzo non proprio popolare. Ci fu naturalmente una corsa, in ordine sparso, al farmaco da parte dei vari servizi sanitari (anche allora la Germania arrivò per prima in Europa) e ci furono feroci trattative sui prezzi, dalle quali restarono ovviamente esclusi i Paesi poveri. L’Aifa in Italia ci mise un anno per dare il via libera, non tanto per controllare l’efficacia del farmaco, ma per ottenere un prezzo decente (meno della metà del prezzo originario), mentre sotto le finestre manifestavano le associazioni dei malati e i ricchi trovavano in Svizzera o in Vaticano. Ma le cose, bisogna dirlo, furono condotte bene, grazie anche al fatto che non c’era urgenza: si cominciò con terapie “d’emergenza” (anche senza l’approvazione legale) per i casi più urgenti e poi, in ordine di gravità, si è proseguito a curare tutti gli altri nei centri pubblici designati, a spese (non piccole) del servizio sanitario. Oggi sono disponibili tre tipi di terapie diverse. Può essere un modello per la prossima distribuzione dei vaccini. Ad oggi sono state curate 213mila persone (ma si calcola che i ritardi del 2020 dovuti al Covid costeranno 7 mila morti in più per cirrosi e tumori) e si parla di iniziare con test di massa la ricerca degli infetti “silenti”, che si valuta siano altrettanti. In modo da cancellare la malattia dall’Italia entro il 2030: in ogni caso tempi lunghi. Per il resto del mondo, si vedrà. Il 2 novembre 2020, comunque, Medici senza frontiere ha annunciato di aver acquistato il Sofosbuvir per il Brasile a 120 dollari a trattamento. Nel frattempo le misure igieniche prese (sterilizzazione più rigorose degli strumenti ospedalieri e dentistici, la legge sui centri tatuaggi, il controllo più accurato delle sacche di sangue) e la minor circolazione del virus, grazie alle cure, hanno comunque ridotto drasticamente le infezioni. Nella prima metà del 2020 sono stati conteggiati 12 nuovi casi in Italia. 

La storia dell’epatite C ci dice che una malattia virale, non troppo infettiva per le modalità di trasmissione, può essere sconfitta anche solo con un farmaco e con adeguate misure igieniche negli ospedali e negli studi medici. Ci conferma che tali misure, come si è visto anche nella prima fase del Covid, sono state a lungo sottovalutate, specie in Italia. Poi c’è l’aspetto economico. Si usava dire, tra gli addetti ai lavori, che il vero business delle farmaceutiche non sono i vaccini, che costano poco, vengono gestiti da enti statali nella stragrande maggioranza dei casi e che oltre tutto hanno il difetto, secondo una vecchia battuta, di far guarire il malato con una sola iniezione, perdendo così un cliente. Forse è per questo che non è ancora stato trovato un vaccino per l’epatite C, mentre ai primi posti dei fatturati troviamo i farmaci biologici antitumorali e antivirali, come quelli per l’HCV. Ma è evidente, nel caso Covid, che la domanda è talmente alta e urgente da rovesciare quella vecchia regola. Non ci butteremo, in stile social, nell’esercizio di calcolare quanto guadagneranno i produttori: per ora ci accontentiamo del “basta che funzioni”. Ma notiamo una cosa: della ricerca sui vaccini sappiamo tutto, persino i nomi dei volontari delle sperimentazioni, ma l’unico aspetto che mantiene scarsa trasparenza è il loro prezzo. Pare che il vaccino Pfizer costi all’Europa 10 dollari a dose (quindi 20 a vaccinazione), che quello Moderna 18, ma che il futuro Astra Zeneca si fermi a 2 dollari. Sono informazioni che arrivano da una sottosegretaria al bilancio belga, che ha pubblicato il listino per errore e per la quale non prevedo una luminosa carriera.   

25 agosto 2020, l’OMS annuncia che l’ultimo ceppo del virus della poliomielite che si trova in natura è stato eradicato in Africa. Da una malattia sconfitta coi farmaci senza vaccini passiamo a una grave malattia debellata solo con i vaccini, perché farmaci non ce ne sono. Come nel caso, al momento, del Covid. È una buona notizia, frutto di una battaglia durata quarant’anni, condotta dall’OMS, dall’Unesco, dalle organizzazioni non governative (tra le quali in questo caso anche i Rotary), ma la guerra nel mondo non è finita. Gli ultimi Paesi a liberarsene sono stati l’India e la Nigeria, ma esistono ancora due Paesi in cui la poliomielite di tipo 1 (gli altri due genotipi sono praticamente scomparsi) è endemica: l’Afghanistan e il Pakistan. Anche in Europa e Usa la lotta è durata 40 anni, dai primi anni ‘60: l’Italia e gli altri Paesi europei sono stati dichiarati polio-free nel 2001. 

Il caso della poliomielite ci offre comunque alcuni spunti interessanti nel dibattito sui vaccini, che ci appassionerà per anni. Cominciamo a notare che l’Oms ha dichiarato che quello eradicato in Africa è il virus “selvaggio”, cioè quello naturale, mentre si registrano ancora casi di malattia (poche decine) indotte dal vaccino, in piccoli focolai. Al di fuori dell’Africa l’ultimo focolaio di questo tipo è stato registrato, guarda caso, in Siria, perché le guerre aiutano sempre i virus.  Vedo già serpeggiare la polemica. E allora è bene chiarire la questione. Contro la poliomielite esistono due tipi di vaccini, universalmente noti, il Sabin e il Salk, entrambi dal nome del loro scopritore. Il secondo è un vaccino “moderno” (virus inattivato), sicurissimo, comporta un’iniezione e diversi “richiami”, ma è meno efficace, nel senso che funziona nel 90% dopo 2 dosi (99% dopo tre). Il Sabin è invece più efficace, dà una protezione totale, si assume per via orale una sola volta e costa molto poco. Ma ha un difetto: trattandosi di un virus “attenuato”, in rari casi (1 ogni 750mila) si riattiva, provocando la malattia. Questo significa che in Africa si usa quello che costa meno e non importa per qualche bambino paralizzato? Non è così: costa meno, è più semplice dal punto di vista organizzativo, ma soprattutto è considerato la giusta scelta di strategia sanitaria. Noi oggi utilizziamo il Salk perché ci basta tenere alta la soglia dei protetti (la famosa immunità di gregge) da un virus che non circola più. Nei Paesi dove la malattia è endemica invece solo il Sabin è in grado di eradicarla. Anche noi lo abbiamo usato fino al 1999, anche noi abbiamo pagato la sconfitta della paralisi infantile con pochi casi indotti (nell’ultimo decennio del secolo 10 casi). È per questo che esiste una legge in Italia (del 1992), tuttora in vigore, che stabilisce un indennizzo per i “danni da vaccinazione”. Una legge che è una delle bandiere dei no vax: se sono previsti indennizzi, allora è vero che i vaccini sono dannosi…

Su questo tema faccio mio un avvertimento di Roberto Burioni: “Il tasso di vaccinazione in Italia è stato per molti anni altissimo, ma a causa della mania antivaccinista in alcune parti del Paese si è pericolosamente abbassato. Se in una di queste zone – magari in una comunità di persone non vaccinate –, arrivasse dall’estero un individuo che emette il virus della poliomielite, potrebbe verificarsi un’epidemia. A quel punto non potremmo rischiare la diffusione del virus e dovremmo immediatamente vaccinare tutti di nuovo con il più efficace vaccino Sabin”.

Col Covid siamo messi meglio: entro l’anno i vaccini saranno almeno 4-5 e nessuno dei vaccini recenti ha più dato gli stessi problemi del vecchio Sabin (e sappiamo anche che nessun vaccino causa l’autismo). Si potrà scegliere quindi, in relazione alle modalità di somministrazione e al prezzo. O almeno, spero. A proposito di opposizione ai vaccini, invece, è giusto notare che non esiste solo quella ideologica dei no-vax nostrani. Secondo l’OMS in 85 Paesi si incontrano resistenze alle campagne di vaccinazione, in varie parti del mondo molti medici delle organizzazioni umanitarie sono stati uccisi da gruppi estremisti, soprattutto (ma non solo) islamici. Non è un caso che i Paesi rimasti polio-endemici sono l’Afghanistan e il Pakistan. E qualche colpa ce l’hanno anche gli odiati “colonialisti”, che in alcuni casi hanno usato le campagne di vaccinazioni per altri fini. Ricordiamo quello più famoso, ben ricostruito nel film Zero Dark Thirty, sulla cattura di Bin Laden, quando la CIA cercò di raccogliere informazioni mandando un medico a proporre di vaccinare i bambini nel famoso compound-rifugio, che si trovava appunto in Pakistan. Forse non ne è valsa la pena. 

1 gennaio 2020, cento Paesi introducono, su invito dell’OMS, la raccomandazione al vaccino contro il Rotavirus. È un virus importante? Se diamo un’occhiata a una di quelle classifiche, che dopo il Covid hanno spopolato su Internet, riguardanti le malattie più letali della storia, dopo la peste (oggi curabilissima), il vaiolo (unica infezione eradicata), troviamo Ebola, AIDS, le influenze e, tra il sesto e il settimo posto (in contesa con il virus del morbillo), il Rotavirus. Per diffusione in verità dovrebbe essere al primo posto, visto che si valuta abbia infettato il 95% della popolazione mondiale, il che significa che l’abbiamo preso tutti, soprattutto nel primo anno di vita, o comunque entro i cinque. È la pandemia più estesa. Ma sarebbe anche la meno grave. Per la malattia indotta dal Rotavirus, una gastroenterite che provoca una diarrea che può diventare grave per la disidratazione, esiste una cura, che costa molto poco, ed esiste appunto anche un vaccino. Però ne muoiono ogni anno 200mila bambini, circa 600 al giorno, come nelle giornate più dure dei bollettini nazionali del Covid. Non capita dalle nostre parti ovviamente. In Italia circa 10mila bambini all’anno finiscono in ospedale per gastroenterite, dove vengono curati benissimo e rapidamente. La mortalità in Europa è bassissima, uno su 100mila. Ma nei Paesi poveri provoca una strage

Una volta al bar di un congresso stavo bevendo una bibita, nella famosa lattina rossa, con un mio amico medico. Quando lasciammo il bar avevo avanzato metà della bevanda nel bicchiere. Lui lo guardò e mi disse: “Sai che tre mesi fa ero in Burkina Faso – sapevo che ogni anno faceva un periodo di volontariato in Africa equatoriale, con un’organizzazione umanitaria – e avrei dato non so che cosa per avere un po’ di quelle lattine. Avrei salvato qualche vita in più”. “Non sapevo fosse un farmaco – gli dissi. – È la famosa ricetta segreta?”. “No, – spiegò – ma contiene caffeina che è un buon tonico, un po’ di acido citrico che non guasta, zuccheri buoni e soprattutto è una bevanda pura, non contaminata. In mancanza d’altro, ottima per le gastroenteriti”. Penso che esagerasse, per il gusto del paradosso, la Coca Cola non è la terapia ideale per il Rotavirus. Ma ora per quei Paesi dove l’organizzazione sanitaria è scarsa, ci sarebbe un vaccino. Che è arrivato tardi, molto tardi, perché è poco “interessante” dal punto di vista economico, e che ha avuto anche qualche vicissitudine scientifica: nel 1998 ne fu introdotto uno americano, che però fu ritirato dopo 7 mesi perché sospettato di un grave effetto collaterale in un caso su 75mila (quindi molto frequente). La “colpa” di quel vaccino fu poi smentita, ma provocò un ritardo di sette anni. Nel 2007 furono pronti due vaccini, di cui uno pentavalente per tutti i cinque ceppi virali più diffusi: nei Paesi dove è stato introdotto (tra i primi Messico e Nicaragua) è calata drasticamente la mortalità infantile. In Europa non è entrato nei calendari vaccinali, perché non ce n’è bisogno, ma è ovunque raccomandato.  

Per questo virus, ripeto, la cura è semplice, ora c’è un buon vaccino e c’è pure la Coca Cola. Ma non basta. Tanto per ricordare che non è così scontato, per quel che riguarda il Covid, affermare che “vaccineremo tutto il mondo”. E quelli che insultano Gino Strada perché dice che per battere il Covid ci vorranno anni, dovrebbero capire che lui non pensa solo alla Lombardia o al Veneto. 

18 novembre 2020, la Repubblica Democratica del Congo annuncia di aver bloccato l’undicesima epidemia di Ebola della sua storia, comparsa a giugno: 119 casi, 55 morti. Non poteva mancare il grande spauracchio, il più cattivo dei virus conosciuti, perché ha una mortalità superiore al 50%. Che offre un solo grande vantaggio: è talmente cattivo che fatica a diffondersi, perché le sue vittime non fanno in tempo a portarlo in giro. I virus efficienti, spiegano i virologi, non hanno l’obiettivo di uccidere i propri ospiti, ma di sopravvivere e circolare. Come fa il Sars CoV 2. Inoltre Ebola non si trasmette facilmente, ma soltanto attraverso il contatto diretto coi fluidi corporei dei malati. L’aspetto importante di questa storia è che per la prima volta il focolaio di Ebola è stato bloccato utilizzando ufficialmente un vaccino, che si chiama Ervebo, messo a punto nel 2015 e approvato poco più di un anno fa, nel novembre 2019, adottando la strategia “ad anello”, vaccinando cioè i malati (il vaccino non li cura, ma ne riduce drasticamente l’infettività) e tutti coloro che sono stati in contatto. È un vaccino di tipo “ricombinante”, cioè che utilizza come trasporto un virus innocuo (in questo caso quello della stomatite vescicolare che colpisce soprattutto i bovini) integrato con “pezzetti” di Ebola. È la stessa tecnica impiegata nel vaccino anti Covid dell’Astra Zeneca: in questo caso si usa un virus che fa venire il raffreddore agli scimpanzé con frammenti di SARS CoV 2. Il nuovo Ervebo in verità era già stato sperimentato in altri focolai africani, sempre in Congo, mentre non c’era ancora quando scoppiò l’epidemia più grave, nel 2014, in Sierra Leone, Guinea e Liberia, l’unica volta in cui si è temuto una vera pandemia: si concluse con oltre 11mila morti su 28mila casi accertati.

In quella drammatica circostanza, a Lakka, presso Free Town, in Sierra Leone, con l’esercito per le strade a difendere i pochi centri di cura e strappare i cadaveri alle famiglie, per evitare che si contagino nei riti funebri, si verifica un conflitto di strategia medica che vale la pena ricordare. Le autorità sanitarie, locali e internazionali, con l’appoggio anche di molte ONG presenti, spingono per isolare i malati e vietano di fatto di prestare loro cure che vadano al di là di una pietosa assistenza, per timore che l’epidemia si diffonda attraverso gli operatori sanitari, che in passato hanno avuto molte vittime nei focolai di Ebola. A questa linea di difesa si oppongono gli italiani di Emergency. Ricorda Gino Strada, nel libro Zona Rossa, scritto col medico-giornalista Roberto Satolli, anche lui presente a Lakka in quei giorni: “No touch care, si raccomanda di curare i pazienti senza toccarli…Non ci posso credere, mi viene in mente il reato di “omissione di soccorso”, aggravato dal fatto che siamo medici e che siamo venuti qui per curare i pazienti. O no?… Ma dove siamo finiti? Stanno proponendo di organizzare luoghi di cura o campi di concentramento? “Not in our name”, Emergency non ci sta, la medicina va praticata, non vietata, i pazienti vanno curati, non semplicemente isolati”. Per la cronaca, il centro di Emergency ottenne la più bassa mortalità nell’area, fu contagiato un medico, Fabrizio Pulvirenti, che si salvò e collaborò al libro. 

Ho voluto rievocare questi avvenimenti perché ci rammentano la drammatica alternativa che c’è sempre, e c’è sempre stata, nelle epidemie: salvare i malati o il mondo? Bisogna ogni volta trovare la giusta via di mezzo. Dobbiamo riconoscere che nella pratica medica della lotta contro il Covid in Italia medici e infermieri hanno fatto la loro parte, certo, di fronte a un virus che faceva meno paura, e hanno pagato caro il loro senso del dovere, ma soprattutto l’impreparazione delle strutture ad affrontare un’epidemia, almeno nella prima ondata. D’altra parte certe decisioni di “sanità generale” sono state forse troppo difensive, meno generose. Quante volte abbiamo sentito dire “bisogna proteggere il servizio sanitario”, “bisogna evitare l’intasamento, il collasso”. E questo forse ha indotto alcuni errori: troppi malati, nei momenti più caldi, sono stati costretti a rimanere a casa (o nelle RSA), in una situazione in cui non c’erano le risorse per aiutarli, per ricoverarli poi troppo tardi. E al contrario è evidente che la classificazione tra zone rosse o gialle è dipesa soprattutto dal numero di posti letto disponibili più che dalla reale diffusione del contagio. Ma ora è forse presto per parlarne. Ne discuteremo quando saremo guariti.     

In apertura : foto di Kristine Wook/ Unsplash