Datata 1790, l’opera in scena alla Scala diventa nelle mani di Robert Carsen un reality con ampio uso di tecnologia. Che è piaciuto
a tutti ma che, con il suo iperrealismo trash e digitale, quasi sovrasta e confina la musica di Mozart
Ma, oltre ai milioni di ascolti morbosi, un reality show è capace anche di qualche straccio di verità sulla vita? Forse sì, a patto che stia lontano dalla tivù. In questi giorni ce n’è uno alla Scala, sì la Scala: un reality modello Temptation Island suonato e cantato sulla musica di un ragazzo di trentacinque anni, Wolfi per le amiche e gli amici. Per la verità Wolfgang di anni ne aveva anche meno quando ha scritto la musica, ma conosceva la vita meglio di Freud e aveva il dono miracoloso di metterla in note come ne avesse già vissute molte, di vite. Il reality, che ha nome La scuola degli amanti, è un’opera travestita che racconta di tradimenti, turbamenti, inganni, abbandoni, moti di passione vera e falsa talmente avviluppati da non riuscire più a distinguerli. La vita, insomma, nella pulsione che la rende paradiso e inferno: l’amore. Precisazione importante: Così fan tutte, questa è l’opera “en travesti”, Wolfi l’ha scritta nel 1790, e così catapultata nel nostro trash quotidiano da un uomo di teatro vero, Robert Carsen, adorato come pochi perché quasi infallibile, ci arriva come un pugno nello stomaco a farci riflettere sulle cose che contano e spesso nemmeno riconosciamo vivendole. Ma andiamo con ordine.
Così fan tutte, opera scritta da Mozart (ormai l’avete capito) un anno prima di lasciare questo transito terrestre all’età in cui oggi un giovane sogna un contratto di lavoro, somiglia a una Tragedia dell’Amore (con la A maiuscola, se ancora esiste e mai è esistito). Racconta di due coppie di giovani nobili (upper middle class, traducendo, ma non è essenziale), che stanno per sposarsi (allora, nel Settecento, si usava così, e anche presto, quindici-diciott’anni al massimo, perché presto cadevano i denti, per i capelli non c’erano trapianti in Turchia e si moriva per un morbillo). C’è amore vero (pare) tra Ferrando (tenore) e Dorabella (soprano), tra Guglielmo (basso) e Fiordiligi (soprano). Ma fin dall’inizio si rischia un duello all’arma bianca perché Don Alfonso, “vecchio filosofo” o semplicemente un anziano che la mette giù dura (“Ho i crini già grigi, ex cathedra parlo”), insinua ai due maschietti che dalle loro ragazze, “se donne sono”, la fedeltà se la possono sognare. Ma loro “son tali, son tali…”, protestano i due ufficialetti: sì, già sentita. E allora, scommessa: fino a domani mattina, Ferrando e Guglielmo faranno tutto quel che Alfonso imporrà loro per mettere alla prova le ragazze. Dopo aver finto un richiamo alle armi e una lacrimevole partenza in nave, i due ragazzi si travestono da “albanesi” (nello spettacolo di Carsen: tamarri coi capelli lunghi, catenine e anelloni, tatuaggi da immaginare), e s’impegnano in tentazioni insistite, seduzioni assillanti, pressioni da stalking. Con un’aggiunta perversa: Guglielmo andrà all’assalto di Dorabella, l’amante dell’amico, e Ferrando di Fiordiligi. Dopo orgogliose resistenze, che illudono i due ragazzi di poter vincere la scommessa, le due sorelle nonché “dame ferraresi” alla fine cederanno e si daranno, insinuando che, forse, era l’altro il vero oggetto d’amore (o quel che è). Insomma, materia pura da reality.


Ma vedere Così fan tutte in scena così (scusate) scatena meccanismi di riconoscimento che gli spettacoli in costume trattenevano in un’aura “alta” e lontana, nel tempo e nello spirito. Lo spettacolo di Carsen mette a nudo gli ingranaggi come in un orologio trasparente. Ma gli ingranaggi c’erano già: nell’opera di Mozart, la terza di tre inarrivabili su libretti di Lorenzo Da Ponte (veneto trapiantato a Vienna), dopo Le nozze di Figaro e Don Giovanni, la macchina delle disillusioni era già profilata nella sua crudeltà. Anche nel suo sguardo tutt’altro che misogino.
Qualche povero di spirito ancora non manca di picchiare la testa nella lettura sessista (tradiscono solo le donne?). Ma Mozart e Da Ponte, che di intitolare Così fan tutti non potevano permetterselo (e nemmeno avrebbe funzionato come titolo di una commedia arrapante), avevano già messo in scena quel “tutti” nel 1790: a) Despina, la servetta piccante che regge il gioco di Don Alfonso (e qui diventa co-presentatrice del reality), lo dice subito alle due signorine, appena i ragazzi sono partiti: “in uomini, soldati, sperare fedeltà? Di pasta simile son tutti quanti… Mentite lacrime, fallaci sguardi, voci ingannevoli, vezzi bugiardi, son le primarie lor qualità”; b) le tentazioni di Ferrando e Guglielmo sono così parossistiche che nessuno al mondo si sognerebbe di dire che le povere ragazze siano state men che provocate. Non c’è mai stato bisogno d’altro per leggere l’opera come tranello “alla pari”. Infine, i due uomini che hanno scritto Così fan tutte sapevano bene di che cosa parlavano. Da Ponte, quando scriveva i suoi libretti aveva bisogno di due cose: una bottiglia di vino sul tavolo e una ragazza accanto. Delle due sorelle Weber, Mozart si era innamorato di Aloysia, non di Constanze, che sposò con poco trasporto come seconda scelta.
Insomma, il reality show che Robert Carsen ha confezionato con cura quasi maniacale per la Scala, non svela segreti, ma immerge la nostra percezione dell’opera in una volgare malinconia che lascia in bocca un amaro molto più amaro del solito. Effetto che ottiene grazie a una macchina teatrale impeccabile: una scena circolare tecno in tre ambienti (il set del reality con pubblico falso, uno spicchio per gli interni, uno per gli esterni); telecamere che affondano sui personaggi e li esplodono in primo piano; megaschermi in cui tutto diventa possibile: una gigantesca portaerei , una piscina distorta in un magmatico colorismo da Lucy in the Sky with Diamonds e altre psichedelie; la terrazza sul mare italianissimo e ben riconoscibile; il giardino lindo e falso in cui alla fine si celebra il matrimonio (falso anche lui) tra i due finti albanesi e le ragazze raggirate. Tutto tecnicamente perfetto nelle scene digitalmente sofisticate di Carsen e Luis F. Carvalho (anche costumista), che però riescono a rendere poetico, dopo l’addio al molo, il terzetto di Alfonso e delle ragazze che avanzano in proscenio sullo sfondo di un tramonto marino, e drammaturgicamente intensi i due assoli di Fiordiligi e Ferrando, videoripresi in tempo reale e trasformati in duetti con una poltrona. Invenzione invece esilarante è il salvataggio in telesoccorso di Despina travestita da medico. Lo spettacolo ha un respiro che conquista nel suo tripudio di iperrealismo digitale, ma, alla fine, quel che conta con Carsen è la “verità” della regia, la concretezza delle situazioni, la naturalezza dei gesti, la vicinanza dei personaggi. Tutti diventano attori in mano a Carsen.


Ma c’è un risvolto fastidioso: uno spettacolo così forte, per di più con libretto tagliato sui ritmi e sull’impianto visivo, quasi confina Mozart a “corredo” di sé. Ci scopriamo a passar sopra a un sestetto di voci pulito ma con diverse fragilità nella pronuncia e nella dizione. Netto e ben inciso è il canto all’italiana di Luca Micheletti (Guglielmo) e di Giovanni Sala (Ferrando); più generiche e alla tedesca le voci di Elsa Dreisig (Fiordiligi) e Nina Van Essen (Dorabella). Ancor più lontana dalla parola Sandrine Piau, soprano francese che apprezziamo da anni; solo elegante il Don Alfonso di Gerald Finley, di voce un po’ stinta. Alexander Soddy è un direttore che ha già dimostrato alla Scala il suo talento, imposta tempi e fraseggi con le nervose agogiche che vengono dall’esecuzione “storicamente informata” e che vanno molto d’accordo con la cifra vistosamente AI dello spettacolo. Nelle repliche ogni cosa andrà più a fuoco.

Tutto è piaciuto a tutti (loggione compreso), il che fa sempre notizia. Questo Così fan tutte non entrerà nel catalogo dei capolavori di Carsen, ma delle letture inquiete, se non inquietanti sì. A sipario chiuso (che ci sorprendiamo esista ancora) rimangono forti uno stato d’animo, la “malinconia d’amore”, e una certezza: che il coté femminile sia il vero protagonista nell’affermare la forza dei sentimenti, nella fedeltà come nell’infedeltà. Le “necessità del core”, come sentenzia Alfonso. Le donne sanno capovolgere il mondo con un sorriso, diceva qualcuno, gli uomini no. E Mozart lo sapeva.
Foto: Vito Lorusso©Teatro alla Scala