Corpi di spaventati guerrieri con se stessi

In Teatro

“I corpi che non avremo” porta al Teatro Franco Parenti fino al 15 febbraio l’angoscia esistenziale di una generazione costretta a fare conti nuovi col proprio corpo e con gli obiettivi che lo sguardo del mondo pretende che raggiunga. Lo fa con uno spettacolo scenicamente raffinato e interpreti maturi. Colpisce e convince.


Un momento di festa. Un entusiasmo troppo enfatico per essere reale in una stanza troppo bianca per non essere asettica. Così Mattia festeggia i suoi 33 anni, imbozzolato in un isolamento che le notifiche dello smartphone, e i suoi amici dall’altra parte, provano a rompere senza successo. Del resto, al primo sguardo, quello che il ragazzo vira su se stesso, Mattia non sembra essere scivolato oltre il confine. Potrebbe uscire in ogni momento, ricominciare la quotidianità di un ragazzo alla sua età, accanto al lavoro da remoto, allo schermo come unico rapporto con corpi in 2D. Potrebbe, uscire e inseguire un’idea, un ombra, fosse anche un incubo. Potrebbe, ma sono sei mesi che ha scelto di non farlo, di “rimuovere la vita dalla sua vita”. Dal giorno in cui s’è svegliato e s’è sentito “una cosa, una forma”. Non gli resta allora che inseguire un ricordo che ha preso, lui si, corpo, per esporlo come un cristo in croce allo sguardo del mondo e alle sue stesse ferite. Che iniziano, per tutti, nel momento in cui si rompe l’idillio dell’infanzia, la felicitá perfetta a cui per esistere basta una palla, per prendere coscienza della condanna alla finitudine del proprio corpo e inchiodarlo al disgusto, e alla vergogna in cui i corpi degli altri fanno riflettono tutto l’orrore possibile che ci portiamo addosso. 

“I corpi che non avremo”, in scena al Teatro Franco Parenti fino al 14 febbraio, riesce a portare sulla scena quell’intimo nocciolo nero dell’odio di sé che molti – forse tutti – se si è fortunati per un solo istante, diversamente come cupo compagno di vita. Lo fa con una costruzione scenica piena di simboli, in cui il corpo rifiutato si fa quadro, nel senso che sulla scena viene riportato alla sua ineludibile concretezza quanto più evoca immaginari d’arte, dalla posa scultorea del David ai chiaroscuri Michelangioleschi che espongono le ossa di Fabrizio Calfapietra, un Mattia dolente e intenso.  Ripercorrendo su se stesso una crescita segnata dalla violenza dello sguardo dell’altro, il testo di Francesco Toscani lirico nelle intenzioni ma carnale e iperrealistico nella resa  fa qualcosa di più che situare i corpi di una generazione in tempi ubriacati dagli ideali performativi imposti dagli schermi e dai social.

 Espone allo sguardo del pubblico la radicale e talvolta disperante consapevolezza con cui i trentenni – a metà tra il tempo in cui tutto poteva ancora essere e quello in cui è troppo tardi – guardano se stessi, sempre più spesso sopraffatti dall’angoscia di essere diventati adulti mentre si stavano ancora cercando, mentre osservavano allo specchio qualcuno che non riconoscevano. Disorientati nel tentativo di sopravvivere a un mondo in cui non pare esserci via di scampo se non astrarsi da sé, sgusciare via da un corpo di cui ci si sente passeggeri, mentre il ricordo delle tappe della maturazione – e della relazione con l’altro, del sentimento e del desiderio: l’innocenza dei tredici anni, la scoperta dei diciotto, la pretesa lucidità dei trentadue emergono come le scene di un film fintamente colorato, in cui hai fatto quel che dovevi senza esserne padrone davvero, in cui scopri che quello che dovrebbe essere bello non lo è, e la risata serve, come può, a mascherare la paura. La regia intelligente di Andrea Piazza sovrappone e fa coincidere lo schermo abitato di immaginari irraggiungibili con lo spazio in cui non si potrà consumare una sessualità diventata ostensione di corpi e enfatizzazione di immaginari fasulli che a loro volta tradiscono, con la realtà del tempo che passa, l’irreale modello imposto. 

C’è grande eleganza e acutezza di intuizione, nella sua costruzione scenica, nelle scene di Alice Vanini e nei movimenti dei corpi sulla scena, firmati da Simone Tudda. A cui spetta anche il compito di incarnare, sulla scena, lo specchio partecipe che ognuno cerca nella propria coscienza e insieme l’obiettivo spietato del corpo perfetto che avrebbe voluto diventare. Questo lavoro impressiona perché, nella sua sincerità, senza sconti trova anche una finezza formale in cui ogni gesto in scena é esatto, chiaro ed evocativo al tempo stesso, e tutte le sapienze che costruiscono uno spettacolo riuscito ci sono, e si vedono, senza cannibalizzare le altre componenti. Forza estetica e narrativa, fascino dei corpi – il nudo è gestito con misura e proprietà – e rovello della mente trovano spazio e un saggio e affascinante equilibrio. Forse – non solo la generazione Y – non sa “liberarsi della prigione che sono il tempo e la carne di tutti”. Ma sa molto bene come raccontarla.


Ph. © Gaia Capone

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