Non è eguale. Il rapporto con il tempo della detenzione cambia a seconda del genere. E le detenute soffrono il carcere come una mutilazione. Un libro appena uscito dà loro voce e corpo e il ricavato va a Carte Bollate, un giornale che si fa ‘ dentro’
Quando entri in carcere per la prima volta, e la mia prima volta è stata quasi vent’anni fa, ti preoccupi di dimostrare soprattutto a te stessa, di non avere pregiudizi. Pensi di essere in grado di rapportarti alla sofferenza inflitta e subita, mantenendo il necessario equilibrio tra empatia e distacco e di avere la classica valigia degli attrezzi che consente di affrontare con calma chirurgica anche le situazioni più difficili. Poi ti accorgi quasi subito che tutte queste preoccupazioni in realtà sono fesserie. Il carcere è esattamente come la vita: ti sorprende, ti incuriosisce, a volte ti stressa o ti avvilisce, ma non ci sono istruzioni per l’uso, bisogna viverlo e basta.
Sono entrata a Bollate come volontaria nel 2007, pensavo a un’esperienza di qualche anno, ma sono ancora lì. Ricordo che appena iniziai a fare un giornale con i detenuti (all’inizio erano solo uomini, non esisteva ancora un reparto femminile) ai colleghi che mi chiedevano come stesse andando la mia nuova attività da giornalista in pensione rispondevo: “Finalmente una redazione di persone per bene”. Sembrava una battuta, ma non lo era affatto. La prima cosa che ho scoperto è stata proprio questa: i miei nuovi compagni di lavoro erano persone affidabili, intelligenti, capaci, pieni di idee. E quindi sorprendenti: gli stereotipi ce li abbiamo incollati addosso e dovendo fare un giornale con dei reclusi, immaginavo di dover partire dall’abc, perché si pensa al detenuto come a una persona emarginata, descolarizzata, con uno scarso bagaglio culturale. Del resto i dati sulla scolarizzazione sono lì a confermare questo sospetto: il 90% della popolazione carceraria si colloca tra analfabetismo e licenza media e la redazione di carteBollate, il nostro giornale, non faceva eccezione. Eppure scrivevano articoli ben fatti, a volte con un italiano traballante, più spesso assolutamente perfetti e comunque ricchi, profondi, mai banali. Li leggevo e mi chiedevo: ma questo dove avrà imparato a scrivere così bene? E tutte queste citazioni così colte, di autori di cui non ho mai sentito parlare, dove è andato a pescarle? Ti guardi intorno, a Bollate c’è una biblioteca con 15 mila volumi, frequentatissima, anche da quelli che prima della carcerazione non avevano mai preso in mano un libro, ma che dietro alle sbarre approfittano di tutte le opportunità che il carcere può offrire: leggono, studiano, fanno tutti i corsi e tutte le attività a cui possono accedere. Naturalmente stiamo parlando di Bollate, un carcere che non ha inventato un nuovo modello detentivo ma – semplicemente – ha applicato le norme esistenti, quelle previste dal nostro ordinamento. Un po’ come dire che quello che si fa in questo penitenziario lo si potrebbe fare ovunque, perché tutti dovrebbero attenersi alle stesse leggi. La realtà invece è un’altra: un carcere rispettoso dei diritti è considerato un lusso impossibile, le norme restano sulla carta e a cinquant’anni dall’entrata in vigore del Nuovo Ordinamento penitenziario, è pacificamente tollerato che la maggior parte degli istituti di pena italiani siano fuorilegge.
Ancora oggi continuo a stupirmi dei contenuti dei loro articoli: le informazioni che hanno da dove vengono? Vivono in una bolla, dove anche i giornali, quando arrivano, sono già vecchi, un po’ di televisione, la rassegna stampa di Radio Radicale, ma non hanno internet, vent’anni fa qualcuno non sapeva nemmeno cosa fossero i social o una mail. Eppure hanno spesso proposto pezzi ben informati, su argomenti non proprio a portata di mano, dalla Primavera araba ai conflitti nel mondo, dalle energie alternative a misteriose imprese spaziali, utilizzando fonti che riescono ad attivare per canali sotterranei, di cui solo loro conoscono i percorsi. O facendo riemergere dalla memoria storie dimenticate, ma che attraverso la scrittura tornano a galla e diventano notizia.
Queste alchimie hanno un nome, brutto se vogliamo, ma si chiamano resilienza. Quando parli con gli uomini trovi sempre qualcuno che ti spiega: «Il carcere puoi viverlo o subirlo» e loro generalmente scelgono di viverlo, riempiendo le giornate con ritmi frenetici, trasformando la detenzione in risorsa.
Poi, nel 2008, sono arrivate le donne, in seguito al trasferimento in blocco delle cinquanta ospiti del carcere di Opera. E lì molte cose sono cambiate. Per raccontare il percorso fatto con loro, insieme a Roberta Ghidelli, direttrice dell’istituto penale minorile di Rovigo, abbiamo deciso di scrivere un libro, La pena oltre la pena. La doppia condanna delle donne in carcere (Libraccio editore).

Un libro da ascoltare più che da leggere, perché riporta fedelmente le loro voci, attraverso testimonianze dirette o tratte da carteBollate, saccheggiando articoli e inchieste fatte da decine di redattrici che si sono alternate negli anni nella nostra redazione. È un libro che racconta che per le donne la resilienza è solo una parolaccia, il carcere è galera e basta, è distacco, privazione affettiva, tempo sospeso che trascorre inutilmente. Loro il carcere lo rifiutano, non si adeguano ai suoi ritmi, non accettano le sue insensatezze e questo non va bene. È visto come un segno di disadattamento, di elusione delle regole, che porta a considerarle come persone ingestibili, magari anche un po’ matte. Ma rifiutare il carcere è un segno di salute mentale e non di insubordinazione. Come si può accettare la mutilazione degli affetti, l’annullamento della propria identità, la cesura netta con ciò che si era? Per loro la vita è altrove, è dove ci sono i propri affetti, i figli, la quotidianità che hanno abbandonato, il lavoro che amavano e che non potranno più fare.
Le donne del Femminile hanno subito capito che Bollate non era il villaggio vacanze del paesaggio penitenziario italiano. Abbiamo riportato le loro parole, ritagliato i mille articoli in cui, sulle pagine del nostro giornale, hanno denunciato che per loro, nel carcere dei maschi e pensato da maschi, c’erano meno opportunità, lavori più dequalificati, libertà di movimento più ridotta. Certo, in spazi più vivibili: all’epoca erano solo in cinquanta, quasi tutte in celle singole. Adesso sono triplicate, disposte a strati, in sei per stanza, con i letti a castello, perché in questi 18 anni il reparto, invece di evolversi, di conquistare gli stessi privilegi del Maschile è imploso, soffocato dal sovraffollamento, con un regime sempre più restrittivo. Un fallimento che la Direzione accetta di fatto, con rassegnazione, come se non ci fossero alternative possibili.

In un capitolo dedicato al “corpo dimenticato” delle donne recluse ricordo il mio primo impatto con le nuove cittadine di Bollate. Rivedo Roberta, una nuova arrivata, che si guarda allo specchio: «È da quindici anni che non mi vedevo tutta intera, mi ero persino dimenticata del mio corpo, non sapevo più come sono fatta». È una delle testimonianze più agghiaccianti che ho raccolto in tutti questi anni, il simbolo dell’ottusa afflittività del carcere, con la quale, da quel momento, avrei dovuto confrontarmi in modo più lacerante, toccando con mano la violenza del potere di vietare. “Quando si proibisce qualcosa si calcolano mai i rischi e i benefici?” si chiede Maila, una delle tante voci che abbiamo preso in prestito. La risposta è no, o meglio vengono valutati con il solo parametro della sicurezza: tutto, uno specchio incluso, può essere strumento di offesa e quindi si proibisce.

La differenza di genere, che in qualche modo mi schermava nel rapporto con gli uomini, con le donne è diventata vicinanza, sofferenza condivisa. Non ho mai visto uomini piangere: è un luogo comune ma un detenuto non verrà mai a versare lacrime sulla tua spalla per chiedere conforto. Le donne invece hanno almeno questa libertà, ti gettano addosso il loro malessere, senza filtri, senza mediazioni, perché tu sei come loro, possiedi i codici che ti consentono di capire, parli lo stesso linguaggio. Le ami incondizionatamente e a volte le detesti, proprio perché vedi in loro le tue stesse debolezze, le stesse fragilità, che da libera puoi nascondere dietro alla maschera dei vari ruoli che rivesti, mentre in carcere no: là dentro tutti gli schermi crollano. Le detenute sono carne viva, vulnerabile e senza protezioni e tu sei fatta della stessa carne. Lavorare con loro è un’impresa difficile, devi fare i conti con gli umori altalenanti, con la discontinuità. Devi capire che ogni loro assenza, ogni rifiuto è un messaggio: “Ti sto dicendo che sto male”. E quando riesci a coinvolgerle, quando cominciano a trovare un senso nel lavoro che stiamo facendo insieme, anche tu ritrovi il senso del tuo lavoro.
La redazione di carteBollate è l’unica attività del reparto femminile che esiste da 18 anni e che in tutto questo tempo non ha mai avuto interruzioni, neppure durante la pandemia. Tra alti e bassi, tra divieti e limitazioni, prendendo atto dei problemi e lavorandoci sopra, continua a esserci, forse proprio perché abbiamo accettato di farci carico del malessere delle detenute, di non considerarlo un capriccio, ma di trasformarlo in linguaggio. In una lunga storia che continua e che abbiamo cercato di rendere più visibile con questo libro, che ha un valore aggiunto: tutti gli incassi delle vendite, per decisione dell’editore, serviranno a finanziare carteBollate. Un buon motivo per scriverlo e un’ottima ragione per comprarlo.

Le foto del carcere di Bollate sono di Federica Neeff.