Cara Valentina…

In Teatro

Una lettera di arrivederci a Valentina Cortese, attrice, diva, icona che ci ha lasciati lo scorso 10 luglio

Cara Valentina,

ogni spettatore che ti ha guardato, dal buio della platea di un cinema o di un teatro, tra poltrone di legno o di velluto, sotto i veli bianchi del Giardino dei ciliegi, uccisa dai giganti mentre il sipario di ferro spezza la carretta dei comici, o salire le scale della perdizione della Lulu di Wedekind, inveire contro i “sciuri” nel “Nost Milan” di Bertolazzi o mentre dividi con Nazzari il cast femminile della Cena delle beffe o nel massimo omaggio di Truffaut dimentichi la parte sul set di Effetto notte, esattamente come accadeva a Marilyn con Billy Wilder in una scena di A qualcuno piace caldo, ecco chiunque ti abbia visto in queste illusioni, occasioni, frangenti, rimane la fitta di un colpo al cuore che non si attutisce nel tempo.

È sempre l’attimo fuggente. Avevi un cuoricino liberty che Strehler ha saputo valorizzare al massimo, pur costringendoti a partecipare alle lotte sindacali di Chicago come Santa Giovanna dei Macelli, ma avevi anche un cuore che sapeva vedere la direzione che a volte prende la giustizia, nella tua vita spesso trascinante come un melò anche nei tuoi folli amori.

Avevi forse due volti, la ragazza di campagna con il foulard annodato per proteggersi dal sole – lo stesso che diventerà il tuo copyright – e l’attrice che ha scavalcato il regime, Hollywood, una guerra e ha saputo ricominciare e ritrovarsi con Antonioni, quando vincesti il Nastro d’argento per Le amiche.

Generosa e sincera dentro, nell’animo come si diceva una volta, tutti ti volevano bene per questo e molti abbiamo patito negli ultimi anni di non poterti salutare perché era isolata nel tuo letto di dolore e ti allontanavi dal mondo in silenzio, confondendo tempo e spazio come sanno fare solo gli attori di razza che sono allenati a questo esercizio.

Hanno messo la tua bara sotto il proscenio del teatro Grassi, dove hai aperto per centinaia di sere l’ombrellino della cecoviana Ljuba dicendo “mio marito è morto di champaaaagne”. Esattamente nel luogo, nel perimetro tra realtà e finzione, dove era stato posto il tuo Giorgio oltre venti anni fa e tu straziata piangevi sulla sua cassa di legno indifferente.

Eri elegante e sfacciata, raccontavi come pochi l’amoralità delle cene eleganti del cinema americano, quelle con gli uomini vestiti solo con una lunga cravatta, quel mondo da cui, rompendo il contratto col Darryl F. Zanuck, sei scappata tornando in Italia ma con un marito americano, Richard Basehart, esattamente come ha fatto la tua amica Alida Valli. Eri buona, altruista, desiderosa di condividere l’arte della scena andando ad applaudire i compagni di viaggio: appena Mastroianni mise piede al Nuovo di Milano, e si sapeva che non stava bene, gli hai fatto trovare uova fresche in camerino.

Un’umanità che ancora e sempre commuove, provate a chiederlo ad Andrée Ruth Shammah. Sei stata tra le poche che ha avuto la fortuna di sperimentare il genio, la follia, gli eccessi, l’ardore e gli affetti dei massimi registi in circolazione, da Strehler a Visconti quando ci fu lo scandalo Pinter, da Truffaut a Chèreau (la tua Lulu sarà sempre troppo poco ricordata), da Losey ad Aldrich in film cult; e Fellini che ti adorava, conosciuto quando tuo marito recitava La strada e tu dicevi che l’amicizia con la Masina era un po’ bricconcella.

Da allora Federico ti ha amato, condividendo e sfidando le curiosità paranormali e consegnandoti alla fantasia barocca agghindata nella strepitosa inventiva di Gherardi in Giulietta degli spiriti. Il mondo dello spettacolo è stato tuo ed eri l’ultima divina, non è un modo di dire: questa volta è vero, ci sono le prove e i testimoni.

Le tue svenevolezze, i tuoi ingombranti modelli di Valentino, le tue prodezze mondane nel finale di partita, ma in fondo restavi la Valentina che vestita di viola affrontava come Ilse i giganti del teatro Lirico e molti altri. Nessuno aveva un sorriso in Cinemascope come il tuo, nessuno profumava di gelsomino come te, nessuno ha avuto tanti svenimenti per eccesso di tuberose in camerino come quando recitavi con la Falk Maria Stuarda e tu eri la buona in preghiera col tuo amico Zeffirelli a fare da arbitro. Ci sarà qualcuno che dirà che ora tu e Franco lassù chissà cosa metterete in scena…

Dire che ci manchi è dir poco, è da tempo che ti eri ritirata, qualche scappatella col tuo amico e regista del cuore Filippo Crivelli (quando interpretasti la Duse dopo aver fatto la Bernhardt in tv), qualche recital per l’adorata Merini e per Testori che forse aveva scritto da una giovane una cosa tutta per te. Siamo fortunati noi che ti abbiamo visto, anche negli sceneggiati di marca (I Buddenbrook, ma quando mai oggi Thomas Mann in prima serata?), anche nell’operetta di Garinei e Giovannini quando facevi il verso alla Wanda Osiris (la “Granduchessa e i camerieri”) con tuo figlio Jackie, premio Edipo per sempre, che hai amato alla follia: il tuo finale di partita è iniziato con la sua morte nel maggio del 2015.

E ora che il carretto è davvero rotto e non si ricompone per la replica di domani rimane di te la memoria magnifica dello spettatore, dell’ospite dei tuoi inimitabili momenti in scena e dei tuoi capodanni di compleanno, qualcosa che il Tempo non scalfirà. E siamo tutti in attesa della tua protezione, tu che sei stata con noi 96 anni come minimo e sei stata così generosa da benedire con una letterina l’amore tra il tuo Giorgio e quella bellissima bravissima attrice austriaca, Andrea Jonasson che oggi ti piange con lacrime vere, non di teatro, da amica e non da rivale.