Filippo Timi torna al Teatro Franco Parenti fino al 25 luglio con una confidenza in forma di recital musicale: tredici canzoni che – prima di diventare un disco – sono un prezioso autoritratto personale e collettivo
Perché ciò che accade su un palcoscenico funzioni, è necessario che, chi osserva, ci creda. Che anche dentro la maschera più distante da chi la indossa si lasci intravedere il frammento di verità pura che la muove. Questo è – o almeno chi scrive spera che lo sia – Il motivo per cui Filippo Timi è così amato: ci si fida, e – a prescindere da lui – ci si riconosce. Questo è particolarmente vero quando il mestiere dell’animale da palcoscenico, talvolta surreale e grottesco, coi suoi guizzi di fantasia, non lo può sostenere come al solito. Ovvero quando, ad esempio, si cimenta con la musica. Come fa in Non sarò mai Elvis Presley, un’ora e mezzo di free jazz dell’anima in tredici frammenti dove al corpo scenico si sostituisce una calda voce da crooner del miglior Novecento e le sue trovate donchishottesche si appoggiano a un fido Sancho, Lorenzo Minozzi, capace di accompagnarlo con sobria solidità in un terreno – quello della musica come cuore e non di servizio – che non è il suo nè pretende di esserlo, eppure diventa il suo parco giochi, o il suo confessionale più personale nel momento stesso in cui la elegge tale. Che diventino pure, allora, un accidente, la metrica dei testi o le invenzioni compositive: quel che conta è trarla a sè, e darle la forma migliore perché sia la propria via per dialogare col mondo. Che si adatta alla forma dei bisogni: come gli handpan, a cui bastano solo le mani per costruire partiture affascinanti e misteriose, e le cui dimensioni suppliscono agli occhi di chi vede “il mondo decapitato, o forse vedo quello che siamo stati”.
Non temano quelli che qualcuno una volta ha definito “puristi” o “seguaci” del Timi dei sold out (che non mancano comunque, tanto è vero che a fine luglio c’è stato bisogno di aggiungere repliche e dargli una sala più grande). Anche qui ci si muove tra King Kong e il Brucaliffo, mentre un dinosauro occhieggia da un angolo. C’è tutto l’immaginario schiettamente pop di un bambino cresciuto tra gli Ottanta e i Novanta, tra i cartoni dei Griffin e Ok il prezzo è giusto. Ma qui c’è Filippo Timi in purezza, incantevole perché disposto a mettersi a nudo senza proteggersi la pelle con troppi strati luccicanti di paillettes e gli artifici del mestiere.
A voler trovare un parallelo nella sua produzione, è forse lo stesso Timi di un lavoro a cui ruba una citazione che è il senso e la chiave di lettura di una postura oltre questo recital, concerto, forse un po’ entrambi o nessuno dei due: “su un cuore in fiamme non ci si arrampica con gli scarponi, ma con le carezze”. Un cuore di vetro in inverno depurato tuttavia dal dolore di uno spettacolo in cui, all’epoca, aveva esposto una fragilità poco compresa da un pubblico che – allora come oggi – spesso pare rida perché si aspetta di doverlo fare, perchè il giullare si offre perché lo si faccia, mentre usa parole deflagranti.
Con Timi si ride, certo. Ma lo si fa con la sincerità che, a scuola, ci metteva il compagno impegnato a far ridere tutti purchè si ridesse insieme a lui, anzichè qualcos’altro. Allo stesso modo, nei testi recitar-cantati dall’attore perugino la fame d’amore si declina sempre in desiderio, e tuttavia lo fa con affannata tenerezza, come in quel momento della vita in cui se ne scoprono le possibilità. Eppure non c’è niente di adolescenziale, in tutto questo. Semmai – vien da pensare – rinnovata consapevolezza. Di un adulto che scopre nella madre “la ragazza che eri mentre io ti credevo vecchia”. Di chi riconosce le proprie ferite e le espone coperte d’oro, forse perchè nessuno possa infierire, o soltanto perchè si impari insieme a riconoscerle; non è ostensione individualista, ma messa in comune di una conoscenza, o di una sua possibilità. Se la si raccoglie, importa il giusto di affannarsi a cercare coincidenze esatte con l’uomo che la offre. Ma se si scova la Marilyn capace di aprire una strada di libertà a tutte le altre quando dire no era impossibile, si può davvero rimanere affezionati all’immaginario di bionda sciocca che aveva imposto e modellato su di lei il potere di Hollywood? A sua volta costruito, racconta l’attore umbro, sulla pelle di ultimi riscattati, dei Rodolfo Valentino, divi creati sul corpo di ragazzi stanchi di vendere il proprio a chi paghi un’ora o una notte.
Sono questi frammenti di verità e poesia le pepite della produzione di Timi, capace di trasmutarle in sguardi diagonali e farne racconto: da una fila di arance tutte uguali sulla carta da parati di un’amica, qualche anno fa, fino – qui – alla apparente condanna di un sasso a cui manca la bocca per dire il suo amore. O a una candelina nata senza “picciolo” che dall’oblio di un cassetto scopre la fiducia di poter uscire, e la curiosità di scoprire in quale nuova forma. Sono lampi, se non si vuol scomodare la parola genio, di un grado elevatissimo e profondo di intuizione che prova a far esistere le cose e a nobilitare anche le più piccole e dirompenti (molti tra i monologhi e le canzoni vengono direttamente da un “cabaret” composto proprio per giovani attori) come lo facevano popoli d’antica sapienza come i sardi: “mettendole in canzone” consegnando così al mondo il sogno di dar vita all’impossibile (forse). Da quello quotidiano di Sanremo come spazio dove un genitore possa riconoscere un figlio che ce l’ha fatta, a quello divino in cui Satana si innamora dell’Arcangelo Gabriele e i due trovano la forza di amarsi guardandosi negli occhi e – se anche questo causerà il disastro – resta la dedizione con cui all’amato si consegna in pegno la promessa che “per te farò sanguinare i fiori del pregiudizio”.
Un viaggio da cui si esce con la commozione di aver condiviso uno spazio di intimità senza rete; pacificati persino con l’idea di non essere diventati chi forse sognavamo, perchè dietro al luccichio di Elvis c’è la disperazione di un uomo a pezzi. Su questo palcoscenico c’è, invece, l’impegno di cercare un proprio personale intero, dove la fragilità si è fatta canto e ogni vita ha trovato la sua musica.