Lo spietato capitalismo e il mondo del lavoro alla coreana nel nerissimo racconto morale “No other Choice” di Park Chan-wook, l’autore della “Trilogia della vendetta”. Man-su è un capofamiglia felice e benestante, con casa di sogno, serra da bonsai e due cani. Ma un giorno viene licenziato in tronco, e sono vani gli sforzi per ritrovare il lavoro e lo status perduti. Così si affida a una soluzione estrema che precipita il film e la cinepresa, quasi una lama affilata, nell’orrore. Regalandoci, grazie all’ottimo protagonista (Lee Byung-Hun), il ritratto di un essere umano simile a noi più di quel che vorremmo
Man-su, il protagonista di No Other Choice di Park Chan-wook, è un uomo felice: benestante, realizzato nel lavoro, ha una bella famiglia e vive nella casa dei suoi sogni. Insomma, una vita perfetta, dove non manca nulla e niente è fuori posto. In giardino ci sono persino due cani meravigliosi e una serra dove il capofamiglia si prende amorevolmente cura delle sue adorate piante (bonsai, naturalmente!). Cosa desiderare di più? Che nulla cambi. Mai. E invece, pochi giorni dopo, l’idilliaco quadretto comincia a sgretolarsi sulla spinta di un evento imprevedibile e drammatico: Man-su viene licenziato in tronco dall’azienda dove ha onorevolmente svolto il suo lavoro per venticinque anni.
Specialista nella produzione della carta, pensa di poter agevolmente trovare un nuovo impiego, ma dopo mesi di ricerche e colloqui, porte in faccia e gelidi silenzi, deve arrendersi all’evidenza: non sarà per niente facile riavere ciò che ha perduto. A meno che… A mali estremi, estremi rimedi, recita un proverbio italiano – chissà se esiste qualcosa di simile in coreano. Di certo Man-su sembra convinto che in nome della difesa di se stessi e della propria famiglia, del proprio stile di vita, si possa (anzi, si debba) fare qualunque cosa. Niente è troppo spregevole se la posta in gioco è la propria salvezza.
Un apologo a dir poco feroce sulla società capitalista, il mondo del lavoro, le apparenze. Un nerissimo racconto morale che Park Chan-wook mette in scena ripescando il soggetto di Cacciatore di teste, un film (per la verità ben poco memorabile) diretto dal greco Costa-Gavras una ventina d’anni fa a partire dal romanzo di Donald Westlake The Ax – Cacciatore di teste. Il maestro coreano lo trasforma in una commedia crudele, dove il grottesco si mescola al pulp, la violenza flirta con l’ironia e la forma diventa sostanza, in una spirale vertiginosa, dal ritmo ossessivo, a tratti frastornante. E così, nell’apparente caos di una trama attorcigliata, enfatica, costellata di personaggi eccessivi, dialoghi sovrapposti, tradimenti ripetuti, ridondanti giochi di specchi e momenti tragicamente comici, quello che appare alla fine davanti ai nostri occhi è un ritratto d’ambiente di rara e atroce precisione.
Caduta e rinascita di un uomo perbene (interpretato da uno strepitoso Lee Byung-hun, l’enigmatico antagonista di Squid Game), costretto per sopravvivere a trasformarsi in un mostro: potrebbe essere questo il sottotitolo di No Other Choice, ennesimo capolavoro di un autore che fin dai tempi della Trilogia della vendetta non ha mai avuto paura di osare. E non ha ancora smesso di sorprenderci. Soprattutto per la sua capacità di usare la macchina da presa come una lama affilata che danza spietata e non teme di immergersi nel sangue e nell’orrore, ma senza rinunciare mai alla compassione. Perché Man-su non è mai solo una caricatura, resta fino alla fine un essere umano, sfaccettato e spiazzante, persino commovente. Qualcuno che comunque ci somiglia più di quello che vorremmo.
No other choice – Non c’è altra scelta, di Park Chan-wook, con Lee Byung-Hun, Ye-Jin Son, Park Hee-soon, Lee Sung-min, Yeom Hye-ran