Falso o vero finto? “Shanzhai”: il senso della Cina per la copia.

In Letteratura

Sesto titolo di Byung-Chul Han pubblicato in italiano da Nottetempo, “Shanzhai” indaga nei meccanismi della mentalità cinese, partendo dal neologismo che indica l’atto del copiare (qualsiasi cosa) come ri-produzione. Il falso, dunque, spiega il filosofo, non è un atto di plagio, pirateria o profanazione, bensì di trasformazione e “decreazione”. Un ribaltamento, un viaggio in una concezione culturale differente, una manifestazione pop, qualcosa di distante dall’Occidente? eppure, il dadaismo… Un libro succulento, intelligente, contemporaneo.

Shanzhai significa fake, falso ed è il titolo che Byung-Chul Han dà al suo ultimo, fantastico saggio su Pensiero cinese e decreazione. Che un testo filosofico e filologico risulti brillante, avvincente è senz’altro un valore aggiunto, come dichiarava nel De Rerum Natura Lucrezio: come si ricopre di miele la medicina amara per farla accettare dai bambini, così la poesia rende piacevole l’asprezza della filosofia.
Indubbiamente poi il termine Shanzhai è accattivante, incuriosisce, disorienta noi occidentali: cosa ci sarà mai di speciale in un Falso?


Shanzhai è un recente neologismo cinese, lingua che ha di recente accolto anche espressioni come shanzhaismo, cultura shanzhai o spirito shanzai.
Oggi come oggi lo shanzhai in Cina abbraccia tutti gli ambiti della vita. Ci sono libri shanzhai, premi shanzhai o star shanzhai.
Inizialmente il termine riguardava solo i cellulari, banalmente i nostri comuni tarocchi, contraffazioni di prodotti di marca Nokia o Samsung, che arrivavano sul mercato con nomi tipo Nakia, Samsing, ma in poco tempo diventano molto di più di grossolani falsi. Innovano design e funzioni, si allontanano sempre di più dall’originale e acquistano una propria identità, diventano multifunzionali e alla moda. È soprattutto la loro grande flessibilità che gli permette di adeguarsi rapidamente a bisogni o situazioni particolari, cosa impossibile a una grande azienda. Il prodotto shanzhai sfrutta appieno il potenziale situazionale. Già solo questo motivo rappresenta un fenomeno genuinamente cinese.
Quanto a ricchezza di fantasia, i prodotti shanzhai superano spesso gli originali. Il nuovo nasce qui da sorprendenti variazioni e combinazioni. lo shanzhai mette in luce lo speciale lato giocoso della creatività. Ne consegue che i suoi prodotti si differenziano dagli originali fino a diventare a loro volta originali – mutando. Si fa un gioco smaccatamente dadaisti coi marchi: Adadas, Adedas, Adadis.., un gioco che non solo sfoggia creatività, ma sortisce anche un effetto parodistico o sovversivo nei confronti del potere economico e dei monopoli.
Il processo e il cambiamento hanno sempre contraddistinto anche la storia dell’arte cinese. Le repliche, o riprese, che modificano costantemente l’opera di un maestro aggiungendo una poesia, dei sigilli, adattandola al nuovo contesto, non sono altro che antesignani dei prodotti shanzhai. L’atto di trasformazione senza sosta si consolida come un metodo di creazione e creatività. Il movimento shanzhai de-costruisce la creazione quale prodotto ex nihilo. Shanzhai è de-creazione. Il suo è un differenziare attivo e attivistico, oppone il processo all’essere all’essenza. In questo senso lo shanzhai è genuinamente cinese.
Il suo essere ibrido si incarna anche nel Maoismo, una sorta di marxismo shanzhai. E anche ora il comunismo cinese si appropria del turbo capitalismo, senza timore di contraddizione. Proprio perché il pensiero cinese non è ideologico, procede e accoglie forme ibride, inimmaginabili per noi.
In questo saggio Byung-Chul Han perlustra il concetto della creazione e le tecniche della creatività nel pensiero cinese attraverso alcune parole chiave che delineano significati radicalmente diversi, perfino rovesciati, rispetto ai corrispettivi occidentali.
A ciascuno dedica un capitolo con effetti sorprendenti. Si tratta di quan (diritto), zhenji, (originale), fuzhi, (copia), e, appunto, shanzhai, (fake, falso). Termini e principi fondativi che, applicati alla legge, all’arte, o a varie forme di produzione, manifestano tutti una decostruzione di qualsiasi tratto definitivo, immutabile, di ogni autorità fissa, della stessa idea di verità e autenticità, a favore di processi flessibili, sempre soggetti a cambiamento.
Da questa prospettiva la copia è una replica dell’originale di pari valore.
Come Alice attraverso lo specchio, Byung-Chul Han ci fa penetrare nella mentalità cinese per scoprire che il falso non è atto di plagio, pirateria o profanazione, ma di trasformazione, di ‘decreazione’, un processo che appartiene profondamente alla Cina, fin dagli antichi capolavori ridipinti e riscritti, a palazzi e templi ricostruiti per farli uguali a come erano, senza l’usura del tempo.

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