Brasile ’77 tra vita e morte, carnevale e dittatura

In Cinema

In “L’agente segreto” Kleber Mendonça Filho racconta le imprese di uno dei tanti spietati governi militari latino-americani. E la facilità di essere uccisi, anche solo perchè si è nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Nella vicenda del professore universitario Marcelo, in fuga dal Paese con il figlio, convince appieno la libertà di giocare con i generi, evocando da una parte algide atmosfere e personaggi da spy story e dall’altra inabissandosi in momenti di violenza cinetica e brutale, oltre lo splatter. Per non perdere mai di vista l’obiettivo storico e politico. Dire la verità. Anzi, a gridarla.

1977. Recife, nel nord-est del Brasile. Marcelo (Wagner Moura) è un professore universitario in fuga. Costretto a lasciare il suo lavoro dopo aver tentato di denunciare un caso di corruzione, vorrebbe abbandonare il paese insieme al figlio, un bambino che non ha altro desiderio che stare un po’ con suo padre e vedere il film di cui tutti parlano, Lo squalo di Steven Spielberg. Ma due killer sono sulle tracce di Marcelo (che in realtà si chiama Armando, forse): la burocrazia è una macchina cieca e infernale, la polizia è al servizio di un potere violento, per pochi denari tutti sembrano disposti a tradire tutti. Anche perché la vera moneta di scambio, tra rifugiati politici e poliziotti, killer spietati e ricchi criminali, è l’identità come gioco di specchi, maschera che svela almeno tanto quanto nasconde. Un po’ come il carnevale.

Quelli che vuole raccontare in L’agente segreto il 58enne regista brasiliano Kleber Mendonça Filho, lui stesso nato a Recife, sono gli anni della dittatura nel suo paese. Anni feroci, contrassegnati da delitti e sparizioni, una lunghissima scia di sangue che solo in epoca recente è stata in qualche modo riportata a galla, riuscendo così finalmente a infrangere il muro di gomma che per decenni ha impedito qualunque vera punizione dei colpevoli, qualunque autentica rielaborazione di un lutto che ha segnato profondamente un paese intero. Marcelo è dunque solo un simbolo, il volto di uno dei tanti innocenti che hanno trovato la morte solo perché si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Insomma, per un mero capriccio di una sorte crudele. Come spesso accade nelle dittature. In quelle che per decenni hanno insanguinato il Sudamerica, in modo particolare.

Il film si apre proprio con una sequenza perfettamente esemplificativa di un clima e di un’epoca. Con poche pennellate, due dialoghi, una location allucinata – una stazione di servizio in mezzo al nulla, un cadavere lasciato a marcire sotto il sole, appena coperto da un cartone sporco, alla mercè degli insetti e dei cani randagi – l’autore ci racconta la normalità della morte, l’abitudine alla paura quotidiana, l’assuefazione all’arbitrio del più forte ai danni del più debole. E l’arrivo in città proprio mentre impazza il carnevale, rito collettivo dionisiaco, di vitalità sfrenata e al tempo stesso intimamente mortifera, non fa che accentuare l’impressione di assistere a un inquietante, surreale balletto dove vita e morte non sono altro che due facce della stessa medaglia. Che possono solo danzare insieme, fino alla fine del mondo. O finché la memoria non spezzi finalmente il cerchio opaco dell’oblio, restituendo volti e voci a chi non c’è più, a chi ha sofferto, a chi ha pagato colpe non sue.

Una storia necessaria raccontata con una spavalderia che a tratti stupisce, mescolando uno stile di regia che ricorda le atmosfere dei thriller paranoici degli anni Settanta (ma anche a tratti i nostri poliziotteschi, sempre di quegli anni, e tanto cinema di impegno civile), con una sceneggiatura complessa, stratificata, che cambia spesso strada imprimendo al film brusche svolte narrative e divagazioni sorprendenti. Fino a smentire in fondo il senso dello stesso titolo. Ma non importa. Quello che qui convince appieno è proprio la libertà di giocare con i generi, evocando da una parte algide atmosfere e personaggi da spy story e dall’altra inabissandosi in momenti di violenza cinetica e brutale, ben oltre il limite dello splatter (indimenticabile da questo punto di vista la sequenza della gamba assassina). Quello che conta, sembra dire il regista, è non perdere mai di vista l’obiettivo storico e politico. Non rinunciare a dire la verità. Anzi, a gridarla. Finalmente.

L’agente segreto, di Kleber Mendonça Filho, con Wagner Moura, Udo Kier, Gabriel Leone, Maria Fernanda Cândido, Hermila Guedes

(Visited 11 times, 2 visits today)