Boatti: l’autofiction come atto etico ed empatico

In Letteratura, Weekend

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La malattia mentale, l’essere o meglio il diventare, faticosamente, fratelli: sono i due riusciti poli narrativi di ‘Abbassa il cielo e scendi’ che Giorgio Boatti dedica a Bruno, primo bimbo speciale, poi adulto con una diagnosi di schizofrenia che investe lui e l’intera famiglia plasmandone dinamiche e reazioni

Tre aggettivi: trasparente, puro, potente. Li usa Fabrizio Ravelli per Abbassa il cielo e scendi , il romanzo di Giorgio Boatti e di più esatti non se ne potrebbero adoperare. I cinquant’anni di malattia mentale di Bruno, fratello maggiore dell’autore, schizofrenico assediato da centinaia di voci, dal primo tentato suicidio in gioventù al lento spegnersi della vecchiaia. Il luogo dell’azione è il Pavese che sconfina nella Lomellina, e una Pavia mai nominata, città-prigione anche se ci abitano vecchi medici di umana sapienza e vecchi sacerdoti che sanno dare la risposta giusta (Cesare Angelini 1886-1976, rettore del Collegio Borromeo e letterato finissimo, evocato e anche lui non nominato in pagine che si ricordano).

È un bambino speciale Bruno, battezzato con questo nome che evoca il buio: figlio di un contadino che poi diventerà operaio e infine giardiniere comunale. E di una donna di tenace e asciutta bontà, Federica figlia di enneenne che ha attraversato la vita come una battaglia. Un bambino che a sette anni improvvisa un pranzo per i suoi che sono ancora nei campi e glielo va a portare. Che sente precocemente il richiamo del cielo e la tensione alla santità, scegliendo di andare in seminario dove lo indottrinano contro il pericolo rosso e la guerra inevitabile contro il male. Non lo tengono però: i suoi non possono permettersi di pagare la retta e lui si sente una ‘pietra scartata’. Anche se ha imparato a sbucciare la frutta con il coltello e la forchetta. (“Sta a tavola come i ricchi” commenta suo padre. “No, lui è più fine di noi” dice la madre). Anche se è quello che va a rispondere al telefono duplex appena installato, oggetto alieno che li intimidisce.

Si iscrive a ragioneria, Bruno, e al diploma è il migliore della sua scuola, medaglia d’oro: ottimo dattilografo e velocissimo stenografo, il latino dei preti che non lo abbandonerà accompagnato dal francese che gli fa leggere in originale I miserabili (più tardi, già adulto e dotato di una memoria prodigiosa, avrà l’ardimento di affrontare la monumentale Storia dei papi di Von Pastor in quaranta volumi), poi militare presso la Terza Armata, l’armata invisibile sciolta nel 1972 che serve soltanto a millantare credito e disinformare i russi e che rafforzerà le sue paranoie contro i comunisti. Per approdare, tornato civile, al comune come ragioniere.

È giovane ‘questo omino indomabile’, che invecchiando si farà sghembo e ossuto, quando varca la porta invisibile. Convincendosi di essere il profeta Elia. 

“Poi qualcosa lo prende per mano, gli fa attraversare un confine che nessuno di noi intravede. C’è un silenzio troppo affollato di voci che nessuno ha mai sentito.

Mettersi nei panni degli altri è sempre un esercizio difficile, ma andare a segno, entrando nella testa di Bruno, è una sfida impossibile.

Dentro i pensieri di chi sta iniziando a impazzire non c’è posto per nessuno. A volte neppure per il diretto interessato.

Quanto agli altri, per vicini che siano, possono solo guardare”.

Il primo ricovero al pronto soccorso, la lavanda gastrica per spazzare le medicine che ha masticato per uccidersi. E poi gli elettroshock (Boatti ricorda che li inventò nel 1937 lo psichiatra Ugo Cerletti, vedendo che in quel modo tramortivano i maiali da avviare al macello), i coma insulinici. Ricoveri e dimissioni, nel vortice della psichiatria che cambia, tra i venti basagliani che promettono tregua e umanità e i vecchi istituti dove i matti sono morti in vita. E tanti psicofarmaci, in questa ininterrotta terapia che non può guarire e al massimo attenua i sintomi. Boatti ne fa un elenco che raggela: Serenase, Largactil, Aloperidolo, Levopraid, Entumin, Orap, Talofen.

La schizofrenia di Bruno ha due facce. L’ininterrotta voglia di morire, gli appelli assillanti al fratello perché provveda a sopprimerlo (arriva persino a scrivere un documento in carta bollata in cui lo scagiona se gli dovesse accadere qualcosa), le fughe, le catatonie. E la tenace resistenza opposta per tutta la vita alla malattia, nel tentativo di ‘fare impazzire la schizofrenia’, spiazzarla, ancorarla con i piedi per terra. Le discese ardite e le risalite, gli attimi di tregua, la breve felicità di una storia d’amore, il lavoro dove chiederà di essere declassato, di non fare più il ragioniere al comune ma lo spazzino, riuscendoci infine dopo avere cambiato ufficio e mansione numerose volte.

Bruno che vive solo, dopo la morte dei genitori, nutrendosi di pane secco e scatolette, riempiendo i muri della sua casa di scritte, oscene e violente ma più spesso di strabiliante poesia: “I sassi sono gli occhi delle montagne mandati a scoprire come è fatto il mare”; “La polpa non la merito. Il nocciolo della vita, però, mi spacca i denti”; “Il miracolo non è risorgere. È stare vivi…”. Bruno l’iracondo, che fa del fratello un parafulmine e lo va a denuciare ai carabinieri come terrorista (non è vero, per fortuna non gli credono), che scrive ai giornali e alle case editrici per cui lavora mettendoli in guardia: si sono portati in casa un comunista assassino, al quale hanno fatto il lavaggio del cervello. Bruno il timido, il diffidente pronto ad ammansirsi per un’attenzione, un regalo, una cosa buona da mangiare.

Bruno non personaggio ma persona, ed è tra i pregi maggiori di questo romanzo. Che quando accetta di essere ricoverato in una comunità accogliente “Torna a essere persona unica, dunque, ferita a fondo dalla sua malattia, ma non al punto da cancellare la sua spiazzante singolarità – quella che anche noi in famiglia non abbiamo potuto vedere, tantomeno saputo accogliere, così sommersi o spazzati via da quel che gli e ci succedeva da volerlo negare, nascondere, anche sottraendo la malattia di Bruno e Bruno stesso agli occhi degli altri, al loro giudizio”.

Bruno fragile come cartina di tornasole delle fragilità altrui. Di chi scrive e di noi che leggiamo: il libro di Boatti è anche una grande lezione di empatia, una fonte di turbamento e di rappacificazione consapevole, uno specchio in cui chi ha la mia età ed esperienze di vita simili alla sua (una famiglia d’origine povera, un’ascesa professionale e sociale che fa sentire al tempo stesso esploratori e fuggiaschi) si può riconoscere. Un libro che è anche storia dell’Italia negli anni che abbiamo vissuto: non didascalica ma sottile, tra le righe, nel rendiconto di quel che avevamo conquistato e che stiamo, lentamente ma inesorabilmente, perdendo (esemplari le pagine sul vento di restaurazione che soffia in psichiatria).

Un romanzo, a volerlo incollare nell’album delle definizioni come un francobollo, di autofiction. Che qui però non è, come spesso accade di leggere, esibizione di narcisismo ma atto etico che fa i conti con la vergogna e con l’amore. Che non nasconde gli errori ed è colmo di pudica tenerezza. Perché le separazioni che la vita ha prodotto possono cadere e anche ad essere fratelli, come accade per molte altre cose meno essenziali, si impara. “Forse c’è davvero un altro modo di abitare la vita. Forse c’è un mondo possibile dove ciascuno fa semplicemente la sua parte affinché le cose vadano al meglio. Come dovrebbero andare sempre, schivando quanto è dannoso, inutile, complice del male. Spianando ostacoli. Chinandosi su chi, fragile o smarrito, inciampa, tendendogli la mano per rialzarlo”.

Giorgio Boatti ha scritto molti libri importanti. Tra gli altri Piazza Fontana (1993); Preferirei di no, le storie dei dodici professori che non giurarono fedeltà al fascismo (2001); La terra trema (2004), che scava tra le macerie del terremoto di Messina del 1908 e che ho letto lo scorso anno per puntellare la gracile narrazione di Nadia Terranova in Trema la notteBolidi(2006), sugli italiani alla scoperta dell’automobile e della velocità. Nell’ultimo decennio si è fatto viaggiatore nell’Italia dei monasteri (Sulle strade del silenzio, 2012), del ritorno alla terra (Un paese ben coltivato, 2014) e di chi ogni giorno resiste e prova a tracciare nuove strade (Portami oltre il buio, 2016). Questo romanzo intenso e limpido è tra le sue cose maggiori, ed è il più bel libro che ho letto nel 2022.