A circa 40 anni da una delle più clamorose vicende giudiziarie della storia italiana, sei episodi di 60 minuti portano sulla piattaforma Hbo Max la storia di uno dei più famosi presentatori tv grazie alla trasmissione “Portobello” (titolo della serie). L’arresto con l’accusa di consumo e spaccio di cocaina per le rivelazioni di un pentito di camorra, 2 processi che prima l’hanno condannato e poi scagionato, uno choc che travolge l’opinione pubblica. In un intreccio di politica, cronaca nera e mondo mediatico. Fabrizio Gifuni guida un ottimo cast in cui spiccano Bobulova, Russo Alesi, Musella, Gallo e Preziosi
Portobello, ovvero Enzo Tortora, ovvero uno dei casi di malagiustizia più eclatanti della storia italiana. A questa terribile – e mai dimenticata – vicenda è dedicata la prima serie italiana HBO Original, sei episodi da sessanta minuti l’uno, firmata da Marco Bellocchio e disponibile dal 20 febbraio sulla nuova piattaforma HBO Max. Nel 1983 Enzo Tortora era all’apice della sua carriera. Conduceva da sei anni Portobello, una trasmissione di quelle che hanno fatto la storia della nostra televisione: 28 milioni di spettatori a puntata, il venerdì, in prima serata su RAI 2. Praticamente mezza Italia si fermava come ipnotizzata e partecipava entusiasta, ogni settimana, a un rito collettivo di cui Tortora era il gran ciambellano, mentre l’ospite d’onore era un coloratissimo e ostinato pappagallo, che non ne voleva mai sapere di aprire il suo becco giallo e finalmente dire “Portobello!”.
Anche a Napoli, nel carcere di Poggioreale, c’era chi seguiva con trasporto la trasmissione, fino al punto di sviluppare una vera e propria ossessione: Giovanni Pandico, uomo di fiducia di Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra Organizzata. Proprio Pandico, decidendo a un certo punto di pentirsi, farà a sorpresa il nome del presentatore, indicandolo come camorrista di spicco, affiliato all’organizzazione di Cutolo e (niente di meno!) capo indiscusso di una vasta rete di spaccio di cocaina. Una boutade ridicola, uscita dalla mente ottenebrata di un collaboratore di giustizia su cui pendeva una condanna per svariati omicidi e soprattutto una diagnosi di schizofrenia paranoide. Un uomo in preda a un evidente disturbo ossessivo della personalità che riuscì però, incredibilmente, davvero contro ogni evidenza e buonsenso, a trascinare nel proprio delirio una fitta schiera di altri pentiti e soprattutto i magistrati napoletani. E anche (per lunghi mesi, addirittura anni) una buona parte dell’opinione pubblica.
Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora venne arrestato ed ebbe inizio una vera e propria odissea giudiziaria destinata a concludersi in primo grado con un’assurda condanna a dieci anni di carcere e solo in appello, nel settembre 1986, con la piena assoluzione e il riconoscimento della totale estraneità del giornalista a ogni accusa. Marco Bellocchio, con l’aiuto di Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, dedica al “caso Tortora” sei ore intense, vibranti di sincera indignazione ma anche e soprattutto di desiderio di capire, di comprendere fino in fondo come sia stato possibile un errore giudiziario così marchiano. Imperdonabile, certo, ma soprattutto talmente grossolano da risultare quasi inconcepibile.
Con pazienza e acume, Bellocchio ricostruisce un’intera epoca, una sfilza di personaggi, un’Italia che somiglia a quella di oggi, eppure se ne discosta a tratti in modo anche radicale. Ricostruisce una storia esemplare attenendosi scrupolosamente alla realtà dei fatti – ogni riferimento a fatti e persone reali è tutto fuorché casuale – ma non rinuncia alla metafora, a esplorare gli elementi surreali e finanche onirici che hanno contraddistinto una vicenda che appartiene al passato ma sembra perfettamente in grado di parlare del nostro presente. Da questo punto di vista, la scelta d’autore di iniziare la prima puntata della serie con una lunga carrellata tra maschere e manichini sembra voler già dare un’indicazione precisa, come una sorta di indizio per capire qual è (probabilmente) il senso profondo della versione di Bellocchio: non una pura e semplice condanna dell’operato dei giudici, fin troppo facile col senno di poi (e anche ingenerosa e sciocca, tenendo conto che Tortora sempre dai giudici è stato assolto, magistrati che appartenevano allo stesso identico foro di Napoli), ma un tentativo di raccontare l’intreccio complesso tra lotta al crimine, opportunismo politico e popolarità mediatica subito pronta a trasformarsi in gogna.
E soprattutto verdetti di innocenza o di colpevolezza decisi (ieri) sulle prime pagine dei giornali e (oggi) sui social media, invece che in un’aula di tribunale. Di questo e molto altro parla questa serie imperdibile, ennesima dimostrazione della incredibile lucidità del grandissimo Marco Bellocchio, che giustamente ha scelto di non rispondere neanche a chi gli chiede se questa sua opera debba essere intesa come una discesa in campo a favore del sì nell’ormai imminente referendum sulla giustizia. Comunque no, non lo è. Perché a Bellocchio interessa capire e ragionare, non schierarsi. Tant’è che nemmeno il personaggio Tortora è ridotto a un santino. Grazie anche all’immensa prova di un superlativo Fabrizio Gifuni, Tortora appare in tutte le sue sfaccettature e contraddizioni, di uomo e professionista, gran maestro dei buoni sentimenti, protagonista di successo della televisione come “oppio dei popoli” (come recitava il titolo di uno degli episodi de I mostri, diretto da Dino Risi nel 1963), pronto a tramutarsi in men che non si dica in vittima sacrificale di quello stesso sistema, cieco e al tempo stesso feroce.
Concludendo, Portobello è l’ennesima grande prova d’autore di un regista che sembra ringiovanire, invece di invecchiare come tutti noi. Impeccabile nella sua capacità di indagare e ricostruire la nostra storia, anche attraverso la scelta e la direzione degli attori, tutti perfetti, tutti da ricordare, da Lino Musella nei panni del pentito Giovanni Pandico a Fausto Russo Alesi in quelli del pubblico ministero Diego Marmo, da Gianfranco Gallo nel ruolo di Raffaele Cutolo ad Alessandro Preziosi in quello del giudice istruttore Giorgio Fontana, da Romana Maggiora Vergano in quello di Francesca Scopelliti, all’epoca compagna di Tortora, a Barbara Bobulova in quello della sorella di Tortora, Anna.
Portobello, di Marco Bellocchio, con Fabrizio Gifuni, Barbora Bobulova, Lino Musella, Romana Maggiora Vergano, Fausto Russo Alesi, Gianfranco Gallo, Alessandro Preziosi