Ritorni: Fitzgerald e Wolfe. Racconti ruggenti.

In Letteratura

Due raccolte di racconti introvabili, due spaccati della vita americana nell’età del jazz: Paginauno Edizioni pubblica “Basil Lee” di Scott Fitzgerald e “Un’oscura vitalità” di Thomas Wolfe. Due mirabili gioielli di narrativa breve: gli anni ruggenti, in tutto il loro smalto.

Basil Lee, di Francis Scott Fitzgerald e Un’oscura vitalità di Thomas Wolfe sono due piccole perle, due preziose raccolte di racconti introvabili, pubblicate da Paginauno Edizioni per la collana Bosco di Latte.

Basil Lee è il personaggio che conferisce il nome alla prima perla. Si tratta di un ragazzino che, nell’arco di quattro storie brevi – sapientemente tradotte e organizzate dai curatori in ordine cronologico –, attraversa gli anni immobili e convulsi della preadolescenza.

Nato in una famiglia benestante, cresciuto in una delle tante villette a schiera di un villaggio del Midwest, Basil vive la sua educazione sentimentale, tra gli oziosi pomeriggi estivi passati insieme agli amici di sempre e le giostre della fiera di paese, tra le prime cotte impossibili e il collegio, lontano da casa, frequentato dai figli di famiglie più facoltose della sua. Ma soprattutto, Basil appare costantemente sopraffatto da quella brama, tanto vitale quanto estenuante, verso una vita vera, che sembra sempre di là da cominciare.

I racconti, scritti dall’autore nel 1928, dopo Il Grande Gatsby e prima di Tenera è la notte, e pubblicati sul Saturday Evening Post, furono in quel periodo una delle poche fonti di reddito per Fitzgerald. Tuttavia, per l’autore, le avventure di Basil non furono un semplice escamotage per far cassa: come testimonia una corrispondenza con il suo editor, Maxwell Perkins, Scott era molto affezionato a quel ragazzino, a tratti un po’ troppo goffo e inopportuno da risultare quasi indisponente al lettore, in cui forse l’autore ha voluto lasciare qualcosa di sé stesso. Come si apprende dalla postfazione alla raccolta, infatti, lo stesso Fitzgerald condivideva il fare impacciato e a tratti sconveniente del protagonista dei suoi racconti: ne dà testimonianza Edith Wharton, quando racconta della volta in cui, dopo attestazioni di reciproca stima e ammirazione scambiate con lo scrittore per via epistolare, Fitzgerald si presentò da lei per un tè, completamente ubriaco.

Scorrendo le pagine della raccolta, tuttavia, è facile perdonare al curioso Basil quella sua impacciataggine e quei suoi “capricci” per bisogni e desideri che, agli occhi di un adulto possono pure apparire futili e insensati, ma che sono tutto per un ragazzo che non aspetta altro che diventare grande.

La vita, per Basil, “è una battaglia, a volte maestosa, vista da lontano, ma sempre dura e sorprendentemente semplice, e un po’ triste”. Da un racconto all’altro i personaggi ritornano e fanno capolino tra le pagine, incorniciati delle atmosfere tenui e scanzonate dal retrogusto amaro che Fitzgerald costruisce con grande sapienza.

E poi arriva il desiderio di partire, di andar via da quelle strade sempre uguali, da quella vita di periferia. Ma l’Ovest è così lontano, che sembra quasi dall’altra parte della luna.

 

Se nell’opera di Fitzgerald a colpire è soprattutto un’aura perlacea, candida e malinconica, che avvolge le vicende di Basil, nel caso dell’opera di Wolfe stupisce la concentrazione della materia narrativa, come se l’autore avesse deciso di racchiudere la potenza di un fiume intero dentro il guscio di una conchiglia.

Thomas Wolfe, come ricorda il suo editor Maxwell Perkins – lo stesso di Fitzgerald – fu uno scrittore torrenziale, incontrollabile, inesauribile. Famosi sono i suoi romanzi-fiume e la diceria, poi smentita, che l’autore fosse solito trasportare all’ufficio di Perkins i suoi scritti con una carriola, per quanto questi erano imponenti.

Colpisce, all’interno della raccolta Un’oscura vitalità, il modo in cui lo scrittore sia riuscito a piegare il flusso narrativo, arginandolo nella forma breve del racconto. Come sosteneva William Faulkner, Thomas Wolfe era l’autore “che aveva provato con più impegno a prendere tutta l’esperienza possibile e a metterla in un libro, fisandola sulla punta di uno spillo. Aveva il coraggio di sperimentare, di essere/scrivere nonsense, di essere sciocco, sentimentale, nel tentativo di fissare quel singolo commovente e appassionato esempio della battaglia dell’uomo”.

Quelli raccolti in Un’oscura vitalità sono cinque brevi storie molto diverse tra loro per temi trattati ed immagini evocate. Eppure, ad attraversare tutti i racconti sembra esserci un filo comune, come un torrente sotterraneo che trasporta, tra le righe, quella vitalità oscura, esuberante e cruda, che rende coerente l’intera raccolta. È quell’energia primordiale che affiora nel furore del personaggio di Dick, in Il bambino e la tigre; È la forza del linguaggio universale “dell’andare via” parlato dalla gente che sta in attesa dell’addio alla stazione, in Oscura la foresta, strano il tempo. È quella gioia, “feroce e violenta”, “quella brama necessaria e quel desiderio che lacera” che coglie il viaggiatore mentre osserva l’America che scorre dal finestrino di un treno.

Scott Fitzgerald sosteneva che Wolfe avesse due grandi pregi, affermava che “le parti migliori di Tom fossero quei momenti in cui il suo liricismo si combinava con la sua potenza di osservazione”, due componenti che ritornano e si compenetrano in queste sue storie, raccontate con una voce dura ma allo stesso tempo levigata. È sorprendente la criptica nitidezza con cui Wolfe riesce a fa arrivare al lettore verità e sensazioni che quest’ultimo molte volte ha provato, ma a cui mai aveva saputo dare voce: il senso arriva tutto insieme, come una monade di vita che non può essere sezionata, altrimenti si frantumerebbe.