Attraversare i propri mostri, con Leonora Carrington.

In Arte

Si è appena conclusa a Palazzo Reale di Milano la prima personale dedicata all’opera di Leonora Carrington in Italia, che ha presentato l’artista come figura radicalmente poliedrica attraversando i molteplici linguaggi da lei sperimentati: pittura, scrittura, teatro e pensiero critico. La classe 4F del Liceo Artistico Boccioni di Milano si è immersa nel suo mondo di mostri, che sono anche quelli di tutti noi.

Entrare nella mostra di Leonora Carrington non è un gesto neutro, lo si capisce quasi subito. Più che un percorso lineare, l’esposizione assomiglia a un attraversamento mentale, a una serie di stanze che sembrano corrispondere alle spirali del pensiero dell’artista. Non tutti, all’inizio, riescono a entrarci. Alcuni di noi restano freddi, respinti da immagini che non cercano di piacere, che chiedono invece tempo, complicità, disponibilità a perdersi. Eppure, avanzando, qualcosa cambia. I quadri cominciano a lavorare dentro, anche quando non se ne comprendono subito i simboli. Mostri, figure ibride, animali, personaggi mascherati non si offrono come allegorie da decifrare una volta per tutte, ma come presenze con cui convivere. Carrington non giudica, non divide il bene dal male: osserva. E racconta.

Leonora Carrington, Sisters of the Moon, Fantasia, 1933 – Private Collection PH: courtesy Gallery Wendi Norris, San Francisco © Estate of Leonora Carrington, by SIAE 2025

Colpisce soprattutto il fatto che il Surrealismo, qui, non sia filtrato dallo sguardo maschile a cui siamo abituati. La donna non è musa, né oggetto del desiderio o proiezione del genio altrui: è soggetto attivo, centro dell’immaginazione. L’universo di Carrington, pur influenzato da colleghi e maestri come Max Ernst, è profondamente personale, quasi privato, e proprio per questo risulta universale. Non è un’arte costruita per spiegare, ma per esistere. Molti di noi hanno riconosciuto nel suo stile – apparentemente infantile, fiabesco, naif – una scelta consapevole. Carrington sapeva dipingere “bene”, ma usa il segno semplificato come strumento di precisione emotiva. L’infantile non è regressione: è un linguaggio diretto, capace di dire cose complesse senza mediazioni superflue. Anche per questo il suo lavoro parla con forza a chi oggi prova a fare arte senza nascondersi dietro formule già pronte.

Leonora Carrington, Orplied – Colleciòn Banco Nacional de méxico
© Estate of Leonora Carrington, by SIAE 2025

La mostra rende evidente una trasformazione: dalla fase più giocosa e visionaria degli anni europei a una dimensione più densa e drammatica, segnata dal trauma, dall’esilio, dall’esperienza psichica estrema dell’internamento in manicomio e dell’elettroshock. Ma non c’è una frattura netta. Gli stessi soggetti, le stesse creature tornano, come se quello fosse il suo modo di stare al mondo. Non una terapia, forse, ma una convivenza: vivere insieme ai propri mostri, dialogarci, invece di zittirli. Alcuni titoli restano enigmatici, talvolta spiazzanti. Non sempre il legame tra parola e immagine è immediato, e questo può generare frustrazione. È una mostra che dà il meglio di sé quando si è accompagnati, o quando si accetta di non capire tutto. I pannelli aiutano, ma non risolvono. E forse non devono farlo: i simboli funzionano anche quando non vengono decifrati razionalmente.

‘Leonora Carrington and the House of Fear’, BBC documentary by Kim Evans, 1992.

Alla fine del percorso, ciò che resta non è una spiegazione, ma una sensazione. Una tenerezza inattesa, persino. Carrington sembra dirci che vedere cose strane non è un limite, che l’identità non è fissa, che si può essere molte cose insieme – “stella e brodo di pollo”, per usare una sua celebre frase – senza perdere verità. Anzi, forse è proprio quando la verità viene spiegata troppo che la si perde.

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