A uccidere i poeti sono (sempre) estremismi e regimi autoritari. E quando questo accade non è mai per caso: poche cose come la poesia mostrano, contemporaneamente, fragilità, coraggio e necessità del valore della libertà scritta. Questo è un giallo, scritto novant’anni fa da un autore che si affermò pacifista nel tempo in cui una guerra era finita e altre se ne preparavano, tedesco di origine ebraica, antisionista e in controtendenza rispetto alle ideologie che si affermarono nel suo tempo. Siamo a Gerusalemme, c’è un uomo (poeta e giurista ultra-ortodosso) che entra nel mirino di un crocevia di tensioni. A volerlo morto possono essere tutte le parti che giocano sulla scacchiera internazionale il loro ruolo ancora oggi: i coloni ebrei, i sionisti, i palestinesi, i sostenitori della morale, gli estremisti religiosi. Nell’indagine, condotta con ritmo serrato da un agente dei servizi segreti britannici, si rivela un romanzo di spionaggio di grande caratura. A leggerlo oggi, una fotografia attualissima.
Arnold Zweig pubblica Il ritorno di Isaak de Vriendt – Intrigo a Gerusalemme nel 1932, appena costretto a rifugiarsi in Palestina dopo la presa del potere di Hitler in Germania.
Ispirato a un attentato politico contro un insigne giurista e poeta ultra-ortodosso e antisionista che pochi anni prima aveva suscitato grande clamore, è stato scritto, secondo le parole dello stesso Arnold Zweig , contro un’epoca in cui ‘le forze del militarismo e del nazionalismo erano ovunque in ascesa’ ed è considerato ‘ il primo romanzo storico dello Stato di Israele’.

Per tornare alla biografia di Zweig, eccentrico nel senso che compie delle scelte e ha delle idee anticonformiste e coraggiose rispetto allo scenario politico e ideologico del tempo – proprio come Isaak De Vriendt, il protagonista del suo romanzo-giallo-reportage – lascerà poi la Palestina nel 1948 perché critico nei confronti del progetto sionista, e si stabilirà nella Germania dell’Est, dove diventa una figura culturale di primo piano.
È insignito del premio Kleist nel 1915 e del premio Lenin per la Pace nel 1958. Ultima notazione interessante: era grande amico di Sigmund Freud, prima, durante e dopo le sue peregrinazioni, che, a proposito di questo romanzo, gli scrive in una lettera pubblicata insieme ad altre in calce al testo: ‘Un libro che lascia un’impressione profonda, il soggetto, la ricchezza della materia, la nitidezza del racconto, l’imparzialità della narrazione s’impadroniscono del lettore’.

Il romanzo, per la struttura e per la complessità con cui intreccia temi quali il rapporto tra religione e storia, tra individuo e società, tra libertà e dovere, tra sessualità e morale, richiama John Le Carré o Graham Green: quanto di meglio, cioè, ci si possa aspettare da un giallo di classe.
Il ritorno di Isaak De Vriendt, pubblicato da L’Orma Editore, è ambientato nella Gerusalemme del 1929, occupata dall’esercito inglese e teatro di scontro tra arabi ed ebrei, a loro volta divisi tra ortodossi e sionisti.
Chi minaccia e perseguita Isaak De Vriendt, poeta e insigne giurista? Forse un indizio può venire dal fatto che appartenesse all’ala più conservatrice dell’ebraismo ortodosso, che si fosse espresso più volte su giornali e in pubblici dibattiti contro il sionismo, colpevole di voler ridurre il popolo eletto a un semplice Stato-nazione e si era opposto alla violenza dei coloni ebrei nei confronti dei palestinesi.
Potrebbe quindi essere vittima sia dell’odio dei suoi fratelli sionisti, sia di quello dei palestinesi perché, comunque, appartiene a un popolo che gli occupa la terra.
Le indagini vengono affidate all’agente dei servizi segreti britannici I. B. Irmin, colto, ironico, disilluso, leale, che tenta col suo razionalismo di dare spiegazioni e senso alle trame contorte, a odi e pulsioni che dominano Gerusalemme. A intricare ulteriormente le indagini, Irmin scopre che l’integerrimo Isaak De Vriendt aveva perso la testa per un suo giovanissimo allievo, naturalmente arabo, e per di più rampollo di una delle più illustri famiglie palestinesi di militari di carriera.
Intrighi, manipolazioni, attentati, le prime avvisaglie di una guerra che non è terminata neanche oggi, trascinano l’agente Irmin in un labirinto tenebroso: quando coglie un indizio che gli pare possa aiutarlo nella soluzione dell’omicidio, ecco che ne affiora un altro che nega tutte le sue ipotesi. Una pista per capire qualcosa nel torbido intrigo potrebbe essere fornita dalle poesie di Isaak De Vriendt. Sono liriche d’amore, di una passione fusionale, sono bellissime. Sono commoventi e sensuali, ma come fa un insigne giurista e studioso della Torah ad averle scritte?
Il romanzo ti prende e ti fa entrare nei vicoli di Gerusalemme tra complotti, faide, amicizie, ideali e tradimenti.
È un peccato che il geniale Arnold Zweig sia stato dimenticato oltre la cortina di ferro: anche lui, come il protagonista del suo romanzo, forse era troppo eccentrico, non classificabile.