Fino al 3 aprile 2026 alla BFF Gallery di Milano è in corso la mostra “Città. Voci e visioni.
Immaginari urbani tra memoria e contemporaneità”, a cura di Renato Miracco e Maria Alicata. Una riflessione sul tema cittadino costruita a partire dall’opera “Città italiana” di Emilio Tadini, parte della collezione della Fondazione bancaria da pochissimo approdata con il suo nuovo building in City Life. La classe 4F dell’indirizzo figurativo del Liceo Artistico Boccioni ha visitato la sede e la mostra, e dal dibattito che ne è seguito sono nate le riflessioni raccolte in questo articolo.
Partiamo da scuola a piedi, è l’estate di San Martino, il sole splende e la meta è a due passi. Siamo nel cuore di CityLife a Milano, quartiere che negli ultimi anni è diventato un vero trattato di architettura contemporanea, dove le firme più audaci – Hadid, Isozaki, Libeskind, Fuksas – disegnano un paesaggio di linee e riflessi. Il building di BFF, che ospita la BFF Banking Group e BFF Gallery, progettato da studio OBR – Open Building Research, ci accoglie tutto vetro e luce come una grande lanterna urbana che si inserisce in questo contesto con equilibrio e carattere, dialogando con la città e arricchendone la trama visiva, con le sue pareti di vetro e le scelte cromatiche efficaci, primo fra tutti il giallo di alcune pareti ispirato a quello usato da Emilio Prini, artista in collezione, nei suoi grovigli di lamiere che arredano anche spazi pubblici in città. Dunque in BFF l’arte entra letteralmente in banca, e la banca apre le porte alla città. Un benefit aziendale per i dipendenti, ripagati del loro lavoro anche in bellezza, e un gesto di mecenatismo che mette in relazione architettura e collezione con il pubblico esterno.

Un gesto che da una parte restituisce l’arte al suo contesto civile, e dall’altra porta prestigio e valore a chi compie quel gesto, risvolto implicito in questo tipo di operazioni fin da tempi remoti. E anche se accedere alla mostra rivela qualche punta di reciproco imbarazzo tra visitatori e dipendenti, ancora poco abituati a incrociarsi, l’operazione è ambiziosa e l’allestimento – curato nei colori, nei percorsi e nella luce – traduce questa idea in un’esperienza immersiva e piacevole. Le sale si susseguono come quartieri cromatici, ognuno con un proprio tono ma in continuità visiva con gli altri. Si attraversano spazi che suggeriscono l’idea di esplorazione, di movimento, di una città in trasformazione. Alcuni elementi, più narrativi e giocosi, sembrano pensati per un pubblico giovane e con quel tocco di invadenza instagrammabile che un po’ distrae, come spesso si trova nella pratica allestitiva contemporanea. Ma nel complesso contribuiscono a creare un’atmosfera di movimento e curiosità, e forse proprio questa confusione, questa sovrapposizione di temi e linguaggi, questo fare intravedere da oblò passanti e buchi triangolari quel che c’è dopo, racconta l’essenza stessa della città, che troppo dice e, a non saperla ascoltare, diventa baccano o, se va bene, rumore di fondo.

La mostra Città. Voci e visioni. Immaginari urbani tra memoria e contemporaneità, a cura di Renato Miracco e Maria Alicata, prende le mosse da Città italiana di Emilio Tadini, opera del 1988 appartenente alla collezione BFF. È lui, con il suo linguaggio visionario e poetico, a fornire la chiave di lettura del percorso e dell’allestimento: Tadini come “attivatore sensoriale”, punto d’avvio e di connessione tra passato e presente, tra la città che abitiamo e quella che immaginiamo. Da qui il percorso si dipana tra artisti storici come Umberto Boccioni, Felice Casorati, Elisabetta Gut, Bice Lazzari, Titina Maselli, Giorgio Morandi, Mario Sironi, Ardengo Soffici e Franca Sonnino; e contemporanei come Marina Caneve, Renato D’Agostin, Massimiliano Gatti, Marina Paris, Paolo Ventura e Yang Yongliang. Opere straordinarie per intensità, anche nel piccolo formato dei disegni di Boccioni o di alcune tele di Sironi, si alternano in un dialogo ampio e coerente, capace di restituire il senso emotivo e personale della città e, anche se non tutti i contemporanei presenti sembrano all’altezza della portata del discorso, convincono le cartoline strappate e sdoppiate di Marina Paris, gli scatti più astratti di Renato D’Agostin e le struggenti vedute di Palmira, prima del suo atroce destino, di Massimiliano Gatti.

Il risultato è un paesaggio vario, fatto di memorie e visioni, in cui ogni autore declina a suo modo il rapporto tra spazio urbano e vita interiore. E forse non è tanto la mostra a raccontare la città, quanto le associazioni personali che innesca, quasi fosse una raccolta di spunti offerti per attivare una riflessione. C’è la città della memoria, “come la raccontava mia nonna”, e quella del presente, fatta di esperienze e provenienze diverse — “a Milano nessuno è milanese”. E c’è la città che ci portiamo dentro, la somma dei luoghi che abbiamo attraversato, come nei versi di Kavafis che chiudono il percorso: “Questa città ti seguirà. Non sperare in un’altra”.

Massimiliano Gatti, Rovine Palmira #6, 2009, Courtesy Massimiliano Gatti
Uscendo, resta la sensazione di aver attraversato un luogo sospeso fra realtà e rappresentazione, fra arte e impresa, in cui la cultura diventa occasione di incontro. “Bella, ma non ci vivrei”, scherza qualcuno — perché è tutto fin troppo perfetto, impeccabile, “giusto”. Ma forse è il complimento migliore, perché questa città di vetro, riflessa e condivisa, ci invita a guardarci intorno e, soprattutto, a guardarci e a guardarle dentro.