Diventare grandi tra due mondi vuol dire crescere all’ombra di un sempre possibile tradimento. Così Aryna, fresca studentessa delle scuole superiori, diventa ostaggio di una accettazione che deve fare i conti con la rinuncia perenne di una parte della propria vita.
Scivolare nella mania del controllo, nell’ossessione del cibo, nel girone infernale della guerra al proprio malessere è un attimo. Andreea Simionel, al suo secondo romanzo, racconta una storia di migrazione, di formazione, di dannazione: dentro al reparto psichiatrico, tra corpi martoriati dalla negazione e teste che hanno ingegno, sogno, imperio, può perfino nascere l’idea di una amicizia. E il desiderio di una ritrovata libertà.
La storia di un’amicizia, la storia di un ammalamento, la storia di una rinascita. Ma anche la storia di un disincontro, di un quasi amore, di una restituzione a sé. La storia, soprattutto, di un possibile cambiamento.
La ragazza d’aria (secondo, notevole romanzo di Andreea Simionel, da poco in libreria per Rizzoli) è, dall’inizio alla fine, un romanzo di formazione contemporaneo. Con tutto quello che questa dimensione implica.
Aryna Țibuleac ha quindici anni, e all’ingresso nella nuova scuola italiana, su, nell’Italia del Nord, si gioca tutto: appartenenza, identità, accettazione, lingua, affetto, ridefinizione di sé dopo lo strappo imposto dall’abbandono della Romania (dove ha lasciato: amici, radici, amori in embrione e un importante pezzo di vita).
È così assetata di presenze confortanti, Aryna, e di calore, che la distanza che la realtà scolastica le fa esperire la costringe velocemente a trovare un modo per difendersi: il suo nome suona troppo difficile, l’effetto sugli insegnanti è straniante, i verbi dell’italiano sono una guerra.
Gli occhi si fanno grandi, la misura della diversità (propria, e altrui) diventano un metro che separa le cose come una mannaia, gli spigoli del carattere pungono prima che la propria pelle venga lacerata dall’incontro con un mondo che ha mille e una manifestazione di inaccoglienza. Bastano pochi giorni, e Aryna, di sé, in questa nuova vita, si sente come quella che fa venire il silenzio alla gente.
Ed è proprio da qui, dalla questione del silenzio, che Andreea Simionel riprende il filo di quello che era stato uno dei temi importanti del suo l’esordio, Male a est (Italo Svevo Edizioni): in particolare del finale, dieci pagine incendiarie che varrebbe la pena entrassero come cosa preziosa nelle letture di insegnanti, educatori, assistenti sociali – e prima ancora politici.
Siamo dunque, con La ragazza d’aria, ancora nel mondo di chi, in mezzo alla propria vita, è stato eradicato e trapiantato altrove dalle logiche adulte della migrazione. Ma il passo avanti che ci fa fare Aryna, la protagonista, è un viaggio dentro le conseguenze secondarie, sussultorie e profonde, del distacco.
Il furore emotivo, l’incapacità di dirsi, di dire la propria dissonanza rispetto a tutto, sono qui più complessi rispetto al libro precedente.

La vergogna della sovrascrizione di abitudini nuove che gravano sopra la ferita del ricordo di ciò che si è dovuto abbandonare, da una parte, e l’irrappresentabilità dell’intermondo in cui si soffre la vita presente sono i due meccanismi che agiscono sull’adolescenza lacerata di Aryna. In casa non si può portare nessuno. Il lusso guadagnato di là è un imbarazzante dinosauro di qua. Bisogna aiutarsi da soli a crescere in un mondo che non si è scelto.
“Non so perché. Non so da dove venga questa rabbia che mi entra nelle vene, si impossessa di me e mi controlla la bocca e le mani. (…) Dobbiamo inventare un nuovo Natale, nuove abitudini”.
E, ancora:
“I miei ricordi vengono a galla come il veleno di un animale in pericolo. Le voci del nonno e della nonna. Io e il nonno che arrotoliamo le sarmale nel palmo, in piedi davanti ai fornelli. Le mie venivano piccole, quelle del nonno giganti. Costruivamo fine di involtini lungo i bordi della pentola. Lavoravamo in silenzio, i nostri fianchi e le braccia si toccavano spesso. Poi ancora, le serate passate a giocare a Monopoli fino a tardi, le passeggiate al Parco Mihai Eminescu, mia nonna avvolta nella lunga pelliccia marrone, tutti quanti insieme a cantare. Io e Diana mentre apriamo i reali sotto l’albero, io che mi addormento sul divano aspettando l’anno nuovo, il nonno che mi sveglia piano e mi prende in braccio per farmi vedere i fuochi d’artificio in balcone.
Non c’è più niente”.
È già enorme lo sforzo per guadagnare qualche inizio di amicizia, per permettersi qualche sogno di affetto: ci vuole un anno intero, un tempo privativo e guardingo per ottenere l’attenzione di una amica, per entrare in casa di un compagno, per inventare un nuovo modo di stare insieme alla propria sorella più piccola, Diana, dentro la nuova città.
Ma ancora sono i tempi degli adulti a dettare la successiva faglia. Cosa c’è di più bello (cosa dovrebbe esserci) della famiglia intera, di nuovo riunita durante le vacanze in Romania?
Quello che per i genitori è il desiderio ordinato dalla malattia dell’estero, per Aryna è la miccia che innesca una rivelazione fatale: non si può più tornare indietro, mai del tutto.
Ognuno nella madrepatria (il paese della diaspora, come lo chiama Andreea Simionel) ha comportamenti diversi, abnormi: il padre che si abbandona alla festa in una disperata obnubilazione di sé, la madre che distribuisce regali come trofei del conquistato consumo, i corpi dei nonni che sono improvvisamente diversi, tra gli amici incontrati di nuovo non c’è più niente da dire, l’amore lasciato è lasciato per sempre. Niente del presente del rientro si attaglia al passato: nemmeno i vestiti con cui ci si presenta sono più adatti; anzi, denunciano a ogni piè sospinto che, ormai, non si fa più parte di quella realtà: di nuovo, in Aryna cala il silenzio.
“È così che mi vedono? Una stronza capricciosa? Ho solo paura, mi rendo conto. Mi potrei riabituare. Alla Romania, ad avere mia nonna e mia zia e la mia famiglia intorno. È a loro che oppongo resistenza, insieme alla loro principale manifestazione di affetto, il cibo. L’unico motivo per cui non voglio essere qui è che so già che tra meno di una settimana dovrò andare via e sarà come lasciare tutto per la prima volta. Ho messo su un muro per proteggermi da loro”
Il fatto è – e questo è un tema estremamente importante, e trasversale del nostro presente – che serve una lingua specifica per maneggiare le emozioni: quando manca, il luogo in cui tutto accade, in forma di battaglia, non può che essere quello del corpo e del suo nutrimento, della disciplina e della costrizione, della sfida (micidiale) che precipita in un inferno sofisticato e brutale com’è quello allestito dalla volontà di perfezione.
L’incapacità degli adulti, anche di quelli più prossimi, di vedere la lacerazione profonda, lo strappo, impegnati come sono nel guadagnare un posto, un ruolo, uno stipendio, una legittimazione economica per l’abbandono consumato lascia divampare dentro Aryna una dissonanza che diventa una deviazione che esigerà un cocente olocausto da consumare al suo altare.
Come tenere a bada la faglia sempre possibile della disunione da sé, la distanza dagli altri che pare perennemente incommensurabile, la comparazione al quadrato o, piuttosto, al cubo (di genere, tra pari età e di appartenenze), infatti, se non entrando in logiche di controllo?
“Ho scelto questo perché non ho davvero scelto. Mi sono lasciata scivolare lungo i desideri degli altri”
Il cambiamento del corpo che abbandona la pubertà e diventa forma morbida è, per Aryna, un tradimento impossibile da sostenere. E allora, se il mondo intorno sfugge, se l’affetto desiderato è distante, se l’amore necessario è un dolore che espropria, l’unica maniera per salvarsi è trovare un modo per gestire la sproporzione.
Il che significa essere in modo perfetto, esercitare il dominio della propria forma, del proprio ingombro: la dieta, gli esercizi, la perenne sfida interiore a superare la soglia del dolore, della privazione, della fatica, il giudizio spietato e intransigenze sulla propria fisicità, l’ossessione delle calorie prese e consumate, lo sfinimento a scopo di modellazione, l’ingegno più fine e spietato usato per ingannare, dribblare, negare ciò che il corpo – invece – dice.
Tutto si consuma tre le stesse pareti: limitrofe sono le vite (il padre, la madre, gli insegnanti, la sorella, l’amica) che non si vedono, non si toccano, o comprendono soltanto un pezzo, o non ce la fanno – e quando infine vedono, non riescono più a toccare.
Il tempo della cura, il vocabolario medicalizzato delle coetanee e dei coetanei con cui Aryna si ritrova a dover gestire le giornate all’interno della psichiatria, il girone infernale dell’abnormità che diventa quotidianità, dell’annullamento diventato desiderio costituiscono il perimetro di un romanzo che racconta, in sostanza, la ricerca di un luogo per sé.
Ancora una volta Andreea Simionel costringe a vedere oltre ciò che appena si intuisce: un mondo di complessità giovanile di evoluto dolore, che ha nuovi modi per manifestarsi sottraendosi.
Leggendola, non si può non ragionare sul grado di colpevolezza di una società che non dà strumenti a chi cresce (tanto più se dentro macerie che non ha scelto) per disporre di un lessico affettivo.
Un romanzo a cui non si può che augurare di camminare, e molto.