L’esordiente Noora Niasari racconta la fuga dall’Iran di una donna, trent’anni fa, che si rifugia con la figlia piccola in una casa per donne maltrattate in Australia. E’ in realtà la storia dell’infanzia della regista, che grazie a una straordinaria protagonista (Zar Amir Ebrahimi), mescola con efficacia pathos e ragione nel raccontare il conflitto tra le donne e il potere maschile. Perchè l’ombra della violenza degli ayatollah e delle loro idee autoritarie si prolunga anche fuori dai confini del paese
Le dolorose contraddizioni dell’Iran contemporaneo, dove sullo sfondo di una storia millenaria e una tradizione culturale raffinatissima si gioca il conflitto tra un potere maschile religioso e politico di ottusa intransigenza e spietatezza e una popolazione femminile che individualmente e collettivamente non si piega a rinunciare alla sua identità e ai suoi diritti, tiene il campo anche nel cinema. E date le difficoltà crescenti nel lavorare liberamente all’interno del paese, dove l’oppressione del potere colpisce le idee non gradite agli ayatollah con arresti di autori anche famosi (come Jafar Panahi) e blocchi delle opere in contrasto col governo, sono gli iraniani e soprattutto le iraniane espatriate a raccontare per immagini quei laceranti rapporti, singoli e collettivi, attraversati dalle tragedie dell’oggi.
Alcune filmaker scelgono tagli documentari, usando filmati on line per fare uscire la verità della vita a Teheran, altri usano emblematici conflitti, spesso coniugali, dove riverberano contrasti più generali. Sui nostri schermi sono arrivate già le “americane” (come luogo di lavoro attuale) Shirin Neshat, Maryam Keshavarz e Nahid Persson, alle quali ora si aggiunge Noora Niasari, nata in Iran e cresciuta in Australia, che ha studiato architettura per poi dedicarsi al cinema. Ora si può vedere il suo film d’esordio Shayda, dalle forti note autobiografiche, che ha anche scritto e prodotto insieme a Cate Blanchett, premiato nel 2023 al Sundance Film Festival e candidato dell’Australia come miglior film l’anno successivo all’Oscar.
Noora ha lasciato a 5 anni l’Iran con la madre, in fuga da una relazione con un marito violento. Stessa sorte tocca a Shayda, e quando il film inizia madre e figlia hanno già lasciato il loro paese. Come il coniuge persecutore, la protagonista è all’estero per studi universitari, ma si è rifugiata con la piccola in una casa che accoglie donne maltrattate e minacciate dai partner. Questi sono anche i primi ricordi di Noora in Australia, otto mesi che certamente l’hanno segnata e sono anche il soggetto del suo primo film. Dove il padre, con lei affettuoso ma già sottilmente autoritario, incombe sulle loro vite avendo avuto dal tribunale il diritto a vedere la piccola una vola la settimana. Finchè un incontro diretto tra lui e Shayda fa precipitare la situazione, in un finale decisamente drammatico. Anche se non privo di speranze.
Oltre alla straordinaria forza che dà alla narrazione l’esperienza diretta dell’autrice (collocata a metà degli anni 90), brava comunque nel non farsi sopraffare in termini di pathos dai lati violenti della sua infanzia, i punti di forza di Shayda sono il senso di solidarietà che nasce tra le donne rifugiate nella casa e le stesse assistenti sociali, e l’efficace tratteggio della comunità iraniana in bilico tra inevitabile nostalgia e rigetto di un paese che ha scelto un governo e un modo di vivere insopportabili. Ma soprattutto la prova della protagonista Zar Amir Ebrahimi, capace di tenere insieme gli aspetti vulnerabili, insicuri della protagonista con la sua forza interiore che non viene mai meno. In un misto di paura, dolore e solida resistenza che sembra sempre sul punto di implodere ma invece tiene. E fa sì che non sbagli nei suoi atteggiamenti: con la piccola, col nuovo mondo che l’ha accolta, col minaccioso marito.
Shayda, di Noora Niasari, con Zar Amir Ebrahimi, Osamah Sami, Mojean Aria, Jillian Nguyen, Rina Mousavi, Selina Zahednia, Leah Purcell