La coscienza vegetale: “Fiori di fuoco”. Fatevi toccare da queste pagine.

In Letteratura

Crescono comunque, crescono nonostante. Le piante, i piccoli arbusti, i fiori che hanno radici nelle discariche sono il soggetto di un reportage toccante e singolare della fotografa Anaïs Tondeur. Sovraesponendo foglie e forme, ne porta alla luce le ferite causate dalla brutalizzazione del terreno operata dall’uomo. A ogni pianta rivelata nel suo danneggiamento risponde il filosofo e poeta Michael Marder. Ne nasce un fototesto sorprendente, pubblicato da Mimesis, ambientato nella Terra dei Fuochi. Se Baudelaire aveva i suoi “Fiori del Male”, questo è lo Spleen della post-natura.

I Fiori di fuoco, titolo poetico e spiazzante, sono pianticelle, foglie, fiori che crescono miracolosamente tra terreni vulcanici, ma non assomigliano affatto alle coraggiose, splendenti ginestre che canta Giacomo Leopardi: sono stentati arbusti, malati, pieni di macchie, con foglioline striminzite e arricciolate, misere e tenaci, perché è tra le discariche selvagge della Terra dei Fuochi che nascono e crescono in condizioni che sembrano impossibili. Loro ce l’hanno fatta, ma le cicatrici si vedono.


È a questi Fiori di fuoco che dedicano il loro libro, uscito per Mimesis, Anaïs Tondeur e Michael Marder, lei artista e fotografa, lui filosofo, poeta e ambientalista: non un libro illustrato, ma una specie di progetto osmotico, di corrispondenze e fughe tra immagine fotografica e riflessione, ricordo, scienza e poesia.
L’intreccio tra campi di studio e di rappresentazione di quella che sembra una post-natura, frutto diretto dell’Antropocene, è fittissimo.
A partire dalle rivelazioni a cui portano la scienza applicata alla fotografia. E viceversa.
Le piante ruderali che crescono nei terreni fortemente inquinati producono in eccesso una molecola nota come fenolo. Anaïs Tondeur ha fotografato questo eccesso di fenolo utilizzando un procedimento noto in fotografia: senza rimuovere le piante dal loro terreno, ha sfruttato la luce solare per esporre i loro corpi a una reazione chimica naturale tra le molecole fenoliche e la superficie fotosensibile, carta o tessuti raccolti dalle discariche e fotosensibilizzati alla luce.
Le immagini che vi si imprimono, quindi, sono le tracce del fenolo, dell’inquinamento e dello stress delle piante, delle radici stesse, dei terreni vulcanici in cui sono cresciute, intrise di tossine e stalli pesanti, combusti di innumerevoli incendi. L’effetto è stregonesco.
Una volta esposte, queste ferite criptate si presentano come messaggi diretti delle piante: e fanno male, ci richiamano le raccapriccianti immagini delle pelli delle vittime di Hiroshima o della nostra diossina di Seveso.


Prendendo spunto dall’abitudine rituale della poetessa Emily Dickinson, che infilava piante essiccate tra i fogli delle sue lettere, Anaïs Tondeur spedisce le sue fotografie a Michael Marder, che decide di rispondere direttamente alla pianta.
Da foglio a foglia, attraverso parole e immagini, si tesse una trama di corrispondenze, tra queste cenerentole impavide e danneggiate e noi che abbiamo fatto di tutto per annientarle.
Anaïs Tondeur e Michael Marder procedono con cautela, rigore, compassione e amore.

Cominciamo con la prima fotografia e la prima lettera, indirizzata a una foglia di eucalipto: una lunga foglia lanceolata, marroncina picchiettata di giallino, con una profonda venatura bianca, come una cicatrice, i bordi secchi e arricciati. Si vede che sta male. Sentiamo cosa le scrive Michael:


‘Mi giungi da lontano, da altri tempi e luoghi. Mi riferisco naturalmente alla Terra dei Fuochi in Campania, e, ancora più lontano, alla tua nativa Australia. Da un mese fa, o giù di lì, quando è stata impressa la tua impronta – e, con essa, millenni di evoluzione. Giungi da lontano eppure sei incredibilmente vicino. I tuoi simili sono ovunque intorno a me, radicati nel terreno sabbioso della penisola iberica, dove periodicamente vengono divorati da incendi immensi. Riuniti in piantagioni monoculturali, i loro corpi, in rapida crescita, vengono raccolti per essere trasformati in polpa da cartiere maleodoranti. È possibile che il supporto cartaceo su cui la tua foglia ha lasciato un’impronta sia composto dalla carne, resa polpa, dei tuoi simili?
Eppure tu vivi….Ti ricevo come un segno di vita, un certificato di vita scritto dai fenoli accumulati nei tuoi tessuti. E voglio restituirti un frammento di vita… La tua vita è una vita al limite, sul bordo. Stressata abioticamente. Lo stress che è tuo è anche quello del luogo in cui cresci, del suolo tossico e dell’aria contaminata – in breve, della discarica, il tuo ambiente inospitale che, in fondo, è oggi la nostra dimora planetaria’.

Se l’eucalipto è il principio, la foglia di ipomea è il perché (uno dei perché) della perenne discuria umana, qui:

‘assumi l’aspetto di gioielli preziosi , di una raffinata collana o di un braccialetto vegetale che brilla di smeraldi, granelli d’argento e splendore dorato – lo stesso oro che Eraclito considerava l’incarnazione più intensa del fuoco cosmico. Lo stesso oro, aggiungerei, che è il ricordo di giganteschi disastri astronomici, di collisioni ed esplosioni a milioni di anni luce di distanza ‘.

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