L’intreccio quanto mai attuale tra pulsioni affettive e brutalità è il tema, anche se variamente mediato, dell’opera del celebre compositore catanese messa in scena dal circuito OperaLombardia a Como, Pavia e Cremona. Una rilettura che tende all’essenziale in cui il regista Daniele Menghini evidenzia l’aspetto della crudeltà assecondato dal giovane direttore Sieva Borzak che trae da orchestra e coro accenti di assoluta pertinenza drammatica
Con I Puritani prodotto da OperaLombardia e visto al teatro sociale di Como (in replica il 20 e 22 novembre al Teatro Fraschini di Pavia e il 4 e il 6 dicembre al Teatro Ponchielli di Cremona), Daniele Menghini assieme a Davide Signorini (scene) e Nika Campini (costumi) firma una rilettura che tende all’essenziale dell’opera di repertorio di Vincenzo Bellini.
Operazione questa assecondata da due elementi particolari: la direzione del giovane maestro Sieva Borzak, che sa vivisezionare un’orchestra, non sempre all’altezza, per trarne un discorso musicale maturo e la drammaturgia proverbialmente incerta, perché volutamente arcaica, del libretto del conte Pepoli.

Insomma, mentre nel Ballo in maschera di Busseto (visto l’autunno scorso) i tre giovani artisti erano riusciti a lavorare su una storia serrata per smussarne gli angoli e impadronirsi dei sottotesti della vicenda, qui hanno avuto partita libera su quasi tutti i fronti.
Hanno semplificato gli elementi strutturali portandoli tutti sul matrimonio mancato (dal velo al gâteau mariage) e, cosa che mi è sembrata più “calda” e promettente, hanno accentuato la tematica dello sguardo e del desiderio.
Da una parte è stato fatto un ottimo lavoro sui componenti del coro, così importante nei Puritani, spingendoli verso una reattività di grande naturalezza e assoluta pertinenza all’azione drammatica. Dall’altra, i famosi ragazzi di vita, arroganti e mezzo svestiti che Daniele Menghini rende reali per dare attualità alla sua proiezione sui melodramma, qui dismettono i costumi seicenteschi di tradizione e inscenano una moderna rappresentazione della tortura.

I puritani sono dunque una banda sanguinaria che alterna le pistole alle spade. Le loro vittime vengono messe in mutande e incappucciate prima di essere abbattute.
Questa rappresentazione del sadismo e violenza è molto più esplicita rispetto a quella dell’atto sessuale, spesso alluso, e raggiunge un bell’apice nel famoso “Suoni la tromba”.
In questo modo la curiosità dello spettatore è sempre stuzzicata e portata a un livello di compartecipazione che apre a reminiscenze (la pazzia di Elvira della Jacobellis è potente come quella della Callas?).
Il gioco tiene bene per l’impegno di tutti (compreso chi cura l’impianto luci) soprattutto a colmare le apparenti lacune del libretto. Il rispetto dei tre atti evidenzia la costruzione a grandi zone musicali, più rossiniane di quanto mi fossero mai sembrate, scandite da un ritmo che grazie a Borzak sembra quello del Nabucco.

I Puritani sono un mondo di musica diegetica (le trombe, le arpe, i temi ripresi e suggeriti da Elvira ad Arturo) ed extra diegetica.
In questo spettacolo il peso maschile è reso ancora più perentorio dalla presenza scenica di Sunu Sun (Riccardo) e Roberto Lorenzi (Sir Giorgio). Stritolati tra loro, con un suggestivo effetto di contrasto, fanno bella figura le tre vittime: oltre a Maria Laura Jacobellis, Valerio Borgioni (Arturo) e Benedetta Mazzetto (Enrichetta di Francia).
Foto: @ Andrea Butti