Carismatica, trasgressiva, raffinata: così è la paziente che riempie per una settimana intensa e irripetibile la vita e i pensieri della giovane Suna, infermiera anglo-indiana. Nei giorni della cura nasce un legame coraggioso e speciale, che cambierà la vita di Suna al punto da farla viaggiare in tutta Europa per ricostruire la memoria dell’amica. Ispirato alla tragica fine di Amrita Sher-Gil, conosciuta come la Frida Kahlo indiana, il nuovo romanzo di Alka Joshi sa essere appassionante e intenso: amicizia, scoperta della propria identità, avventura sono gli assi cartesiani di “Sei giorni a Bombay” che esce nel catalogo di Neri Pozza.
Alka Joshi, l’autrice dell’indimenticabile L’arte dell’henné a Jaipur del 2022, ci regala un’altra grande storia: Sei giorni a Bombay.
Esistono ancora grandi romanzi storici che scorrono come fiumi in piena e ti trascinano, intrecciando le vite individuali con la Grande Storia, descrivendo dall’interno il tormentato rapporto tra popolazione autoctona e occupanti, ma soprattutto tra anglo-indiani, indiani e inglesi, nel racconto di contraddizioni, ricerca d’identità, violenza repressa e agita.

A noi lettori il piacere, dentro le pagine, di conoscere altre epoche, altri mondi, di lasciarci coinvolgere in emozioni, desideri, paure di personaggi cui poco a poco ci affezioniamo, con cui ci identifichiamo e che tante volte vorremmo salvare da pericoli o scelte sbagliate. È anche questo il piacere di leggere.
Protagoniste di Sei giorni a Bombay sono due donne molto diverse: Sona è una giovane infermiera, scrupolosa, preparata, che ha lavorato per pagarsi il diploma; è timida e impacciata, succube di una madre conformista e invelenita dalla durezza della vita; l’altra protagonista è Mira Novak, il cui personaggio trae ispirazione da Amrita Sher-Gil, la Frida Kahlo dell’India, spregiudicata, geniale, mondana e manipolatrice.

Siamo nel 1937 e Amrita viene ricoverata al Wadia Hospital di Bombay per un aborto, la assiste l’infermiera Sona, che è ammaliata dal fascino della pittrice, si prende cura di lei con dedizione assoluta, ascolta le sue confidenze e sogna, sogna di una vita che non avrebbe mai potuto immaginare.
Sona lavora fino allo sfinimento, anche oltre l’orario di lavoro, perché assiste amorevolmente anche gli altri pazienti che le sono affidati, suscitando il dispetto delle altre infermiere, perché – grazie al fatto di essere in parte inglese – gode di diversi privilegi rispetto al personale nativo, per esempio di uno stipendio più alto (tuttavia, per i veri inglesi, resta solo una povera mezzosangue, pur volonterosa).
Quando torna a casa, Sona racconta le storie dei suoi pazienti alla madre, per darle un po’ di distrazione, di vita: da quando il marito l’ha abbandonata con la bambina piccola per tornare in Inghilterra vive solo per quella figlia meticcia, che i suoi parenti non hanno mai riconosciuto, e che i dominatori tollerano con sufficienza.
L’infezione di Amrita peggiora, la febbre e le contrazioni sono insopportabili, il primario le prescrive solo della morfina, rifiuta un intervento, ne sottovaluta la gravità perché in fondo la disprezza: quella donna non rappresenta per lui altro che una vergogna per tutti, una puttana mezza ebrea e mezza indiana.
Così, dopo sei giorni la giovane pittrice muore: la causa, anche se una indagine ufficiale non viene fatta, viene attribuita a un’overdose e l’unica responsabile potrebbe essere proprio Sona.
Nessuno ci può credere: la sua serietà e il suo zelo sono riconosciuti da tutti, ma la direzione dell’ospedale la allontana.
Sona è disperata, si sfoga con la madre, e con un giovane medico tornato da poco dai suoi studi in Inghilterra, non sa cosa fare, né come vivere. Per di più ha un compito che non avrà mai il coraggio di affrontare, poiché è assurdo, pazzesco: nelle sue lunghe, appassionanti confidenze, Amrita le ha affidato quattro suoi dipinti da consegnare a suoi ex amanti, sparsi per l’Europa.
In questo romanzo Alka Joshi riesce a trovare degli escamotage credibili per far girare per tutta Europa, nei primi anni del nazismo, alla vigilia della seconda guerra mondiale, una ventenne anglo-indiana senza un soldo, che non si era mai allontanata dal suo sobborgo di Bombay, alla ricerca di personaggi di cui sa solo il nome o qualche particolare (una scuola, un locale, una galleria d’arte di cui le aveva parlato Amrita).
E qui diventa, a tratti, un romanzo quasi picaresco.
Certo si tratta anche di un Bildungsroman: la giovane cresce e diventa donna consapevole, ma insieme è un grande affresco storico sui pregiudizi razziali e di classe, fatto di grandi imbrogli, deliziose ingenuità, tradimenti e amicizie.
