Aida, che scoperta! Alla Scala

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Riccardo Chailly nella versione dell’Opera rappresentata al Piermarini in forma di concerto non fa rimpiangere alcun allestimento passato. Anzi. Con la sua concertazione cangiante e antiretorica, il direttore scaligero sembra ripartire dall’ispirazione originaria di Verdi aprendo nuove prospettive su Aida

Visti i tempi, un’Aida come quella che si replica fino a lunedì 19 alla Scala è meglio non perdersela, che non si sa mai. Scordiamoci le “zeffirellate” con centinaia di comparse in scena: stavolta l’opera da assembramento per eccellenza è in forma di concerto, con l’orchestra distanziata, sparpagliata ben oltre il boccascena nella nuova stupefacente camera acustica, col coro disposto sui tre lati. Ma dal podio Riccardo Chailly non fa rimpiangere a nessuno la mancanza di allestimenti passati, presenti o futuri. Anzi, con la sua concertazione precisa e appassionata, cangiante e antiretorica, Chailly sembra portarci al tavolino di Verdi, nel suo laboratorio, come per ripartire dall’ispirazione originaria: le idee musicali sembrano emergere per la prima volta, tanto che ogni scena, ogni melodia tortuosa, ogni fruscio degli archi diventa una scoperta. 

A dire il vero l’inizio del terzo atto è davvero una scoperta. Un centinaio di battute con coro a cappella alla Palestrina, rimasto per oltre cent’anni nell’inaccessibile baule di Sant’Agata messo finalmente a disposizione nel 2017. Verdi avrebbe poi scartato quest’inizio sostituendolo con le 151 battute che tutti conosciamo: il coro, “Cieli azzurri”, l’oboe sinuoso e tutto il colore locale che si desidera. Probabilmente la versione definitiva funziona meglio: è più coerente nelle tinte e permette al soprano di giocarsi una carta in più per guadagnarsi le simpatie del pubblico contro il mezzosoprano, dato che di solito ci si ricorda più le Amneris che le Aide. Ma tornare almeno una volta alla sacra fucina di Verdi, “nume custode e vindice” di tutti noi, male non fa, e ognuno potrà farsi la sua idea, se sia meglio la novità palestriniana o il solito miraggio orientalista da Secondo Impero.

FOTO © Brescia/Amisano

Ma a parte questa curiosità filologica, il resto dell’opera non dovrebbe avere segreti. E invece la direzione di Chailly, complice l’acustica distanziata, apre forse per la prima volta a nuove prospettive su Aida. Che si tratti di un’opera intimistica non è più un segreto per nessuno da almeno cinquant’anni, più o meno da quando nel 1972 Abbado, De Lullo e Pizzi hanno progettato il loro contrattacco a Zeffirelli e De Nobili, con scene minimaliste, sfoggio di sobrietà e ripiegamento sulla psicologia dei personaggi. Anche Zubin Mehta qualche anno fa ha riproposto la stessa idea, arrivando addirittura a tagliare i ballabili per cercare di disinnescare il momento bombastico per eccellenza: il trionfo ovviamente. Perché il problema di qualsiasi Aida intimistica è che bisogna – per così dire – “tapparsi il naso” per i primi due atti, che di intimistico hanno pochissimo, per poi lasciarsi andare a sfoggi di sfumature e sottigliezze negli ultimi due. 

Invece Chailly fa un passo in più, e lo fa sfruttando a suo vantaggio una situazione che normalmente penalizzerebbe qualunque direttore alle prese con una “Aida a distanza”. La lontananza del coro, che non è fuori scena ma quasi, viene persino accentuata dal direttore nella scena del trionfo, che in questo modo diventa una sorta di ricordo di un trionfo: non per un errore di bilanciamento, ma per creare una parentesi di nostalgia in uno dei punti di esplosione musicale più micidiali mai composti. Che Traviata sia un’opera della memoria, un lungo flashback musicale, come ci ha rispiegato Zubin Mehta poche settimane fa sempre alla Scala, è suggestivo ma abbastanza ovvio. Che lo sia Aida è senza dubbio meno scontato. E in questa strana atmosfera quasi ovattata, quando parte il ballabile, sembra di ritrovarsi in un sogno novecentesco di commedia dell’arte: un sogno quasi stravinskiano, alla Petruška.

FOTO © BRESCIA/AMISANO

I cantanti sembrano quasi tutti interpretare la lettura del direttore. Soprattutto Francesco Meli, che fa un Radamès più allucinato che esaltato, pieno di sfumature, di leggerezza, di dolore. Saioa Hernández è una Aida precisa e musicale come sempre, forse un po’ esitante nell’interpretazione. Anita Rachvelishvili è la vera trionfatrice della serata, meritatamente dato che la sua Amneris è una sicurezza; anche se forse è l’unica che non ha dato alcuna sfumatura nostalgica alla sua parte, cantando magnificamente l’Amneris che tutti si aspettavano. Debutto di classe quello di Amartuvshin Enkhbat. Bene i bassi Roberto Tagliavini e Jongmin Park, così come i comprimari Chiara Isotton e Francesco Pittari.

Teatro alla Scala di Milano, Aida di Giuseppe Verdi. Dirige Riccardo Chailly (repliche: 15, 19 ottobre)