Addio ad Arnulf Rainer, che cancellando svelava

In Arte

All’età di 96 anni ci ha lasciati Arnulf Rainer, figura centrale dell’arte europea del secondo Novecento. Artista di rigore estremo e di rara coerenza, ha attraversato l’Azionismo viennese seguendo una via appartata e profondamente costruttiva, trasformando la cancellazione dell’immagine in un gesto di conoscenza, resistenza e cura.

La morte di Arnulf Rainer chiude una delle traiettorie più radicali e insieme più silenziosamente coerenti dell’arte europea del secondo Novecento. Figura spesso accostata all’Azionismo viennese, Rainer ne ha incarnato una declinazione anomala e, per molti versi, controcorrente: meno votata allo shock, all’autolesionismo o alla teatralità estrema, più concentrata su un lavoro ostinato e introspettivo di trasformazione dell’immagine. Le sue Übermalungen – le celebri sovradipinture che oscurano, cancellano, feriscono e insieme salvano immagini preesistenti – non sono mai state un gesto nichilista, ma un atto costruttivo, quasi ascetico. Coprire, annerire, deformare significava per Rainer entrare in conflitto con l’immagine per portarla a un altro grado di intensità, a una soglia in cui l’opera diventa campo di tensione psichica, non superficie di rappresentazione.

La cancellazione diventa così un atto paradossalmente generativo. Coprire, annerire, saturare significa sottrarre l’immagine al regime dello sguardo pacificato, interromperne la leggibilità immediata, costringerla a esistere come residuo, come traccia resistente. Rainer lavora contro l’illusione di trasparenza dell’immagine moderna: ciò che resta non è un vuoto, ma una densità opaca, una soglia in cui vedere e non-vedere coincidono. È qui che entra in gioco il trauma. Le sue sovradipinture, i volti deformati, i corpi contratti non illustrano il trauma: lo mettono in atto. L’atto pittorico ripete, senza spettacolarizzarlo, il movimento stesso del trauma – l’irruzione, la frattura, l’impossibilità di integrare pienamente l’esperienza. Ma, a differenza di altre declinazioni dell’Azionismo viennese, in Rainer questa ripetizione non è mai fine a sé stessa ma votata alla ricerca di una sedimentazione interiore.

In questo senso, la sua vicinanza all’Outsider art non è un semplice riferimento culturale, ma una vera affinità di postura: l’interesse per le produzioni marginali, visionarie, non addomesticate dal sistema dell’arte nasce dalla stessa esigenza di sottrarsi alle convenzioni e di affidare all’immagine una funzione primaria, quasi necessaria. Come negli artisti outsider, anche in Rainer l’opera è spesso il risultato di una necessità interiore, di un’urgenza che precede ogni strategia comunicativa.
Arnulf Rainer lascia un’eredità fatta di rigore, di radicalità senza clamore, di una fiducia profonda nella capacità dell’arte di farsi luogo di attraversamento – del dolore, del limite, ma anche della possibilità di trasformazione. Un azionista atipico, un visionario appartato, capace di dimostrare che la violenza sull’immagine può diventare, paradossalmente, un atto di cura.

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