Fino al 1 novembre 2026, il Muzeum Susch ospita Mariuccia Secol: Unraveling, retrospettiva curata da Monika Branicka e Eva Brioschi dedicata all’artista e attivista Mariuccia Secol. Incastonato nel paesaggio dell’Engadina, il Muzeum Susch si distingue come un’istituzione all’avanguardia volta alla riscoperta di traiettorie artistiche rimaste ai margini dei canoni ufficiali. Concepita come un “archivio ribelle”, la mostra ripercorre oltre settant’anni di ricerca artistica e impegno sociale, raccontando una metamorfosi che va dal rifiuto della subalternità al “volo” dell’emancipazione, per restituire l’eredità di un femminismo umanista di viva urgenza contemporanea.
«Dopo aver sputato sugli astrattismi, sulle ricerche pittoriche e poetiche, sullo sperimentalismo, sulla gioia del colore e della forma, dopo aver perentoriamente affermato che dovevamo rimanere strettamente attaccate ai contenuti senza voli, abbiamo avuto voglia di volare. Volare e ricercare di fiore in fiore, e che questo è liberazione e realizzazione di sé.» (Gruppo Femminista “Immagine” Varese, Vogliamo-vo(g)liamo, 1978)
«Abbiamo avuto voglia di volare»: con queste parole le artiste del Gruppo Femminista “Immagine” Varese, nel 1978, rivendicano il diritto a un’esistenza artistica sottratta alle logiche del sistema patriarcale che le aveva subordinate. Presentato durante la conferenza Donna-Arte-Società presso il Centro Internazionale di Brera, il manifesto Vogliamo-vo(g)liamo individua nella pratica creativa una possibilità di emancipazione e di ridefinizione soggettiva, ponendo la ricerca artistica al centro del processo di coscientizzazione femminista. La creatività si afferma come uno strumento di avanguardia politica e di azione trasformativa sul mondo e sulla società. Il Gruppo Femminista “Immagine” Varese nasce nel 1974 dall’impulso delle artiste Mariuccia Secol, Milli Gandini e Mirella Tognola a cui poi si unirono Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti e Mariagrazia Sironi.

Gruppo “Immagine” rappresentò una delle esperienze fondative di femminismo artistico in Italia: riuscì a ricondurre all’arte una prassi di militanza politica, con l’obiettivo di elaborare un linguaggio artistico autenticamente femminista e di aprire un terreno critico di visibilità, esistenza e riconoscimento femminile nell’arte. Con questo stesso intento la mostra “Mariuccia Secol: Unraveling”, curata da Monika Branicka e Eva Brioschi presso il Muzeum Susch, oltrepassa i confini concettuali espositivi per configurarsi come un “archivio ribelle”: uno spazio critico capace di mettere in discussione i limiti canonici della storia dell’arte e di riscriverla alla luce di quelle traiettorie dissidenti, radicali e marginalizzate, che sono state obliate dalle narrazioni ufficiali. In questa prospettiva, la mostra risvela la figura dell’artista e attivista Mariuccia Secol, ripercorrendo oltre settant’anni di ricerca e azione, restituendo la complessità di una pratica radicale indissolubilmente intrecciata all’impegno femminista.

Mariuccia Secol nasce a Castellanza, nei pressi di Varese, nel 1929. È all’inizio degli anni Sessanta che si avvicina alla pratica artistica, in un momento di profonda inquietudine esistenziale che diventerà il motore della sua ricerca creativa. Secol era relegata a una duplice condizione di subalternità periferica, costretta nel suo ruolo sociale di madre e moglie, e ghettizzata da un contesto artistico che marginalizzava le pratiche femminili. Una condizione di apolidia soggettiva, paragonabile a uno stato di esilio che la portò a sperimentare su di sé il desiderio di uccisione simbolica della propria identità passata al fine di poter rinascere con una nuova consapevolezza.

La mostra attraversa il sorgere dell’autocoscienza femminista nella vita e nella pratica di Mariuccia Secol ma anche nel contesto sociale italiano alla fine degli anni Sessanta: è il dispiegarsi di un movimento che dalle ceneri di un malessere sistemico conduce a una gestazione introspettiva costruita sull’azione radicale del rifiuto, fino ad una emancipazione autonoma e autocosciente. Il percorso espositivo disegna un cerchio metamorfico che dalla crisalide conduce alla farfalla: dalla stasi del trovarsi ai margini, a quella “voglia di volare” che Mariuccia Secol insieme alle compagne del Gruppo Femminista “Immagine” Varese aveva così urgentemente rivendicato.

Dalle prime sperimentazioni con la tecnica dell’encausto dei primi anni Sessanta, dedicate alla condizione di esule del dopoguerra, Secol trasforma l’evento storico nel riflesso di una crisi più intima. Corpi smembrati, decomposizioni e residui affiorano come viscere mnemoniche di un malessere che attraverserà tutta la sua ricerca. Da qui nasce l’urgenza, insieme politica e poetica, di rivendicare l’arte come strumento di coscientizzazione attraverso un linguaggio autenticamente femminista. Secol trova nel tessuto quell’autonomia estetica e concettuale che ricercava: un materiale neutro da destrutturare, ferire e ricomporre fino a far emergere, per sottrazione, una forma, un corpo. Il passaggio successivo fu la negazione: artiste come Mariuccia Secol e Milli Gandini elaborarono una personale creatività del rifiuto che contestava i ruoli di genere imposti e la condizione di marginalizzazione nel sistema artistico ed economico, trasformando lo spazio domestico da luogo di subordinazione a campo di tensione e trasformazione critica.

Dalla radicalità del rifiuto alla necessità di occupare uno spazio sociale e artistico: così la dialettica crisalide-farfalla, che accompagna il percorso della mostra, unisce opere d’arte a documenti d’archivio attraversando filologicamente le fasi di un vissuto sì artistico ma anche umano e sociale. Il percorso si conclude in uno spazio della memoria che, se da un lato chiude circolarmente la mostra, dall’altro lascia intatta e vibrante la portata e l’eredità artistica di Mariuccia Secol. Qui, le sue opere più recenti sono lucidi moniti sulle contraddizioni della società odierna, ferita da violenza sistemica, femminicidi e genocidi.

Un grido d’allarme che racchiude, però, una profonda speranza: l’impegno, la vita e l’opera di Mariuccia Secol si compie nell’ethos di un femminismo umanista e intersezionale, ricercato come possibilità di resistenza. Raccogliere la sua eredità oggi significa aver voglia di “volare” verso quell’emancipazione che le sue opere ancora testimoniano.
In copertina: Mariuccia Secol, Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti e Milli Gandini performano Dietro il velo dell’incoscio, Sumirago, Varese, 1985. Courtesy dell’archivio priivato dell’artista