A Sama, che sarà grande lontano dalle bombe di Aleppo (dove è nata)

In Cinema

Una straordinaria regista 26enne, Waad al-Kateab, ha progettato, ripreso e realizzato, con l’aiuto di Edward Watts, un film unico. In cui racconta come ha dato al mondo una creatura durante l’assedio della città siriana. Tra momenti intimi, attacchi aerei e vite da salvare nell’unico ospedale rimasto

L’innocenza e l’orrore, la poesia semplice di una nascita e la tragedia di una serie infinita di bombardamenti. Nel contesto di una delle città più martoriate della storia recente, Aleppo, tornata in questi giorni di attualità per la ripresa dei combattimenti nella regione. Una straordinaria, giovanissima regista siriana, la 26 enne Waad al-Kateab, ha ideato, progettato, ripreso e realizzato, con l’aiuto di Edward Watts, un film unico, imperdibile, Alla mia piccola Sama. Che è molto più di un documentario, sconfitto peraltro pochi giorni fa nella corsa all’Oscar di questa categoria solo da Made in Usa – Una fabbrica in Ohio, diretto da Steven Bognar e Julia Reichert e prodotto da Michelle Barack Obama. E anche molto di più dello struggente reportage sui primi anni della vita di sua figlia Sama, messa al mondo sotto le bombe e i missili, con sovrumano coraggio e fiducia, da lei e dal marito Hamza: a rafforzare, se fosse stato possibile, una scelta di rivolta e speranza in un futuro diverso che già aveva implicato per Waad e il suo compagno, uno dei pochissimi medici rimasti disponibili in quella zona della città, e i suoi amici, rischi estremi.

Li vediamo morire nell’occhio della “camera” di Waad, questi giovani, e pochi attimi dopo Sama sorride alla più affettuosa delle registe. La combinazione di questi due elementi è mostrata con grande immediatezza nelle riprese di Waad, così affascinanti perché semplici, antiretoriche (anche se opera di una militante che neanche per un attimo rinuncia ai cuoi ideali) e insieme cariche di significato, in un’alternanza che diventa via via più drammatica tra i pochi attimi di intimità e amore materno e gli sforzi immani per salvare più vite possibili, nell’ultimo ospedale rimasto aperto. 

In una Aleppo – che all’inizio del film avevamo visto risplendere nella passione civile e politica dei suoi studenti ma anche nei bellissimi fiori delle sue case – sempre più ridotta a un cumulo di macerie, sempre più abbandonata dagli abitanti in fuga, sempre più vicina a capitolare alle truppe governative. Cosa che poi avviene: il film documenta tutto questo con un’amarezza e una disperazione composte, ma mai prive di un raggio di sole. Che è Sama, certo, però non solo: è anche qualcosa che ha un posto nei cervelli, negli animi di queste persone.  

Waad usa la cinepresa insieme come un mezzo per ricostruire la sua vita e anche come un fine: fare film è la sua professione presente, futura. Ma pare aver fatto questo film soprattutto per risarcire se stessa e la piccola da tante sofferenze, e lo dedica a lei a cominciare dal titolo. Ma spesso nel discorso fuori campo vuole anche ribadire le ragioni sue e dei suoi amici, spiegare alla donna futura che sarà Sama perché si può scegliere di resistere in evidente inferiorità a un nemico spietato che non fa certo prigionieri e uccide scientificamente. Perché la vita va vissuta facendosi le domande più profonde su chi si è, cosa si fa e perché, con chi si sta, chi si ha intorno. 

Com’è evidente, Waad, Sama e Hamza sono sopravvissuti fino alla resa nel 2016 di Aleppo e anche nel successivo esilio. La loro scelta di documentare tutto questo è molto preziosa anche per noi, che viviamo in un’epoca di fatti, quindi anche di guerre, che più riprese, urlate, commentate, twittate e condivise (in senso digitale) di così non potrebbero essere. E che invece vediamo e capiamo spesso davvero poco, circondati come siamo di muri fatti di propaganda, strumentalità, spesso aperta falsificazione. Non tutto nel film ci viene spiegato delle scelte politiche e delle idee di chi quella guerra ha combattuto: forse (dopo averle capite, comunque) potremmo anche non condividerle, ci potrebbe stare. Ma mai, e qui è dove Alla mia piccola Sama fa centro per davvero, potremmo accettare la sistematica ricerca della morte dell’altro che abbiamo visto in queste immagini, davvero indimenticabili, nel senso più tragico del termine, oltre che per la loro qualità: non rimuoverle dai nostri occhi e dalla nostra coscienza fa parte (o almeno dovrebbe) del nostro sempre più necessario restare umani.

Alla mia piccola Sama, documentario di Waad al-Kateab e Edward Watts