James Vanderbilt sceglie una forma convenzionale per raccontare il processo del 1945 a Hermann Goring e al regime hitleriano sconfitto. Che però fu un evento storico, eccezionale, perché tentò di spiegare il senso del nazismo e il perché dei suoi crimini, e il comportamento degli uomini tra follia, malvagità, ma forse anche banalità. Un cast di grande valore (Russell Crowe, Rami Malek, Michael Shannon) per un film interessante ma privo di respiro epico, e forse anche di autentico coraggio
È probabilmente il processo più famoso della storia, quello che si è tenuto a Norimberga dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946, e ha visto sul banco degli accusati i più alti gerarchi nazisti. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, conclusasi con la completa disfatta della Germania hitleriana, le potenze vincitrici (in particolare gli Stati Uniti d’America) hanno voluto questo processo per mettere la parola fine al conflitto non solo da un punto di vista bellico, ma anche del diritto internazionale. Un diritto in realtà tutto da costruire, perché ancora a poche ore dall’inizio del dibattimento in aula i diversi procuratori non avevano affatto le idee chiare su quali leggi, regole e consuetudini fosse lecito basarsi per condannare per crimini di guerra Hermann Göring, ex braccio destro di Hitler, e gli altri esponenti dello sconfitto partito nazista.
Il giudice americano, Robert H. Jackson, che non a caso ha il volto tormentato di Michael Shannon, solleva non poche questioni interessanti sulla legittimità di un giudizio che si svolge nel presente del 1945, in un mondo devastato da oltre 80 milioni di morti, ma ha a che fare con la storia, e quindi con il passato (ciò che è stato e dobbiamo cercare di comprendere) e con il futuro (ciò che sarà a partire da ciò che saremo in grado di costruire, o forse anche solo di immaginare). Il vero protagonista è però il tenente colonnello Douglas Kelley (Rami Malek), psichiatra dell’esercito americano, a cui viene affidato l’ingrato, forse impossibile compito di valutare la salute mentale di Göring (interpretato da Russell Crowe) e degli altri imputati, soprattutto dal punto di vista della loro eventuale propensione al suicidio come via di fuga dalla giustizia degli uomini (e in particolare dei vincitori).
Se il processo rappresenta una prima volta per tutti i protagonisti convolti, per alcuni finisce col diventare anche e soprattutto un momento di svolta – etica, prima ancora che giuridica -, un’impresa titanica, un’ossessione destinata a condizionare una vita intera. È il caso di Douglas Kelley, ebreo americano atterrito davanti all’abisso della Shoah, eppure affascinato dalla debordante personalità di Göring, quasi soggiogato dalla forza cieca di un uomo che ha perso tutto, ma ancora e sempre continua a coltivare l’illusione di essere padrone se non del mondo almeno del proprio destino. E infatti questo dimostrerà Göring con la scelta di suicidarsi, poche ore prima dell’esecuzione della condanna a morte decisa da un tribunale a cui fino all’ultimo ha negato legittimità, e che fino all’ultimo ha tentato di manipolare. La manipolazione delle coscienze è del resto esattamente il fulcro del film, insieme alla domande che non hanno mai trovato risposta: erano solo malvagi? Erano pazzi? Ubbidivano semplicemente a ordini altrui e quindi, in qualche misura erano innocenti? Il male in fondo è assolutamente banale, e quindi diffuso ovunque, anche nei meandri delle nostre coscienze incolpevoli e giudicanti, come sosteneva Hannah Arendt?
Tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai Il nazista e lo psichiatra, un film che sceglie una forma del tutto convenzionale per un racconto che convenzionale non è, non può essere. E alterna momenti di grande lucidità, sostenuti dalle interpretazioni ottime e speculari di Russell Crowe e Rami Malek, a sequenze un po’ spente, prive di vera profondità. Nel complesso un film interessante, non privo di respiro epico, ma incapace di farsi memorabile, forse per la presenza dietro la macchina da presa di un regista come James Vanderbilt, solido ma incapace di guizzi creativi e autentico coraggio.
Norimberga, di James Vanderbilt, con Russell Crowe, Rami Malek, Michael Shannon, Richard E. Grant, Colin Hanks, Leo Woodall, John Slattery, Mark O’Brien