Il libro per bambini rivoluzionari di Wu Ming

In Letteratura

Un atlante bizzarro di luoghi e storie curiose per sovversive e sovversivi dagli 8 ai 108 anni

Con l’Armata dei sonnambuli per Wu Ming, purtroppo, si chiude una fortunatissima epoca, ma, si sa, per non correre il rischio di diventare epigoni di se stessi prima o poi si deve cambiare. Così gli autori del collettivo hanno abbandonato il romanzo storico da “nuova epica” e si sono messi alla prova con un libro per bambini: Cantalamappa; un libro, in realtà, per sovversive e sovversivi dagli 8 ai 108 anni; un libro per tutti insomma.

Guido e Adele Cantalamappa sono i protagonisti di questo libro di racconti. Sono una strana coppia che ama girare il mondo ma, badate bene, non sono dei turisti, sono dei viaggiatori. E tengono un librone dove conservano tutti i loro ricordi di viaggi – al limite fra il fantastico e il vero storico – ed è da qui che nasce l’universo narrativo che ci porta a vivere quindici bellissime storie e a visitare altrettanti posti – di nuovo, reali e non. E ognuna di queste storie a ben vedere è una storia di resistenza, una storia di utopia, una storia di sovversione, una possibilità per un mondo nuovo: ogni storia, insomma, ha una morale.

In uno dei loro viaggi Guido e Adele sono sul monte Rubello: «è un nome molto bello […]. Vuol dire: “monte dei ribelli”.» (pag. 30) I ribelli di cui ci viene raccontato sono Dolcino (tristemente noto come Fra Dolcino dai ritratti negativi che ci vengono dalla Commedia dantesca e da Il nome della rosa di Eco) e Margherita, precursori dell’anarchismo cristiano, vissuti fra la fine del 1200 e l’inizio del quattordicesimo secolo. Nostrani Robin Hood e Lady Marion, ci dicono gli autori: si sa, per far capire le cose ai bambini bisogna dirle in modo facile, che è la cosa più difficile per uno scrittore, e Wu Ming, con questo ultimo libro, ha dato prova, ancora una volta, di saperlo fare egregiamente. «Uno che ruba ai ricchi per dare ai poveri può andar bene se lo fa lontano, nella foresta di Sherwood […]. Ma se lo fa poco fuori Vercelli, allora non va più tanto bene, perché la sua storia è appena dietro l’angolo, parla di noi, e chi la sente potrebbe mettersi in testa certi ghiribizzi. Potrebbe prendersi il “morbino di Dolcino”! […] è una specie di febbre che dà una gran voglia di combattere le prepotenze. Per me è una malattia fantstica, e sarebbe bello se l’avessimo tutti».

Qui gli autori, oltre la storia dei due ribelli, ci dicono una cosa molto importante, che per fortuna non interessa i bambini; ma noi che siamo un po’ più grandi possiamo rifletterci su: quella di Dolcino e Margherita è una storia pericolosa, chi l’ascolta potrebbe prendersi addirittura il morbino. Questa frase apparentemente semplice ci dice, in verità, due cose importantissime: è una chiara dichiarazione di quello che dovrebbe essere la letteratura e, soprattutto, ci invita a riflettere sulla manipolazione della storia (diciamo anche della Storia con la S maiuscola).

Andiamo con ordine: la letteratura, per Wu Ming deve essere come la storia di questi due innamorati che si ribellano su di un monte e riescono a creare una comunità; o meglio, deve avere la stessa funzione di questa storia: deve riuscire a far “ammalare” chi la legge, deve riuscire a comunicare qualcosa che possa portare dei cambiamenti tangibili nel mondo, deve agire.

Ma come può agire la letteratura? Per esempio può sovvertire la narrazioni dominanti ed offrirci punti di vista diversi o storie che sono state manipolate o messe sotto silenzio dal potere costituito per evitare dei sovvertimenti nello status quo. Facciamo un esempio concreto: Dante mette Dolcino e i suoi seguiaci all’Inferno (nel canto XXVIII), nella bolgia dei seguaci di discordie e di scisma; e i Wu Ming, invece, ce lo descrivono come un eroe. Raccontare altre storie per mettere in discussione la storia di chi comanda, per far risvegliare La Storia – se mi permettete l’uso di una felice espressione di Alain Badiou che dà il titolo ad un suo importante libro sulla teoria delle rivolte mondiali.

Non dimentichiamoci, però, che questo è un libro pensato soprattutto per bambini, e a loro queste questioni interessano poco, ma per nostra fortuna le storie che leggiamo agiscono in modi misteriosi e inconsapevoli e, si spera, una dose di questo non-detto si sedimenterà in loro e darà frutti futuri.

Ma continuiamo a leggere la nostra storia: «sempre più uomini e donne venivano a sapere della credenza di Dolcino e Margherita. Ce l’abbiamo in casa tutti, una credenza. Cosa c’è dentro? Piatti, bicchieri, la roba da mangiare che non va in frigo… Nella credenza dei comunardi si metteva il cibo per tutti, perché tutti gli esseri umani devono esseri liberi, e come si fa a essere liberi se non si è liberi dalla fame? “Qui tutto è di tutti” diceva sempre Margherita. E come la riempivano, la credenza? Ve l’ho detto prima: rubavano ai ricchi per dare ai poveri!» Ma purtroppo la nostra storia non finisce bene, quando i potenti si sentono minacciati chi il potere non lo ha fa sempre un brutta fine, ma il racconto della loro vicenda vive ancora: «Insomma, il film a cartoni animati non l’hanno fatto, ma questa storia vive ancora. E dobbiamo dire grazie a Tavo [Burat, ndr], l’amico dei Cantalamappa, che ha dedicato la vita a ricostruire e raccontare la storia di Dolcino. Oggi Tavo non c’è più, ma ogni anno, la seconda domenica di settembre, sul Monte Rubello è come se ci fosse».

Non tutti i racconti di questi libro sono a lieto fine; di solito siamo abituati a far leggere ai bambini delle belle storie, soprattutto delle storie che finiscono bene. Wu Ming, invece, dà, a noi e ai nostri  figli e nipoti presenti e futuri, ancora una volta, un insegnamento importante: «Non tutte le storie sono belle, ma certe storie brutte vanno raccontate», la storia in questione è quella della tragedia del Vajont – ma anche la divisione della ex-Jugoslavia, che, però, trasfigurata col nome ex-Rastovja, rappresenta tutti i conflitti interni alle nazioni per l’indipendenza e i problemi di integrazioni fra popoli che ne derivano; oppure il colonialismo italiano sotto il «Mascellone» Mussolini.

Il mondo, purtroppo, non è fatto solamente di cose belle, anzi, ed ignorare quelle brutte non serve a niente. Anche i bambini devono sapere quante persone sono morte per l’avidità di «un uomo molto ricco e prepotente, il conte Vittorio Giuseppe Sade Cinovolpe de Smisuratis» il cui nome grottesco già ci dice molto e, se Sade sarà un indizio per i lettori più grandi, de Smisuratis, all’inizio, sicuramente farà sorridere i bambini. Un sorriso che però non è destinato a durare perché la morale di questa storia è molto triste, ma comunque rimane la speranza e la voglia di cambiare: «spesso in Italia va in questo modo, finché non arriva un Dolcino, non arriva una Margherita che dice “No, non  deve andare così, i prepotenti non possono passarla sempre liscia! Tutti insieme possiamo farcela, e costruire un mondo dove queste cose non accadranno più”. Per costruire quel mondo pùò servire anche un sasso tenuto come ricordo di un giorno brutto, e di una storia brutta che va raccontata».

Ancora una volta, allora, il ruolo della letteratura, l’importanza della memoria, delle narrazioni.

Ma non tutte le storie di questo libro sono brutte. Ce ne sono molte divertenti, fantasiose, anche divertenti. E tutte hanno un insegnamento importante: l’importanza della comunità, il rispetto degli altri e del pianeta, la bellezza, ma anche la difficoltà dello stare insieme. Lezioni che molti direbbero banali, ma che, a guardarsi intorno, molti cosiddetti “grandi” non hanno ancora imparato.

I viaggi di Guido e Adele ci portano nei più disparati luoghi, dall’Isola di Pasqua al deserto del Gobi per incontrare un misterioso e pericolosissimo verme gigante che insegna loro che «i mostri, le bleve, gli animali feroci se li tratti con rispetto, ti maniteni alla giusta distanza e non li impaurisci, non fanno male a nessuno, perché amano starsene tranquilli, come tutti noi».

Fra questi meravigliosi posti addirittura ci imbattiamo nel mondo della letteratura: nel giro di poche pagine ci ritroviamo sull’Isola del Tesoro, proprio quella di Stevenson. Quest’isola è molto strana, non ci sono soldi, le cose si comprano con le ore: ognuno mette a disposizione il suo tempo per le cose che sa fare. La banca del Tempo stampa i biglietti corrispondenti alle ore e gli abitanti si scambiano questi biglietti. Alla fine però noi lettori con lo spirito o la velleità un po’ avventuriera potremmo restare delusi: questo fantomatico tesoro non si trova, ma la soluzione di Wu Ming è decisamente più bella: «durante il viaggio di ritorno ricordarono le immersioni in fondo al mare, i pesci, le stelle marine; le camminate nella foresta e sul monte, e tutti gli animali che avevano visto; e pensarono ai pochi abitanti dell’isola, che non erano né ricchi né poveri e non si preoccupavano di accumulare soldi, ma piuttosto di spendere bene il tempo. Allora capirono. Il tesoro non era nascosto. Non lo si poteva possedere, né portare via. Il tesoro era l’isola stessa».

“Cantalamappa” di Wu Ming (Mondadori Electa, 2015, pp. 124, € 14, 90)

Immagine: Travelling di Ludovico Cera

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