Anatomia Comparata, l’emmenalgia in scena

In Teatro

Foto © Laila Pozzo

All’Elfo un commuovente dialogo d’amore che piega il tempo ai sentimenti. La lievità densa delle parole di Nicola Russo per Russo Arman e Nissen, coppia in stato di grazia

Foto © Laila Pozzo

Definire l’amore è il più difficile degli esercizi. Non la passione, il desiderio. L’amore, il reciproco appartenersi. Forse è fatto dello sfiorarsi, dell’essere distanti senza perdersi. Della materia, insomma, di cui è tessuta Anatomia comparata, in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 30 giugno.

Di quel tessuto prezioso e lievissimo di cui sono fatti gli incontri e le intimità delle persone – due donne, in questo caso, che compaiono e scompaiono, si rincorrono e si cercano dietro le tre porte di una scenografia che le confonde con gli alberi, sovrapponendo interno ed esterno. È tutto un gioco di sovrapposizioni, questo dialogo tra Elena e Diane, che si sono amate e non hanno mai smesso di farlo. A fronte di questo, non importa più cosa sia passato e cosa sia presente, ciò che è stato vissuto e perduto. Tutto vive in una eterna continuità. Anche se Diane e i suoi cinquant’anni sono fermi da venticinque, lo steso tempo trascorso da questa sera in cui Elena la raggiunge, iniziando – senza dirlo né dirselo – un tempo successivo che nessuna delle due ha sperimentato.  

Francesca Serafini e Giordano Meacci hanno prestato a Dori Ghezzi – nel suo “Lui, io, noi”, la parola “Emmenalgia”: il desiderio – e la nostalgia – di non poter continuare, di non poter rendere parte chi abbiamo amato del tempo vissuto in assenza. Sul palco dell’Elfo, Nicola Russo – regista e drammaturgo – riesce a fare esattamente questo. Diane e Elena, a spregio del tempo, (a cui l’unica concessione sono i cambi d’abito di Giovanni De Francesco danno forma a un dialogo ininterrotto con chi ci è stato accanto nel freddo e nel sole, nel sonno e nel rumore – nello stesso momento condiviso costruito dal loro amore. Richiamano e rivivono le proprie emozioni, correggendo e precisandosi a vicenda i ricordi comuni, si prendono in giro, battibeccano di quotidianità come solo due amanti possono fare.

E si amano, anche, con una sensualità tanto più palpabile quanto più è trattenuta. E lo fanno con grande grazia. La grazia di un testo che Russo scrive in punta di penna, riportando al centro della scena la potenza di quel tetro di parola dalle atmosfere rarefatte e per questo potentissime, che non ha bisogno del vezzo letterario ma sa mostrare il mondo dentro alla più comune delle frasi, proprio come la casa del grande amore sta dietro a porte che si aprono e si chiudono al momento giusto.

La grazia di Elena Russo Arman, la bambina-donna che riesce ad avere insieme venticinque anni e cinquanta, l’incoscienza travolgente dell’adolescente innamorata e la maturità malinconica di chi è rimasta. La grazia di Merit Nissen, la regina bionda dalla risata aperta, l’accento “altro” – a tratti deflagrante (come l’amore del resto) a contrappuntare l’architettura sonora di Andrea Cocco, ma anche serenità di chi sa cosa desidera e lo cerca senza averne paura, costruendo con ferma dolcezza la personalità dell’altra, anche se significa allontanarla. E la vita segnata di chi conosce il dolore e il coraggio di chi sceglie di attraversare la malattia e la morte a proprio modo, con la luce di una festa, in cui, ancora una volta, il tempo smette di essere subito e diventa una scelta.


Un’eleganza, quella che pervade testo, messa in scena – le luci sono di Cristian Zucaro – e interpreti, che si tiene lontana dal sentimentalismo facile pur trattando d’amore di morte e di altre sciocchezze. E ci incanta e forse confonde, per la leggerezza densa con cui ci rende evidente che sono questi due estremi a costituirci, a permetterci di identificarci, darci forma e riconoscersi per relazione, come l’anatomia comparata. Soltanto passandoci attraverso, e tornando capaci di porre attenzione ed empatia a ogni gesto, anche il più minimo, siamo capaci di diventare davvero adulti. E prepararci – con il sorriso – alla festa per quello che verrà dopo. Con la certezza che, chi ci ha resi quello che siamo resta ancora da qualche parte, dietro una porta, un albero o un parapetto neoclassico – o tutte e tre le cose – a sorridere alla splendida cinquantenne che siamo diventate, prima di lasciarci andare.
E sembra di sentire – ci si passi il didascalismo che invece lo spettacolo non possiede – la voce di Vinicio Capossela: «E ovunque proteggi la grazia del tuo cuore. E ancora proteggi, la grazia del mio cuore».

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