Sei consigli di lettura per un Natale giallo-weird, giusto per iniziare a pensare ai regali. Il nuovo noir milanese di Marina Visentin, tra i Navigli e il Monumentale; l’esordio che già ben prometteva di Serena Cappellozza; una inchiesta fuori dagli schemi di Francesca Mogavero su un caso che ha fatto storia.
E poi, ancora, il nuovo ombroso romanzo di Alessandro Zaccuri, la distopia ecologica di Carole Martinez e il perturbante metamorfico di Mariana Enriquez.
Variazioni in tema di thriller.
Uno: giallo di provincia, un classico.
Tutto accade in sei giorni: il tempo perché una comunità di poche anime venga attraversata da eventi che le cambieranno per sempre i connotati.

Serena Cappellozza ha appena pubblicato per Sellerio il suo nuovo romanzo, Il valore delle cose, che sta facendo una buona strada. Che sia una narratrice capace, e con fiuto per il giallo lo aveva già dimostrato in questo esordio, Strada Inferno, pubblicato per la piccola Eclissi editrice, dove compare un ispettore che placa la mancanza di relazioni con un importante consumo di cioccolatini boeri: la storia, serratissima, si svolge in nemmeno una settimana dentro un paesaggio lagunare e di barena, che non è più il terreno avventuroso conosciuto da Hemingway, ma una periferia del NordEst brumosa e spopolata, che molto partecipa alla costruzione del mistero.
“Melma nera, quella dei fondali di barena, che se ci finisci dentro non esci più, ti prende come la colla e se nessuno ti allunga un remo, rimani lì”.
Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere del parroco, don Antonio, che si trova dove non avrebbe dovuto essere. Chi ha colpito non lo fa una sola volta, e si lascia dietro una scia di segni: l’impronta di uno stivale che non appartiene a nessuno, le carte dei tarocchi abbandonate sui cadaveri, un veleno vecchio di duemila e passa anni.
Un ottimo meccanismo nel quale nessuno pare essere (del tutto) privo di responsabilità.
Due: noir urbano milanese.

È una Milano cupissima e notturna quella che Giulia Ferro, vicequestora, percorre per legare insieme i fili di tre morti che si avvicendano in pochissimo tempo. Della sua squadra, ormai, ha in mano un profilo ben preciso, a partire dal suo vice, l’ispettore capo Alfio Russo, controparte pacata e buon gourmet, passando per agenti, anatomopatologi, e fidati appoggi nel reparto della Scientifica.
Marina Visentin riporta in scena la temperamentosa poliziotta nella collana Calibro 9 di Laurana con questo romanzo, che fa seguito ad Aurora, e si prende il compito di scavare un poco di più intorno a quello che è il passato della sua protagonista. Nel nuovo titolo, A mani nude, si intrecciano le ombre di vecchi rancori maturati tra le bande della lotta armata, ma non è difficile intravvedere quanto i fatti della cronaca milanese, e più in generale i temi dell’attualità più recente, aprano spazi a ombre nuove. Il rapporto con il padre, con l’autorità, con il maschile. L’omertà protetta dai patrimoni. I vecchi fantasmi che tornano. E, naturalmente, il potere.
Tutto in soggettiva, direttamente dalla voce e dai pensieri di Giulia Ferro:
“La prossemica resta una delle mie scienze preferite. Forse perché secondo molti non è una vera scienza. Guardi come si muove una persona, come gesticola, quanto spazio si prende e quanto ne riconosce agli altri, e da lì ricavi una quantità infinita di informazioni. Anche se la persona in questione non parla. O tu non senti che cosa dice”
Tre: Indagine sulla colpevole perfetta. Sicuri che tutto torni?

Scissa, istrionica, verbosa. E, soprattutto, inquietantemente materna. Leonarda Cianciulli, che le cronache degli anni Quaranta licenziano come La saponificatrice di Correggio, nell’immaginario comune si è presa un posto di personaggio abnorme, occupando (quasi con studiata intenzione) il ruolo che nelle fiabe spetta all’orco di turno. Francesca Mogavero non se lo fa ripetere due volte, e con giusta intuizione coglie lo spunto per ripercorrere tutta la vicenda attraverso quelle che sono le funzioni della fiaba individuate da Propp.
“Forse non è la capacità speciale a procurare l’oggetto magico, ma la consapevolezza di tale attitudine”
Ne nasce, all’interno della collana Nero900 curata da Gianni Biondillo per Giunti, un’opera singolare: non morbosa e intelligente, con una voce narrante che – aiutata dalla distanza temporale e da una diversa sensibilità dei tempi – incalza, interpella, ragiona sul metatesto, fa associazioni, indaga e smonta malsane leggende metropolitane.
La figura di Cianciulli ne emerge potente e inaffidabile, patologica e a suo modo consacrata. Il tema del doppio (e del quadruplo), il conflitto tra maschile e femminile, il rispecchiamento, la scelta delle vittime: molti sono gli aspetti di questo romanzo ibrido che muovono una narrazione felicemente multifocale.
Insomma: c’è da ragionare, da appassionarsi, e anche da ripensare a un po’ di faccende (per esempio, alla questione, in generale e in particolare, del rapporto con i figli…).
Quattro: psicologico, misterioso, rituale.

Salvo è uno che ha ambizioni. Magari, in linea dinastica, la sua investitura non sarebbe proprio ineccepibile, ma il fatto evidente è che Don Ciccio in mille occasioni ha dato mostra di averlo scelto come preferito. Dunque, ora che il boss in esilio nelle terre del Nord è morto, c’è da compiere il rito del passaggio: scendere con la bara fin al paese, celebrare i riti funebri, consacrare il proprio corpo al destino di Capo indiscusso. E però, in questo contesto cerimoniale codificato, la tragedia irrompe con tutto il suo carico: è un incidente? è un agguato? Il corpo di Salvo è tratto dalle fiamme, ma, gravemente ustionato, non ha più nessun diritto su di sé: per essere curato, in totale segretezza, viene portato dalla Santabella, detentrice dei processi di guarigione attraverso la pratica, severamente guardata a vista, dell’unguento.
Alessandro Zaccuri torna tra i personaggi del suo romanzo precedente, Lo spregio, per tracciare la seconda parte di un dittico sul potere e sulla tracotanza: Le ombre pubblicato da Marsilio, è un breve e intenso incubo della restrizione, nel quale la paura genera allucinazione e la minaccia è la moneta di scambio di ogni azione.
“Il fuoco si era bruciato anche il tempo, questo doveva essere successo, e la sua memoria adesso era smangiata ai bordi e bucata al centro, come una fotografia buttata in un falò. Se anche mancavano i dettagli, ciò che rimaneva era terribile, come se tutto stesse ancora accadendo e dovesse accadere per sempre. Gli pareva che il suo corpo fosse ancora mangiato dalle fiamme, aveva il ricordo di essere stato trascinato all’aperto, e in certi momenti era come se la ghiaia dello sterrato gli entrasse di nuovo nella carne”
Manipolazione, vendetta, atti di deprivazione: il decorso della malattia è un rituale di cupa rinascita, in una atmosfera sospesa e sempre vagamente intimidatoria, dove la sensazione che tutto possa precipitare da un momento all’altro è pari alla certezza che, qualunque sia la proiezione ipotizzata, ciò che accadrà sarà (atrocemente, come in ogni beffa che si rispetti) inaspettato.
Cinque: distopia con insonnia pandemica (e maledizioni ancestrali)

Una madre e una figlia in fuga da un padre violento. Una terra selvatica, nel Sud della Francia. La foresta e la palude come elementi di sopravvivenza naturale, e di protezione.
Proprio quando Eva pensa di essersi messa in salvo con Lucie, il sonno della sua bambina viene squarciato da un grido: l’urlo si propaga, di bambino in bambino, di culla in culla. La notte di tutta la terra viene richiamata bruscamente alla veglia: è l’esordio di una serie di inspiegabili incubi, condivisi da tutta l’infanzia terrestre, che, presto, si tira dietro eventi terribili e impossibili da capire. Risuona la memoria, cupissima, dell’Antico Testamento.
“Quanta fiducia si doveva avere per abbandonarsi in quel modo alla notte e accettare di perdere conoscenza? Tutto poteva succedere mentre, senza difese, lasciavamo i nostri corpi ormeggiati e vogavamo altrove”
Carole Martinez crea un romanzo distopico fortemente simbolico: Dormi il tuo sonno animale (pubblicato da e/o) mette in scena un mondo che ha smarrito il valore della spiritualità, il collegamento con la natura, il ricordo dell’antica alleanza femminile con le parti più profonde e ignote della nostra esistenza.
Sei: Perturbante, e per di più metamorfico.

Esiste un mondo in cui il perturbante si manifesta in luoghi estremamente urbanizzati, o desolati, o apparentemente distaccati; dove la paura si presenta con forme ancestrali concepite nel profondo di foreste cancellate, oppure decide di occupare qualche vecchia costruzione tra abbandono e decadenza. Il gotico del Sudamerica gode di questa speciale risonanza: assomiglia a qualcosa che conosciamo, ma mai del tutto. E Mariana Enriquez di questo si giova con sicurezza magistrale, come è nel nuovo titolo appena pubblicato da Marsilio, Un luogo soleggiato per gente ombrosa: una raccolta di racconti che pasteggia alla tavola imbandita dalle Metamorfosi di Ovidio, e le processa restituendo loro tutta l’originaria, orrorifica capacità di turbamento.
Così Orfeo si chiama Emma, fa il medico, e non ammansisce le belve, bensì fantasmi. Ciparisio è Alex che scompare nella propria faccia per eredità materna. Ondina sbatte sulla lamiera di una cisterna d’acqua, chiedendo di essere liberata sul tetto di un hotel. E, forse, i vari Zeus Apollo Alfeo e compagnia predatoria annessa un modo l’hanno infine trovato, per possedere da spiriti il corpo di una donna, fino a farla consegnare a una setta dove il suo destino si compirà definitivamente.
“Tutto, tutto nel corpo è un processo. Anche la morte”
Dodici racconti da leggere nei quali ogni protagonista, all’apparire dell’innominabile, non può esimersi dallo stabilire una qualche forma di relazione con l’ignoto, soprattutto perché la sovrapposizione appartiene al più banale e (ingannevolmente) inoffensivo dei contesti antropizzati e domesticati. Gli esiti sono micidiali.